il cinema ha finalmente capito che cos'è il sesso queer

Grazie a "Sauvage", finalmente abbiamo visto un sex worker queer sul grande schermo, non un personaggio-macchietta creato solo per scandalizzare.

di Douglas Greenwood; traduzione di Gaia Caccianiga
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05 marzo 2019, 12:35pm

Nella scena iniziale di Sauvage vediamo un sex worker queer di 22 anni sdraiato su un lettino durante quella che sembra una visita medica. "Inspira, tieni la bocca aperta," sentiamo dire da un uomo vestito da dottore, prima che chieda a Leo di spogliarsi per un controllo più approfondito. Sembra tutto nella norma, fino a quando la facciata professionale del medico svanisce e i due iniziano a fare sesso. Dopo qualche ripresa, vediamo Leo che accetta una mazzetta di contanti dall’uomo di cui ha appena soddisfatto le fantasie.

Non c’è vergogna nello scambio, ma una carnale bellezza reciproca. Mentre Leo va verso la porta, il "dottore" fa una domanda che chi lavora nel settore del sesso si sente fare di frequente: Leo bacia i suoi clienti? "Sì," gli risponde, "ma deve venirmi spontaneo." Cosa molto rara nei film che parlano di sex work, il protagonista di Sauvage vuole che dall'atto scaturiscano piacere e soddisfazione, nonostante per lui il sesso sia (in quella sede) solo una transazione economica.

Al cinema e in televisione non serve cercare a lungo per trovare sex worker (queer o no, poco importa) usati come esempio di un comportamento sbagliato, e nient’altro. Per anni sono stati solo personaggi di sfondo, quasi un indizio fornito allo spettatore per avvertirlo che stava per addentrarsi in un oscuro mondo di vergogna e oppressione. "Una delle prime volte in cui ho sentito parlare di sex worker queer sui media mainstream è stato quando sono stati usati come battute in un programma tv," ci racconta Fawn, un cam-model diciottenne che non si riconosce nella binarietà di genere. "Una volta si scherzava senza problemi sull’arresto dei sex worker gay."

Ovviamente, in Sauvage non mancano i richiami a quell'universo fatto di malessere e cliché. Ma quasi tutti i film che fanno parte di questo sotto-genere (Belli e Dannati di Gus Van Sant e Mysterious Skin di Gregg Araki inclusi) cercano di mettere in luce tale aspetto. La chiave del successo? Narrare tutto in maniera rispettosa. Nel caso di Sauvage—film che racconta la quotidianità di Leo proprio mentre lui cerca di scappare dalla situazione in cui si trova—la prostituzione è vista sia come trappola che liberazione. Per quando Leo voglia lasciarsi tutto alle spalle, rimane comunque un giovane che è stato allontanato dalla famiglia e dagli amici dopo essere diventato tossicodipendente. Dove può trovare legami emotivi, se non con i suoi clienti?

Fino ad oggi, la rappresentazione dei sex worker queer al cinema è sempre stata sommaria e semplificata. L'industria ha l’abitudine di dipingere i personaggi queer, soprattutto quando si tratta di sex worker transgender, come persone arrendevoli e senza alcun controllo sui loro corpi. Lo si può vedere in Dallas Buyers Club, un dramma che parla dell’AIDS in cui l’unica donna transgender è Rayon, una sex worker che ha contratto il virus dell’HIV. L'interpretazione è valsa a Jared Leto un (controverso) Oscar, provando ancora una volta che le vite di queste persone sono interessanti per il pubblico solo se c’è di mezzo un sacco di sofferenza, quando i pericoli e le realtà dell’HIV rendono queste storie interessanti per persone che non corrono questi rischi. Fawn ha notato anche questo: “Si cade nel cliché della dipendenza da sostanze o dell’abuso, o diventano una barzelletta” dice. Vedere qualcuno felice che vive una “vita normale” è molto meno comune. Ma è uno stereotipo che il cinema e la televisione di adesso stanno iniziando a sfatare.

La ventenne Elin fa la sex worker dall’inizio dell’anno, e la sua prima esperienza con la prostituzione queer sui media è stata con la serie sci-fi vincitrice di Golden Globe “Orphan Black”, dove Felix, un artista gay è il braccio destro di Sarah, la ribelle cyborg protagonista. A soli 23 anni, è la sua fidata voce della ragione. “Alcuni miei amici hanno visto la serie ma non hanno notato che [quando Felix faceva sesso con altri uomini], veniva pagato,” racconta Elin. “É un particolare minuscolo, ci sono cose più importanti che lo riguardano, come la sua arte e il rapporto con la sua famiglia.”

