Quelle volte che la moda si è intersecata con la Performance Art

Di moda, arte e corpo, e di come la loro relazione ha saputo tracciare un terreno interdisciplinare che sfida convenzioni e preconcetti. Ecco 6 casi iconici di questa ibridazione.

di Alexandre Zamboni
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29 luglio 2021, 10:37am

Know Your Fashion History è la rubrica di i-D che rintraccia i momenti salienti della storia della moda contemporanea, che ne influenzano e manipolano il presente determinandone spesso il futuro. Ogni articolo si propone di raccontare fenomeni legati all’industria della moda, i suoi personaggi chiave e le sue ripercussioni. Mai senza un pizzico di ironia.

Oggi indaghiamo il rapporto tra arte performativa e moda, che a partire dagli anni ‘90 ha conquistato lo spazio della sfilata, rivendicando una visione delle pratiche artistiche come collaborative e interdisciplinari, e intendendo il corpo umano come luogo privilegiato per una comunicazione evocativa.


Venezia, 15 luglio 2021. Nell'area delle Gaggiandre dell'Arsenale ha sfilato la collezione Haute Couture F/W 21 Valentino, battezzata Des Ateliers: una collezione polisemica che ha perpetuato il longevo dialogo tra arte e moda, due discipline e industrie che spesso si sono intersecate, producendo più e più volte risultati inaspettati.

Si è trattato di un vero e proprio statement artistico performativo, che ha onorato prima di tutto la necessità di un racconto corale all’interno del discorso moda, e che ha rinnovato una conversazione in atto dai tempi di Schiaparelli e Dalì. Il rapporto arte/moda ha infatti uno storico sfaccettato, ricco e pieno di infiltrazioni da parte di entrambe le parti. L’arte arricchisce e stimola il potenziale evocativo della moda, mentre la moda funge da cassa di risonanza per l’arte, donandole quella spinta comunicativa e mediatica che richiama un pubblico più vasto ed eterogeneo.

Ma qual è il punto di incontro dove il dialogo diventa un discorso unico? Si tratta del corpo, il terreno di ricerca privilegiato della moda e uno dei mezzi attraverso cui l’arte contemporanea si è espressa dagli inizi del XX secolo con la Performance Art, resa in italiano come performance d'arte o performance d'artista. La commistione tra le due aree avviene quando gli abiti prendono vita e vengono presentati al pubblico attraverso format diversificati ma che possono essere tutti inclusi nell’ambito della performance.

Anni ‘90: la moda si avvicina alla performance art, e viceversa

Come ricorda la studiosa Jessica Bugg, sia nell’arte che nella moda il corpo funge da catalizzatore e spazio per la creazione e la comunicazione di un significato. Dagli anni ‘70 in poi, in seguito alla rivoluzione culturale del ‘68, il corpo diventa il focus di designer, artist* e performer, e la moda  diviene consapevole di essere una pratica essenziale nella costruzione dell’identità, nel senso più ampio del termine. Così, vediamo il format della sfilata modificarsi nel corso degli ultimi trent’anni, diventando teatro e luogo principe della sperimentazione visiva e della cosiddetta moda concettuale.

Designer come Alexander McQueen, Viktor&Rolf e Hussein Chalayan, hanno sfruttato il fashion show per esprimere la loro visione artistica e riflettere sui fenomeni della contemporaneità attraverso performance spettacolari, in cui spesso gli abiti erano una delle tante componenti del quadro. Proprio durante quei famigerati anni ‘90, la figura del designer si confonde con quella dell’artista e diventa difficile usare categorizzazioni ed etichette per definire i personaggi guida di questa nuova dimensione interdisciplinare. La performance art attira la moda e la sua natura disruptiva e cangiante, a cavallo fra teatro, danza, fotografia, diventa una magnete per designer in cerca di nuovi stimoli creativi.

Vediamo così la sacerdotessa della moda decostruzionista, Rei Kawakubo, collaborare nel ‘94 con Cindy Sherman per una serie di ritratti che sconvolgono il tradizionale concetto di fotografia di moda, dove l’artista americana interpreta una modella/clown dalle sembianze grottesche ed inquietanti. Nel frattempo, Leigh Bowery, performer controverso e adulato, utilizza proprio la moda per creare look trasgressivi ed estremi che influenzeranno più di un designer, ispirando menti ribelli e fuori dagli schemi, tra cui Rick owens, Charles Jeffrey e Richard Quinn. Sempre agli inizi degli anni ‘90 muove i primi passi la capostipite del flirt tra moda e performance art, Vanessa Beecroft, i cui tableau vivant diventeranno un espediente estremamente popolare tra gli stilisti, da Miuccia Prada a Helmut Lang.

Non si tratta di un rapporto di sudditanza da parte della moda, ma di un’alchimia che nasce dalla collaborazione tra due mondi complementari, a volte strumentale, a volte frutto di una sincera complicità. Noi abbiamo voluto indagare questo fenomeno, selezionando sei momenti che testimoniano il legame tra performance art e moda, tracciandone una breve storia.

