Perché continuiamo a patologizzare comportamenti assolutamente normali?

Riducendo le malattie mentali a frasi sensazionalistiche, i social media ci stanno portando a diagnosticare (e diagnosticarci) patologie che non esistono.

di James Greig
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12 maggio 2021, 4:00am

Il tuo hobby preferito durante l’adolescenza era leggere? Ecco, quelle ore passate a leggere Harry Potter erano evidentemente un modo per dissociarti da un ambiente tossico (ah, e diciamo addio alla convinzione che JK Rowling sia una bella persona). Ti dimentichi di rispondere ai messaggi dei tuoi amici? Beh, è ovviamente colpa di un trauma passato, e non c’entra niente il fatto che vivi in una società che preme affinché le persone siano costantemente reperibili. Cosa aspetti? Devi trovarti un terapeuta online per risolvere tutti questi problemi. Ah, e se fai fatica a rimanere concentrato a lavoro mentre ti occupi per otto ore di compiti noiosissimi, sicuramente c’è qualcosa che non va con i neurotrasmettitori nel tuo cervello.

Se fai una ricerca su Internet, qualsiasi cosa tu faccia è una prova inconfutabile di una patologia psicologica che non ti hanno mai diagnosticato. Se da un lato i social media possono essere una risorsa utilissima per persone con ADHD (Disturbo da Deficit di Attenzione Iperattività) o affette da una qualche forma di autismo, facendo sì che patologie per cui si fa ancora fatica a ricevere una diagnosi per tempo (soprattutto tra le donne) ricevano visibilità e sensibilizzazione, dall’altro lato un flusso eccessivo di (dis)informazioni senza regole può comportare gravi danni.

Tra Instagram, TikTok e Twitter, le persone che si autodiagnosticano qualsiasi patologia a partire dall’analisi di normalissimi comportamenti quotidiani è in continuo aumento: da qualche parte su internet, ci sarà sempre qualcuno pronto a dirti che si tratta di un sintomo di una qualche condizione medica. “Capita che i dottori vengano criticati per medicalizzare cose normali, ma anche la gente spesso lo fa,” ha detto a i-D il Dr Jon Van Niekerk, che lavora per il Royal College of Psychiatrists

“Il problema con le diagnosi online e con le persone che si spacciano per esperti di salute mentale quando non lo sono è che questo contribuisce a creare ancora più ansia: se prendi certe diagnosi sul serio, potresti credere di essere affetto da qualcosa che non hai e patologizzare qualcosa che di patologico non ha niente,” continua. Inoltre, questo comportamento “dà rassicurazioni a chi è alla ricerca di risposte facili, ma in realtà non è di questo che ha davvero bisogno. Spesso, quando le persone vanno dal medico di base o da professionisti della salute mentale vengono sottoposti a test fisici per accertarsi che i supposti sintomi non siano dovute a problemi fisici non ancora diagnosticati.”

Ad esempio, l’idea che l’ADHD sia qualcosa di relatable è addirittura diventata oggetto di meme. È fin troppo facile guardare i sintomi e pensare: “Ah sì, questo sono io!”, specialmente quando sono presentati senza un contesto. Ma la verità è che a chiunque capita di avere difficoltà a concentrarsi o di essere distratto—a chi non è mai successo di perdere le chiavi o arrivare tardi a un appuntamento? Avere una manciata di sintomi di una sindrome, però, non comporta una diagnosi; ma è un attimo arrivare a quella conclusione con i test di personalità in stile BuzzFeed, dove ti viene detto che “se hai (x) allora sei (y).”

“I disturbi fanno parte di uno spettro,” spiega Dr Van Niekerk. Prendete come esempio il DBP (Disturbo Borderline di Personalità): “Essere una persona impulsiva e avere qualche volta sbalzi di umore, soprattutto quando sei teenager, è parte di una normale crescita e non vuol dire che hai il disturbo borderline di personalità o che sei un narcisista patologico. Ci sono tantissimi fraintendimenti in quest’ambito.” 