Ma mentre Orphan Black e Felix riescono a scindere con successo le prestazioni sessuali a pagamento dalla persona stessa, con una vita al di là della sua professione, c’è un film che porta avanti l’argomento in un modo diverso. “Tangerine”, successo dormiente di Sean Baker a Sundance, dà importanza e carattere ai sex worker queer: persone che di solito vengono viste come un semplice dato statistico. Uscita nel 2015, la storia segue Sin-Dee e Alexandra, una coppia di sex worker transgender che, dopo aver scoperto che Sin-Dee è stata tradita, uniscono le loro forze per scovare l’ex ragazzo stronzo che l’ha fatta soffrire.

Anche se è un ragazzo gay, al contrario delle protagoniste di “Tangerine”, Bruce, uno studente di belle arti di Londra che si è pagato l’università lavorando come escort, pensa ancora che “è un’opera importante per [lui], perché si concentra sulle amicizie che nascono tra sex worker queer, e sul sostegno che si ottiene grazie a esse.” Il film è prima di tutto una commedia, ma cattura anche l’importanza dei legami che si formano tra sex worker. “É un tipo di legame diverso, di cui non si parla mai,” aggiunge Bruce, che ci tiene a sottolineare come lui stesso usi la sua arte per parlare di questo argomento che viene spesso ignorato, definendolo “un bellissimo sistema di supporto di cui tutti abbiamo bisogno”.

Mentre la rappresentazione concreta di sex worker maschi e transgender è ultimamente in crescita, c’è ancora uno strano vuoto nel mercato cinematografico per quanto riguarda le storie di donne lesbiche cisgender nello stesso ambito. Assieme alle transgender, sono senza dubbio i membri della comunità LGBT più feticizzati, ma i registi sembrano ignorare il bisogno di una rappresentazione più chiara e veritiera per queste donne.

Un’anomalia nel genere del queer sex work, Concussion è una pellicola del 2013 che parla di una casalinga borghese che, dopo aver sofferto un lieve trauma cranico, decide di diventare una escort lesbica. Ha numerose clienti e sono tutte donne femme, convenzionalmente attraenti. Quando è uscito il film, in un’intervista con il sito After Ellen, la sex worker Andi ha dichiarato che questa era la parte più inverosimile della storia. “Ci sono moltissime prostitute lesbiche, ma pochissime clienti che lo sono realmente” ha detto. “Se vedi una donna, il 99.9% delle volte c’è anche il suo partner con lei, e spesso è coinvolto.”

É un esempio di come, nonostante l’aumento di personaggi diversi e complessi, ci sia ancora del lavoro da fare per quanto riguarda le storie che si raccontano e le persone che le narrano. La cose che rende Tangerine di Sean Baker così interessante è che lui, un uomo etero, bianco e cisgender, è riuscito a parlare delle vite di due sex worker transgender nere così bene. Il motivo più ovvio è che le sue geniali attrici protagoniste, Kitana Kiki Rodriguez e Mya Taylor, hanno fatto la maggior parte del duro lavoro. Allo stesso modo, Sauvage funziona perché le persone che lo hanno realizzato -- il regista esordiente Camille Vidal-Naquet e il premiato protagonista di 120 BPM, Felix Maritaud -- non sono esattamente voyeurs, ma parte dell’argomento del loro lavoro. Quando le persone queer girano film per le persone queer il risultato è sempre più autentico, semplicemente perché ci sono meno scuse hypothetical plots or bare-faced fiction.

Con pellicole come questa, che cercano di sfatare i miti sulle vite dei sex worker queer, siamo forse sulla strada per vedere opere migliori che parlano della comunità LGBT? “Più o meno,” dice Elin, sapendo che l’accettazione verso opere che parlano dell’intera comunità possa aiutare a mettere in luce argomenti di solito meno discussi. Ma questo dipende da una cosa che spera che tutti noi ricordiamo: “É importante che la gente capisca che non solo siamo esseri umani degni di empatia, ma anche che lavorare nell’ambito del sesso non vuol dire toccare il fondo,” ci dice. “Ci sono persone che intraprendono questa strada non solo per necessità, ma perché lo vogliono fare davvero.” Quando il cinema riuscirà a parlare di questo avremo vinto.

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Questo articolo è originariamente apparso su i-D UK