questa fotografa usa la scala di colori pantone per parlare di razzismo

Servendosi del celebre sistema Pantone, Angélica Dass sta catalogando ogni sfumatura della pelle umana.

di André-Naquian Wheeler
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07 dicembre 2017, 8:30am

I colori usati per descrivere i vari toni della pelle sono insopportabilmente inaccurati: ricorrere a "bianco," "nero" e "giallo" quando si cerca di categorizzare un arcobaleno di identità ed esperienze è limitante e antiquato, specialmente perché viviamo oggi in un mondo sempre più multiculturale. Non solo le persone nere non sono davvero nere, ma le eredità culturali e identità razziali generatesi dalla diaspora africana sono molto più variegate di quanto il termine "di colore" possa sottintendere.

Angélica Dass è una fotografa basata in Spagna che vuole ampliare la visione che l'opinione pubblica ha di razza ed etnia attraverso il suo progetto Humanae. Scattato nell'arco di dieci anni—e non ancora terminato—il lavoro della Dass mira a catalogare ogni tonalità di pelle esistente attraverso il Pantone Matching System (classificazione standardizzata dei colori usata con particolare frequenza nel mondo del design e composta da 1.876 diverse tonalità).

"Nessuno dei colori [che ho fotografato] corrispondono alla definizione di nero, bianco, giallo o rosso," spiega Dass: l'esigenza è quindi quella di un linguaggio più accurato e inclusivo nella descrizione delle identità razziali.

Il minimalismo fa sì che il colore della pelle, in tutte le sue minime sfumature, sia il vero soggetto dei ritratti scattati dalla Dass. Le donne e gli uomini guardano con decisione all'obiettivo e sono posizionati davanti a uno sfondo dell'esatta tonalità della loro pelle, suggerendo all'osservatore quanto le nostre idee su etnia e razza siano spesso nient'altro che stereotipi.

Qui alcuni dei suoi ritratti più significativi!

Com'è iniziato il progetto Humanae?
L'ispirazione arriva dalle mie radici: sono la nipote di una donna "nativa" e la figlia di un uomo "nero" adottato da una famiglia di "bianchi." Quindi sono il mix di più etnie. Humanae è il mio personale tentativo di sottolineare il nostro vero colore e far capire alla società che la generica classificazione di rosso, giallo, nero e bianco è del tutto insufficiente. È un modo di sovvertire i codici razziali a cui siamo abituati.

Perché hai scelto il sistema Pantone come metro di riferimento?
Ciò che voglio fare è smantellare il concetto di colore associato alla razza e, inoltre, screditare il concetto stesso non solo di razza, ma anche di tutti i codici, pregiudizi e cliché che lo accompagnano. Per questo, non sarebbe stato logico lavorare con una scala di colori che lavora per percentuali, come i sistemi CMYK o RGB. Il Pantone è quello che nella mia esperienza ha una scala più neutra, in cui non c'è un colore che prevarica sull'altro. È una classificazione industriale, spesso associata alla praticità, all'equilibrio e alla ripetitività modulare. Un'altra caratteristica che mi ha fatto scegliere Pantone è la sua immediata riconoscibilità nel mondo del design, ma anche da parte della gente comune.

Qual è la tua tonalità di Pantone?
Il mio autoritratto è la prima immagine che ho scattato per questo progetto e corrisponde al Pantone® 7522-C. Ma ormai è passato qualche anno e il colore della mia pelle è cambiato, perché la nostra epidermide muta sensibilmente nel corso del tempo.

Definito da Alice Walker come un "trattamento pregiudizievole o preferenziale di persone della stessa razza basato esclusivamente sul colore della pelle," il colorismo è una pratica oggi socialmente inaccettabile ma comunque difficile da eliminare. Come ha influenzato Humanae?
Il punto di partenza di questo progetto si basa sul modo in cui le persone percepivano il colore della mia pelle e come questa percezione fosse sempre, irrimediabilmente colma di pregiudizi. Sebbene il colore della pelle sia uno degli strumenti principali su cui è fondato Humanae, la mia intenzione è quella di parlare di discriminazione in modo più generale. Le informazioni fondamentali che le mie immagini trasmettono sono quelle che non possiamo vedere: nazionalità, sessualità, religione, status economico e così via.

Che effetti ha su di te lavorare su un progetto così a lungo termine?
Humanae è una sorta di percorso d'apprendimento in cui ogni ritratto è unico e ogni conversazione irripetibile. Anche se a volte ho la sensazione di fare sempre le stesse cose, ogni esperienza è per me completamente nuova.

Qual è il messaggio che speri i tuoi ritratti trasmettano agli osservatori?
Vorrei che riflettessero sul modo in cui ci vediamo e in cui vediamo chi ci circonda. Inoltre, vorrei che la sensazione predominante nell'osservatore fosse l'empatia verso il soggetto ritratto, così che la fotografia diventi uno strumento istruttivo e stimolante.

Angelicadass.com

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Altro progetto fotografico che ci ha colpito per la sua profondità, questo:

Crediti


Testo André-Naquian Wheeler
Fotografia Angélica Dass