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karl lagerfeld ha insultato più o meno chiunque in questa intervista

- Tra Virgil Abloh, Jacquemus e Jonathan Anderson, con chi andresti su un'isola deserta? - Mi ucciderei prima di partire.

di Ryan White
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20 aprile 2018, 10:01am

Fotografia di Karl Lagerfeld. The Royalty Issue, numero 318, 2012.

Oh, Karl Lagerfeld. Creatore di incredibili abiti. Amante dei gatti (ciao Choupette). Fan delle diete più assurde. Cosa sarebbe la moda senza di te? A te spetta l'onore di chiudere ogni anno la Paris Fashion Week e le tue sfilate sono cosi grandiose e audaci da far impallidire tutti i tuoi colleghi. Non sei mai stato uno che fa le cose in sordina, né tantomeno il tuo lavoro passa inosservato. Che si tratti di creare un set che ricordi una foresta, una navicella spaziale o l'Antica Grecia, Lagerfeld sa sempre come stupire il suo pubblico senza perdere neanche un grammo di eleganza. Ma le grandi sfilate sono fatte da persone con grandi (leggi: assurde) opinioni.

Sebbene non sia mai stato noto per le sue idee pacate, ma durante l'intervista con il magazine francese Numéro Lagerfeld ha superato se stesso e raggiunto nuove vette di menefreghismo totale. Sulla scia delle dichiarazioni su droga, morte e altre quisquilie rilasciate da Donatella Versace a SSENSE, lo stilista 84enne a capo di ben tre brand (Chanel, Fendi e il marchio che porta il suo nome) ha parlato approfonditamente di industria della moda, nuove generazioni di designer, Harvey Weinstein e #MeToo, modelli uomini, peli, Azzedine Alaïa e dei suoi potenziali successori al timone di Chanel.

Se non avete Numéro sottomano—o se non avete sbatti di leggere l'intervista per intero—trovate qui i punti salienti della chiacchierata tra lo stilista e Philip Utz.

Sul gestire tre brand contemporaneamente…
È stimolante. Tutti quegli stilisti che hanno dato l'esclusiva a un solo brand alla fine hanno perso la loro vena creativa. Rivisitano i grandi pezzi storici e finiscono per fare sempre le stesse cose, mordendosi la coda.

Sul significato di Coco Snow...
Il mio contratto con Chanel prevede che io disegni quattro collezioni all'anno—due ready-to-wear e due haute couture—ma in realtà tra pre-collezioni, collezioni cruise, Métiers d’Art, Coco Beach e Coco Snow ne faccio circa dieci. E ci tengo a rassicurarti, Coco Snow non è una capsule collection per cocainomani, ma una linea per la montagna e per gli sport invernali.

Sul luogo comune per cui i direttori creativi lavorerebbero troppo…
Personalmente, non mi sono mai lamentato. Ed è proprio per questo che tutti gli altri stilisti mi odiano. Sono fissati con le loro maledette "ispirazioni" e passano ore pensando a quale bottone scegliere o selezionando i bozzetti fatti dai loro assistenti. Mi fa infuriare. Io sono una macchina.

Sul suo arci-nemico Azzedine Alaïa...
Azzedine, ad esempio, aveva dichiarato che i ritmi apparentemente insostenibili della moda di oggi fossero completamente colpa mia, che è semplicemente assurdo. Quando mandi avanti un business che vale miliardi di dollari devi stare al passo.

Intervistatore: Ma non puoi negare che avesse talento.

Infatti non l'ho fatto. Non ho mai detto niente del genere. Non lo critico, anche se a fine carriera tutto quello che faceva erano scarpette da ballerina per fashion victim in menopausa.

Su Pierre Bergé, il co-fondatore di YSL...
Per il funerale di Bergé il mio fioraio di fiducia mi ha chiesto: "Vuoi che gli mandiamo un cactus?".

Su ciò che lo spinge a darsi da fare…
Il lavoro che faccio non mi dà soddisfazioni. Ed è questo che mi spinge a continuare, questa permanente sensazione di insoddisfazione e scontento.

Sui modelli uomini…
La moda uomo non ha una grande importanza per me. La compro ovviamente, e sono felicissimo che Hedi [Slimane] andrà da Céline, ma disegnare una collezione uomo e doverla poi far indossare a tutti quei modelli stupidi, no grazie. Per non parlare del fatto che tutte le accuse di molestie sessuali che hanno fatto stanno diventando una roba tossica. No, no, no, non lasciatemi da solo con una di quelle sordide creature.

Sul movimento #MeToo e Harvey Weinstein...
Mi ha stancato. Quello che mi lascia più di stucco in assoluto è che queste sedicenti celebrità ci hanno messo vent'anni a ricordare ciò che è successo. Per non parlare il fatto che non ci sono testimoni. Detto questo, non posso stare dalla parte del Signor Weinstein. Abbiamo avuto una discussione all'amfAR [Gala organizzato durante il Festival di Cannes come raccolta fondi per la lotta all'AIDS]...

Ho letto da qualche parte che adesso devi chiedere a una modella se si sente a suo agio mentre posa per te. Ma è troppo. Come designer, oggi non puoi più fare nulla. Io non credo a una sola parola delle accuse mosse al povero Karl Templar [direttore creativo di Interview], ad esempio. Una ragazza ha detto che lui ha provato a tirarle giù i pantaloni e lui è stato immediatamente sospeso, anche se fino a un attimo prima colleghi e insider lo veneravano. È incredibile. Se non vuoi che i tuoi pantaloni vengano tirati giù o su, non fare la modella! Fatti suora, un posto per te in convento c'è sicuramente.

Sulla vincitrice del Premio LVMH, Marine Serre…
Un metro e 50 di volontà di ferro.

Su Jacquemus…
Mi fa ridere, ed è anche piuttosto carino.

Su Jonathan Anderson…
A volte il suo approccio è troppo intellettuale—non c'è dubbio che io invece non abbia studiato abbastanza.

Su chi porterebbe con lui su un'isola deserta tra Virgil Abloh, Jacquemus e Jonathan Anderson...
Mi ucciderei prima.

Sui peli…
Diciamo che li ho dove dovrei averli. Ma non ho un petto villoso, ad esempio, né una schiena pelosa grazie a Dio!

Sulla sua situazione economica…
Ti dico subito che non sono il Bernard Arnault di turno. Non ho di certo 72 miliardi di euro in banca.

E di nuovo sui modelli di sesso maschile…
[Sébastien Jondeau, suo assistente personale da vent'anni] rappresenta il canone maschile opposto ai ragazzini macilenti che si vedono di solito sulle passerelle. Loro di certo non corrono il rischio di essere molestati. A dir la verità, quello di cui hanno davvero bisogno è un buon dentista.

Sull'essere considerato un genio…
Un genio? Sei tu che l'hai detto. Quando ero giovane mia madre diceva sempre che ero stupido. Mi chiamava "asino". Probabilmente tutto quello che ho fatto dopo è un modo per compensare.

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Qui trovate una riflessione più ampia sulla figura del genio eccentrico nell'industria della moda, figura incarnata alla perfezione da Herr Karl Lagerfeld:

Questo articolo è originariamente apparso su i-D UK.