L'attivismo online è davvero attivismo?

Fare attivismo sui social non è sbagliato in sé, ma rischia di farci passare da un movimento all'altro in modo troppo veloce e superficiale, senza che si inneschino cambiamenti reali.

di Ella Glover
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01 settembre 2021, 11:48am

"Perché nessuno parla più di [inserire causa qui]?!", "[Inserire atrocità] è ancora in corso!", "Ecco tutti i profili che non hanno parlato di [inserire questione che è stata riportata da tutte le principali testate giornalistiche]”. Conosciamo bene queste frasi, che sono diventate sinonimo di attivismo online o slacktivism, una pratica diventata sempre più comune dall'inizio della pandemia.

In un momento in cui le proteste irl sono state vietate (anche se quelle battaglie sono ancora in corso) o comunque molto rischiose a causa della pandemia da Covid-19, non sorprende che la maggior parte dell'attivismo si sia spostato online. Eppure, ancora una volta, i social media sono riusciti a trasformare qualcosa di positivo in qualcosa di estremamente tossico, innescando uno tsunami di negatività. Ora l'attivismo non viene più percepito come una pratica da valorizzare e rispettare, ma come un passaggio obbligatorio, quasi scontato. E le famose frasi che citavamo all’inizio, per quanto possano sorgere da buone intenzioni, sono diventate lo strumento principale per fare vergognare le masse e costringerle a prendere sempre una posizione e a manifestare il loro impegno politico e sociale su Internet, offuscando il confine tra attivismo autentico, sentito e quello che è una risposta obbligata a una pressione esterna.

L’idea di fondo a questa dinamica è che, se non condanniamo pubblicamente una problematica o un accadimento e non militiamo per qualcosa sui nostri social, non siamo considerati veri attivisti, anche nel caso in cui decidiamo di manifestare direttamente in strada senza passare dalle piattaforme virtuali. Olivia Yallop—direttrice creativa dell'agenzia The Digital Fairy e autrice di Break the Internet, il "primo studio completo sulla cultura degli influencer e sull'economia dei creator”—afferma: “Dopo il 2020, la divisione (sempre in qualche modo deformante) tra il [nostro] sé online e la [nostra] identità offline è completamente crollata. La possibilità che tu possa pensare o fare qualcosa senza postarlo non è contemplata. Di conseguenza, credo che abbiamo raggiunto un punto di non ritorno della cultura di Internet: il significato dell'azione online ha superato il suo equivalente fisico, la condivisione online è ora l'attività primaria, tutto il resto cade in secondo piano."

Ma tralasciando quanto un gesto online possa sembrare d’impatto rispetto a un’azione irl, fare vergognare le persone al punto di costringerle a parlare di ogni singola causa o problema del mondo è una dinamica tossica. In primo luogo, perché la scelta di non esprimersi sulle proprie piattaforme digitali non implica necessariamente un disinteresse o una mancanza di azione reale; in secondo luogo, perché non tutt* hanno i mezzi o l'inclinazione per impegnarsi in un’attività di militanza sociale. Per alcune persone, questo è dovuto al privilegio dell'ignoranza, ma per altre, specialmente chi detiene un basso reddito, la disponibilità ridotta di tempo e risorse.

Daze Aghaji, attivista per il clima di 20 anni basata a Londra che manifesta insieme a progetti come Extinction Rebellion, è fermamente convinta che dovremmo tutt* considerarci attivisti.: "Ciascuno di noi dovrebbe avere il tempo di partecipare alla democrazia e alla nostra società, [ma] ci sono persone che oggettivamente non ne hanno, perché il mondo è impietoso nei loro confronti. Credo che le cose dovrebbero cambiare prima di tutto per rendere loro accessibile questo spazio.”

Secondo Francisca Rockey, geografa con sede a Londra, attivista per la sostenibilità e fondatrice di Black Geographers—organizzazione che lavora per arginare la cancellazione delle persone nere dalla geografia—non è scontato che tutti gli attivisti parlino pubblicamente del proprio lavoro, in particolare quelli che operano all’interno di realtà neutrali, come la BBC o il servizio civile, come anche le persone appartenenti a gruppi emarginati, che potrebbero essere particolarmente esposte a violenze e abusi online. "Se fai parte di un gruppo di persone vulnerabili, allora potrebbe essere davvero rischioso manifestare pubblicamente online", afferma Francisca. “Dobbiamo ricordare che le persone hanno una loro professione, e questo significa che devono stare attenti a come si espongono." Un ragionamento che molte persone non fanno quando esigono una dichiarazione da ogni persona politicamente progressista che seguono online.

E per coloro che invece hanno la possibilità di impegnarsi ed esporsi, è facile dimenticare che non tutti gli esseri umani sono programmati per affrontare questa costante raffica di informazioni e di interazioni. La pressione che proviamo nel destreggiarci tra una quantità infinita di ingiustizie, mentre ci preoccupiamo anche delle nostre stesse vite e dei nostri mezzi di sussistenza, racconta Daze, è davvero problematica. “Questo sistema carica un’ansia reale sulle persone che non hanno la possibilità, o non si sentono in grado, di affrontare così tanti problemi, perché, specialmente dopo questi ultimi due anni, stiamo tutt* provando una costante stanchezza emotiva. È così che si arriva a provare una sensazione di disperazione e di impotenza di fondo, perché è come se il peso del mondo fosse troppo da portare.” Aggiunge: "[La gente chiede] 'perché nessuno ne parla?', come se tutt* noi avessimo la capacità emotiva di tenere il mondo e tutti i problemi del mondo sulle nostre spalle.”