Da sempre i social media incentivano generalizzazioni e convinzioni riduttive dei disturbi, e di rimando appiattiscono e cancellano tutte quelle specificità necessarie quando si parla di salute mentale e neurodivergenza, trasformandoli in discorsi qualunquisti. È infatti impossibile affrontare questo tipo di argomenti con la dovuta attenzione in un video da 60 secondi, con un’infografica da 10 slide o in un micro-post di 280 caratteri. Secondo la Dottoressa Natalie Hendry del Digital Ethnography Research Centre alla RMIT University a Melbourne, e co-aurtice di un nuovo libro che parla di Tumblr, questo effetto riduttivo è dovuto a una serie di fattori. 

La causa principale è individuata nel solito nemico pubblico numero uno: il capitalismo. “Ogni volta in cui viene creato uno spazio sui social media per parlare di questi argomenti, salta fuori anche un nuovo mercato da cui trarre profitto,” dice. “Su TikTok, le persone sono ossessionare dal reddito passivo. Con la perdita di lavoro e salario conseguente alla pandemia, stanno cercando nuovi modi per mantenersi.” E un modo potrebbe proprio essere quello di capitalizzare sul proprio ADHD creando worksheet con Canva per pianificare la giornata, oppure vendere diari con delle belle grafiche in modo che possano aiutarti a superare un trauma. “C’è un vero e proprio settore mercato costituito da persone che condividono tra loro trucchi e consigli sulla salute mentale.” Questa bolla—e i relativi giri finanziari—va di pari passo con la cattiva abitudine di diagnosticare disturbi psicologici e disabilità a persone sconosciute. E anche se a volte c’è dietro una genuina volontà di supporto, è importante ricordarsi che alcune delle persone coinvolte sono spinte da interessi meramente monetari.

Soldi e fama potrebbero spiegare le ragioni che muovono influencer e content creator, ma non bastano a capire perché orde di utenti partecipino a questa farsa. È come se ci fosse un desiderio collettivo di interpretare e legittimare i propri comportamenti medicalizzandoli. Secondo P.E Moskowitz, autrice della newsletter di psicologia MentalHellth, questo fenomeno è strettamente legato alla nostra società, più che a disequilibri chimico-biologici nel nostro cervello.

“Penso che le persone si sentano sopraffatte dal caos e dalla solitudine incentivate da Internet e dalla società. Se hai tra i 18 e 19 anni e vivi in periferia, non hai contatti con una vera comunità, e la tua comunità diventa quella online. Ma la dimensione web è uno spazio davvero confusionario,” dice. “Ho la sensazione che questa smania di infilarsi in categorie basate su specifici disturbi della psiche sia dovuta alla necessità di riconoscersi in una comunità di appartenenza.” Alla fine, è davvero un comportamento così negativo? Certo, siamo d’accordo sul fatto che bisognerebbe spingere i giovani a cercare un aiuto concreto offline, ma siamo onesti: spesso questi metodi “più legittimi” non sono accessibili. Lo riconosce anche il Dr. Van Niekerk: per fare in modo che le persone possano ottenere l’aiuto di cui hanno bisogno “dobbiamo spingere i governi a fornire le risorse di cui la gente necessita,” afferma. Forse, la realtà dei fatti, e che dobbiamo in qualche modo accettare, è che queste comunità, per quanto confusionarie, sono comunque la prospettiva migliore per molte persone.

“Ritengo sia fantastico riuscire ad avvicinarsi ad altre persone e trovare una comunità di riferimento con cui condividere i propri traumi e sentire che i propri casini e le proprie inettitudini sono comprese,” sostiene P.E. Il problema, però, è che questo mutuo riconoscimento può portarci a pensare che il problema sia intrinseco in noi, che sia una nostra caratteristica, una parte immutabile della nostra personalità. “Ci sentiamo isolati. Se sempre più persone si sentono così disadattate nel vivere la propria quotidianità al punto da ricorrere all’utilizzo di farmaci, allora dovremmo renderci conto che sta succedendo qualcosa di più grande a livello di collettività, che non ha niente a che fare con la composizione chimica del nostro cervello.”

