Courtesy of Louis Vuitton

La F/W21 di Louis Vuitton è un'ode al superare confini e rompere le barriere

Ispirata a "Stranger in the Village" di James Baldwin, la nuova collezione uomo di Louis Vuitton mette in discussione la simbologia degli abiti per come la conosciamo.

di Osman Ahmed
|
25 gennaio 2021, 5:00pm

Courtesy of Louis Vuitton

Salire su un aereo e andare da qualche parte, qualsiasi parte! Per molti di noi, l’idea di fare un check-in all’aeroporto sembra una fantasia lontana. Per Virgil Abloh, questo è il pensiero nostalgico per eccellenza. Prima della pandemia, il designer era solito viaggiare molto, spostandosi 310 giorni all’anno e consumando miglia su miglia per poter esprimere la propria veduta panoramica del mondo attraverso le collezioni di Louis Vuitton, maison che ha trasformato la pelletteria da viaggio in un elemento imprescindibile della propria brand identity.

Affermare che Virgil sia un jet-setter sarebbe riduttivo, anche perché l’idea di rompere le barriere e oltrepassare confini—che fossero quelli di Paesi, estetiche, culture, generi o etnie—è stata al centro della sua pratica da sempre, soprattutto rispetto al suo lavoro presso la casa di moda francese.

La collezione F/W21 del designer di Chicago continua ad esplorare questi concetti di spostamento ed escapismo, applicati sia ai confini delle nostre case sia a quelli delle strutture sociali in cui siamo immersi. Ambientata in quella che assomiglia ad una lounge di prima classe, pavimentata in marmo malachite, la sfilata era presieduta dalle figure di Saul Williams e Yasiin Bey (AKA Mos Def), i quali hanno performato come modelli correndo frettolosamente verso i propri gate immaginari.

L’idea dietro alla collezione era quella di esplorare il simbolismo insito nel nostro vestiario e i bias, i pregiudizi e i preconcetti a cui ci pieghiamo quando etichettiamo qualcuno solamente guardando le apparenze. “La collezione vuole gettare luce e neutralizzare i pregiudizi che creiamo quando permettiamo che certi codici costruiscano degli archetipi stereotipati. Possiamo modificarli iniziando ad associarvi valori umani, e non preconcetti,” si legge sulle note della sfilata. “Il messaggio è umanitario: permettere le stesse opportunità, sogni, e libertà ai bambini di qualsiasi etnia, genere e sessualità. Soprattutto nel momento in cui chiediamo loro: “Cosa vuoi essere da grande?”

La collezione strizzava l'occhio ai classici tropi sartoriali: cowboy Stetsons, silhouette urbane, gilet da guardia di sicurezza, cappotti, denim e cappellini da baseball. Tutti vestiti che tendenzialmente incarnano un'identità, uniformi che indicano una professione, vestiti che diventano cifre identificative e che ci possono portare ad immaginare quale musica preferisce ascoltare o quali valori possa avere chi li indossa. Spesso, presunzioni di questo tipo si rifanno a specifici background culturali, al genere e alla sessualità. Oppure, come dice Virgil, sono "pregiudizi inconsci instillati nella nostra psiche collettiva da norme arcaiche della società.”

In altre parole, Virgil ha cercato di stravolgere e poi ricontestualizzare questi tropi archetipici, mescolando giocosamente i riferimenti per creare un complesso di personaggi stravaganti, difficili da incasellare. Non c'era un look preciso, piuttosto uno spettro di stili individuali e personaggi enigmatici, ognuno con indosso il timbro del monogramma di LV e adornato con tessuti ultra-lussuosi e borse sfavillanti, decorate con vivaci aforismi concepiti dall'artista Lawrence Weiner.

La stoffa Kente, un cenno all'eredità ghanese di Virgil, è stata remixata da un tartan scozzese, drappeggiata su felpe con cappuccio, denim e capi sartoriali. Silhouette di fiori giganti si estendevano dai colletti dei cappotti, mentre minuscole statuette di aeroplani sostituivano i bottoni di cappotti e giacche. C'erano un milione di cose da guardare, ma nessuna di queste poteva lasciarti un'impressione generale della persona che le indossava, tranne, forse, il fatto che ognuno di questi personaggi non necessita in alcun modo del tuo giudizio.

Essendo uno dei pochi designer neri alla guida di una delle case di moda europee più rinomate, gli eventi accaduti nei mesi successivi alla sua ultima sfilata non sono passati inosservati a Virgil. In tutto il mondo, le proteste per Black Lives Matter hanno chiarito quanto ancora resta da fare per la lotta contro il razzismo. Uno dei riferimenti chiave per la collezione di Virgil era il saggio di James Baldwin del 1953 Stranger in the Village, che esplorava le sue esperienze da uomo nero sia in America che in un piccolo villaggio svizzero (un prologo della sfilata vedeva Saul Williams attraversare le Alpi innevate, seguito da un cast di pattinatori sul ghiaccio neri). "Il saggio di Baldwin tratta anche di come ci si sente ad essere un artista nero in un mondo d'arte creato da una prospettiva europea bianca,” proseguono le note dello spettacolo.

È difficile non leggere la collezione come una rivendicazione personale di Virgil, e tutto questo solleva alcune domande interessanti: perché le persone sono così veloci a liquidarlo come designer? Perché certi vestiti significano certe cose? Perché questi significati cambiano se indossati da persone diverse? Essere "normali” è esclusivamente per i più privilegiati? Come affermano le note di sfilata: "Dopo gli eventi del 2020, la collezione propone l'idea di creare una "nuova normalità" in cui possiamo liberarci dal pregiudizio che costruiamo attorno alle persone, alle idee e all'arte.”

Teniamoci i vestiti, cambiamo i valori.

Louis Vuitton FW21 Menswear Review
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