Olivia sottolinea che l'impatto psicologico esercitato da questi flussi infiniti di post traumatici che troviamo sui social, inframmezzati da fotografie di vacanze, aggiornamenti vari e auguri di compleanno, costituisce solamente un microcosmico all’interno di tutto ciò che i moderatori di contenuti affrontano quotidianamente. Le persone che si occupano di vagliare i contenuti online per YouTube e Facebook, infatti, sono molto più soggette a contrarre malattie mentali come PTSD e depressione. "Semplicemente, non siamo fatti per affrontare così tante micro interazioni digitali ogni singolo giorno,” afferma Olivia. "C'è una tensione di fondo che ha un impatto su chiunque eserciti il proprio lavoro attraverso Internet."

“È importante ricordare che non tutto l'attivismo accade esclusivamente online e che dare la priorità a questo rispetto al lavoro sul campo potrebbe diventare una tendenza controproducente.”

Come racconta Daze: "Arrivare costantemente al burnt out, commentare ogni minuto e cercare di essere coinvolti in una moltitudine di questioni sociali nello stesso tempo, non aiuterà a risolvere il problema." Ed è proprio questo il punto: ovviamente, prendere consapevolezza del proprio privilegio e metterlo al servizio della lotta alle ingiustizie del mondo è sempre giusto, e in un mondo migliore non dovrebbe essere necessario, ma dobbiamo iniziare a chiederci se spingere le persone a parlare di ogni questione sui social media sia qualcosa che possa portare davvero al cambiamento.

Inoltre, è importante sottolineare che l'attivismo online non è intrinsecamente una pratica sbagliata. Uno studio del 2020 ha rilevato che esiste una relazione positiva tra attivismo online e protesta offline per i cittadini che vivono sotto regimi oppressivi, aiutando i gruppi minoritari a "entrare in contatto tra loro e farsi ascoltare attraverso i social media." Un esempio, in questo senso, sono i movimenti femministi che mirano a denunciare e condannare le molestie sessuali, come il #MeToo.

Sravya Attaluri, il direttore creativo di Our Streets Now, campagna di sensibilizzazione ed educazione iniziata online per porre fine alle molestie sessuali pubbliche attraverso cambiamenti legislativi e culturali, sostiene a spada tratta questa correlazione tra attivismo online e offline. "Ho deciso di praticare l'attivismo digitale perché i social media sono un luogo in cui le voci delle minoranze non possono essere messe a tacere (o, comunque, è molto più difficile farlo) e si può raggiungere un pubblico globale," afferma. "L'attivismo digitale può anche rendere l’attivismo più accessibile alle persone disabili, che non possono protestare di persona."

Ma il modo in cui i social media incentivano le persone a passare da una causa all'altra prima di ottenere un qualsiasi cambiamento significativo risulta in netto contrasto rispetto al modo in cui agiscono gli attivisti sul campo. "Questa dinamica crea movimenti online molto reazionari, invece che guidati da reali obiettivi e soluzioni," afferma Daze. “Diventa un 'attivismo topico', che si concentra sugli argomenti di tendenza del momento per un paio di settimane, e poi passa al trend successivo, senza mettere in pratica un vero attivismo che non solo educhi le persone ma comporti un cambiamento reale.” E aggiunge: "Per me, la priorità è impegnarmi nelle cause per cui sto combattendo ora, e mostrarmi solidale con le persone che stanno facendo lo stesso per cause diverse." Francisca fa eco a questa visione: "Personalmente, credo che le persone che militano in maniera efficace siano quelle che stanno facendo attivismo sui temi che conoscono di più,” afferma.

Un altro problema con i social media in generale è che esercitano un appiattimento sui contenuti, in particolare quando si tratta di attivismo, costringendo gli utenti a confezionare le proprie battaglie in modo ordinato ed esteticamente piacevole per attrarre le masse. “L'architettura dei social media è antitetica all’approccio degli attivisti: ha una struttura verticale, manca di strumenti, presenta incentivi e sanzioni che condizionano gli utenti ad adattarsi allo status quo, è dominata da un algoritmo che favorirà sempre quei contenuti che fanno sentire gli utenti sentirsi soddisfatti piuttosto che a disagio," afferma Olivia. "Al posto dell’attivismo 'tradizionale' trasportato in digitale, otteniamo un suo equivalente svuotato e ottimizzato per i social media: l’infografica di Instagram." Francisca è d'accordo: "L'attivismo non è solo condividere qualcosa online, è lavorare all'interno della comunità e confrontarsi nella vita reale con le persone che [ti aiuteranno] a effettuare questo cambiamento," dice.

Ma il modo di oggi, in cui l'attivismo digitale si è trasformato in un buco nero sempre più ipocrita e pieno di sensi di colpa, sta spingendo le persone a esporsi online sempre e comunque, spesso a scapito della propria salute mentale e della unica causa stessa. Come osserva Olivia, "il concetto del 'chi tace acconsente’ è stato distorto per l’attivismo sui social media", aspettarsi una risposta costante dagli attivisti sortisce probabilmente un effetto più negativo che positivo, soprattutto quando si tratta di galvanizzare le masse.

Come osserva Francisca, se vogliamo davvero fare la differenza, "chi è interessato a impegnarsi attivamente e ne ha la possibilità, dovrebbe dedicare meno tempo a parlare di ciò che le persone non stanno facendo o a farle vergognare, e di più a fare la propria parte per ottenere effettivamente un cambiamento.”

Questo articolo è apparso originariamente su i-D UK.

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