Ecco quindi 6 sfilate in cui la moda e la performance art si sono intersecate

Vanessa Beecroft e la moda

L’artista di origini genovesi ha consolidato nel corso degli anni un rapporto privilegiato con i designer grazie alle sue opere dalla portata iconoclasta. Le performance di Beecroft mettono il corpo femminile al centro della conversazione attraverso composizioni di figure immobili istruite a non interagire con il pubblico e a rimanere impassibili. Come commenta l’artista “La moda è sempre stata alleata a perseguire un’immagine che fosse esteticamente più plausibile e meno prosaica,” e nel caso della collaborazione con Moncler Genius nel 2019 in occasione dell’apertura del pop-up store milanese, l’artista rievoca i suoi ricordi del brand di piumini, facendo indossare capi vintage alle modelle.

Anne Teresa De Keersmaeker e Maison Martin Margiela x H&M

Quando danza e moda concettuale si uniscono, spesso accentuano il potenziale evocativo l’una dell’altra, come nel caso della performance coreografata da Anne Teresa De Keersmaeker per l’evento dedicato alla collaborazione del 2012 tra H&M e il brand all'avanguardia per antonomasia, Maison Martin Margiela. La performance, avvenuta all’interno di un edificio spoglio di nove piani nel financial district di New York, ha catturato lo spirito non conformista del brand del designer belga, attraverso una coreografia spontanea in cui i ballerini si contorcevano e giocavano all’interno di quadrati di sabbia, indossando i capi della collezione.

Marina Abramović e Givenchy

Una collaborazione spesso nasce da un’amicizia, come nel caso di Riccardo Tisci, allora direttore creativo di Givenchy, e forse la più famosa performance artist al mondo, Marina Abramović, art director d’eccezione della sfilata S/S 16 della maison parigina fondata da Hubert. Le creazioni gotiche e sensuali del designer hanno preso vita all’interno di una cornice onirica, illuminata dai bagliori della Grande Mela riflessi sulle acque della Hudson River. Un momento di lirismo meditativo avvenuto in una data simbolica, l’11 settembre, in cui dei performer hanno compiuto una serie di riti simbolici, inni all’amore e alla fratellanza delle culture, mentre le modelle, evanescenti e altere, sfilavano su una passerella decorata con architetture effimere.

Marni e Michele Rizzo

Poche settimane prima che tutta Italia finisse nel vortice del lockdown il direttore artistico di Marni, Francesco Risso, designer da sempre vicino al mondo dell’arte contemporanea, invitava per la sfilata F/W 20 l’artista e coreografo Michele Rizzo, per esplorare la musica club trance al fine di elaborare una riflessione “sull'individualità e le modalità di collettivismo.” Ispirato al racconto La Maschera della Morte Rossa di Edgar Allan Poe, il rave psichedelico di Marni comprendeva la performance di ballerini posseduti che esaltavano la persistenza dello scorrere del tempo, mentre i modelli sfilavano indossando una collezione sostenibile incentrata sul concetto del frammento. 

Silvia Calderoni e Gucci

Gucci sotto Alessandro Michele può essere definito come un melting pot di influenze e riferimenti culturali, capace di coinvolgere praticamente tutti i nomi più interessanti e creativi del panorama artistico e musicale della contemporaneità. Tra le ultime collaborazioni troviamo quella con Silvia Calderoni, figura chiave del teatro contemporaneo italiano e attivista queer. La performer è protagonista dei sette episodi firmati dal regista Gus Van Sant, i quali compongono la miniserie Ouverture Of Something That Never Ended dello scorso novembre, un esperimento visivo metateatrale ambientata in una Roma felliniana. Silvia, attraverso gesti e azioni della quotidianità, invita metaforicamente gli spettatori a liberarsi delle etichette, e a vivere slegati dalle catene invisibili che ci portiamo dietro.

Burberry e Anne Imhof

Riccardo Tisci ha utilizzato anche Burberry come terreno per sperimentare nuove collaborazioni artistiche, come nel caso della performance In Bloom, un progetto che ha coinvolto musica, arte e moda in occasione della collezione S/S 21. L’artista tedesca Anne Imhof  ha coreografato e diretto un fashion film/sfilata, il cui palco era un bosco nella campagna inglese, teatro di una processione di modelli la cui meta finale era un'architettura circolare e complessa, in cui ballerini vestiti di bianco evocavano la performance di Imhof intitolata Sex, al ritmo dei sound rock della cantante Eliza Douglas.

Il futuro del fashion show e delle collaborazioni tra performance art e moda

La pandemia ha indubbiamente messo in discussione il tradizionale concetto di sfilata, sollevando quesiti su cosa significhi oggi comunicare al pubblico il proprio lavoro. Come abbiamo potuto constatare nell’ultimo anno e mezzo, infatti, il fashion film è diventato il mezzo più efficace per presentare una collezione, basti pensare ai videoclip futuristici di Mugler, allo scatenato turbinio di abiti da Kenzo, o alle pose di danza contemporanea di Dries Van Noten.

La performance art, così come la conosciamo, data la sua natura cangiante e riflessiva, ben si adatta al momento storico che stiamo vivendo, composto di certezze andate in frantumi e di rimessa in discussione di concetti obsoleti. Ecco che l’avvento del fashion film, sembra essere l’occasione giusta per il recupero di un concetto di sfilata intesa come performance artistica e luogo in cui rimettere il focus sul corpo e recidere i dogmi imposti a esso.

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Crediti

Testo di Alexandre Zamboni

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