In passato, le critiche a questa tendenza a patologizzare qualsiasi comportamento sono arrivate dalla destra conservatrice. Secondo la Dottoressa Hardy, infatti, non si tratta di discorsi nuovi. “C’è un libro del 1966 molto amato dai conservatori, intitolato The Triumph of the Therapeutic (Il Trionfo delle Pratiche Terapeutiche) di Philip Rieff,” spiega. “Sostiene che, dato che la psicologia ha assunto sempre più rilievo nel mondo occidentale, le persone hanno iniziato a tentare di spiegare sé stesse guardando ai propri mondi emotivi, ma usando idee e linguaggi presi dalla psicologia.”

Nel frattempo The Triumph of the Therapeutic è stato ripubblicato dalla stampa conservatrice ISI books, dato che la sua narrativa risulta molto attuale per via dei concetti che utilizza, come ‘snowflake’, ‘vulnerabilità’ e ‘trigger’.” Idee che fanno parte tutt’ora dei discorsi delle frange conservatrici, dove è pratica accettata prendere in giro i safe space, i vari trigger warning messi all’inizio di post e video, e in generale ogni forma di patologia, presupponendo che le persone stiano esagerando il loro bisogno di attenzione. 

Ma esistono modi di criticare questa cultura senza comportarsi come un troll di destra. Qualsiasi sia la tua opinione sulla patologizzazione di comportamenti normali, bisogna sempre partire dal presupposto che quando una persona comunica di stare male bisogna crederle—specie nel 2021, anno in cui la sola certezza che abbiamo è che virtualmente qualsiasi persona attorno a te sia in uno stato si agonia spirituale. 

“Il capitalismo fuori controllo ormai trasforma la vita di tutti in disperazione,” dice P.E. “Ogni persona si sente sola. Ma per qualche ragione la gente non riesce a connettere i puntini. Il motivo per cui la gente si sta fondamentalmente suicidando calandosi quantità smisurate di oppiacei, è la stessa per cui si sentono inadeguati tutto il giorno tutti i giorni, e che ti fa sentire di aver bisogno di psicofarmaci. I nostri cervelli non sono fatti per vivere in questa società.” 

Quindi, se pensi di avere l’ADHD, il DBP o il PTSD, o leggi di qualcuno che dichiara di averla, non è detto che sia effettivamente così. Ci si può sbagliare, specialmente tenendo conto della quantità di informazioni sbagliate che circolano. Ma, di fatto, che una persona sospetti di avere un disturbo suggerisce che ci sia davvero qualcosa che non va e il suo malessere andrebbe preso seriamente. Perché dovresti sentire il bisogno di categorizzare il tuo comportamento, se non per la sensazione che ti manchi qualcosa o per il desiderio di capire come vivere in un modo diverso che non la renda così difficile?

Questo non vuol dire che le medicine non siano mai necessarie o utili, ma le risposte potrebbero non essere sempre di tipo medico. Il paradosso è che la cultura online del patologizzare finisce con il reiterare proprio il sistema tradizionale contro cui vorrebbe porsi.

L’esistenza di questo trend è di per sé indice delle conseguenze dell’inaccessibilità del supporto psicologico e del clima generale che ci porta a stare così male. Oltre al fatto che questa patologizzazione online può anche comportare un ostacolo al riconoscimento dell’influenza di questi stessi fattori esterni; mentre la nostra infelicità e inettitudine dovrebbero essere un monito a cambiare le cose. “Per me, piuttosto che colpevolizzarmi, è molto importante riconoscere i sintomi legati al mio ADHD come un segnale di qualcosa di sbagliato che esiste all’interno della società odierna e che mi spinge a funzionare come non vorrei,” dice P.E. “Al posto di farmi concludere che sono irreparabilmente difettoso, questa concezione mi permette di pensare che un mondo alternativo sia possibile e che possiamo costruire una società migliore, dove queste cose non saranno più un problema.”

Questo articolo è apparso originariamente su i-D UK.

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Crediti

Testo di James Greig

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