femminista e atea: "chi sono io per decidere cos'è la libertà?"

Lottare per i diritti di TUTTE le donne non è così facile come sembra.

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07 marzo 2018, 2:53pm

Manifestante durante le proteste contro il Muslim Ban.

Negli ultimi anni, e ancor più negli ultimi mesi, il tema dei diritti delle donne si è fatto sempre più urgente e diffuso. Ma la strada da fare per approdare a una vera uguaglianza è ancora molta. Per questo, noi di i-D abbiamo scelto di dedicare la settimana dell'8 marzo alle donne che oggi lottano per rendere il mondo un posto migliore per tutte noi, lasciando spazio alle loro voci e ai loro racconti.

Sodfa Daaji è presidente della commissione uguaglianza di genere e coordinatrice del Nord Africa del movimento dei giovani africani ( Afrika Youth Movement ). È inoltre membro del Network delle Donne Migranti ( ENOMW ) con sede a Brussels.

Negli ultimi anni il femminismo è tormentato dal concetto di intersezionalità, secondo cui razza, etnia, sessualità, classe ed età non sono aspetti separati gli uni dagli altri, ma elementi in stretta correlazione tra loro. Per farla breve, il femminismo ha bisogno di essere inclusivo.

Ho iniziato a militare come femminista all’età di 16 anni e ho sempre pensato di far parte del cosiddetto femminismo intersezionale. D’altronde, da tunisina nata e cresciuta a Roma, ho sempre sentito la necessità di portare sul tavolo del dibattito la voce delle minoranze anche se, in tutta onestà, non ho mai creduto di essere una minoranza—almeno non qui in Italia. Eppure, negli ultimi otto anni mi sono ritrovata a condurre battaglie di donne che non hanno mai richiesto il mio intervento. Soprattutto, nel condurre queste battaglie ho finito per ridefinire, con prepotenza, la loro libertà, ergendomi a paladina alla ricerca di donne oppresse che necessitavano del mio aiuto. Ma io, a queste donne, non ho mai chiesto cosa fosse per loro la libertà, finendo per pensare che l’idea di libertà, quella giusta, l'avessi io.

Ed è questo, a mio parere, il problema più grande del femminismo intersezionale.

Le femministe militano perché credono fortemente nell’uguaglianza tra i generi. Ma il loro attivismo è plasmato dalle esperienze personali, dall’ambiente che le circonda, dal timore e dal senso di ingiustizia scaturito dal sistema patriarcale. La paura induce alcune di noi a reagire nel tentativo di apportare un cambiamento, e le azioni a volte sono una terapia al proprio vissuto.

Tutte noi diciamo di credere all’uguaglianza, ma questa consapevolezza si innesca solo dopo anni di attivismo, quando i piccoli risultati ottenuti portano alla speranza che un cambiamento reale possa avvenire davvero. Ma quanto è inclusivo il cambiamento? E soprattutto, quanto costa il cambiamento? Per alcune il cambiamento arriva ad altissimo prezzo, in particolar modo se la loro voce non riesce ad avere impatto e viene sovrastata da chi sgomita per far sì che le proprie battaglie siano universali. E di questo ho peccato tanto, sfortunatamente.

L'idea di uguaglianza è stata il motore che mi ha aiutata ad affrontare quella che, ai miei occhi, era la violenza generata dalla mia cultura di origine. L’idea di essere definita in base a ruoli tipici dati a una donna mi agghiacciava, così come rifiutavo ogni concezione dell’uomo come educatore della donna. A plasmarmi è stata sicuramente la mia infanzia in Italia, ma anche gli episodi di violenza che hanno caratterizzato i miei primi 15 anni di vita. Non sapevo più come scrollarmi di dosso quel senso di paura e di terrore, di obbedienza forzata che si deve agli uomini, quel rispetto che io sentivo di non provare. La mia età non aveva importanza: sentivo che il rispetto doveva essere reciproco, ma così non era. La ribellione, in quegli anni in cui tentavo di capire chi realmente fossi senza influenze religiose e culturali, mi aveva resa una pecora nera in una famiglia a maggioranza femminile che però non voleva saperne di cambiare. Quel percorso d'introspezione è stato travagliato, e a distanza di otto anni porto ancora con me gli strascichi delle conseguenze derivate dalle mie scelte. Sapevo che varcare la soglia della mia libertà personale avrebbe significato diventare una minoranza a tutti gli effetti: non in Italia, ma in Tunisia, il mio paese di origine.

Ogni passo compiuto nel mio percorso femminista verso la libertà—almeno quel tanto che bastava per guardarmi allo specchio e dire: "Sono me stessa davanti a tutti, senza paura"—mi aveva fatto pensare che altre donne necessitassero del mio aiuto. In particolare, la mia attenzione si è concentrata sulle donne musulmane. Pur avendo seguito con interesse le teorie del cosiddetto femminismo islamico, la mia idea era che il loro fosse solo un tentativo malato di giustificare l'oppressione. Una sorta di "siamo libere nella nostra oppressione, accettatelo." Ma per me era impossibile concepire che ci fossero donne costrette a vivere in un sistema la cui interpretazione era stata data dagli stessi uomini per facilitare la loro "superiorità". Ero finita nella trappola del confondere cultura e religione, tradizione e storia personale, creandomi un'idea di libertà che mi sembrava universale e talmente ovvia da non poter non essere condivisa e accettata dalle altre donne. Avevo finito per trasformare la mia personale idea di femminismo in un movimento di donne fatto solo per alcune donne, alla faccia dell’intersezionalità.

Fino a due anni fa, i miei discorsi e i miei pensieri avrebbero fatto impallidire la me di oggi, consapevole degli errori commessi, mentre tentavo di determinare la mia identità. Ragionavo e militavo secondo classificazioni che non accettavano sfumature, scartando a priori la possibilità che vi fossero tanti tipi di femminismi ed altrettanti tipi di donne libere.

La donna musulmana con il velo poteva essere inclusa nel dibattito, ma solo in quanto donna che necessita di un intervento per essere salvata dall’oppressione. La donna musulmana laica, invece, ai miei occhi doveva solo compiere l’ultimo passo che l’avrebbe liberata completamente, ovvero scegliere se essere credente o meno. Tutto questo non descrive minimamente l’intersezionalità, ma un attivismo colonizzatore che per anni ha avuto un forte impatto, sulle giovani arabe e musulmane di seconde generazioni soprattutto.

Tra l'intersezionalità teorica e il suo riscontro pratico c’è un abisso, e nel mezzo si trovano queste donne coraggiose, a cui sembra che tutta la società—sia quella di origine, sia quella di residenza—chiedano loro di prendere posizione, ritrovandosi a militare su più fronti contemporaneamente per ottenere il semplice diritto di essere riconosciute come donne musulmane e libere. Donne che si battono per poter finalmente vivere senza il giudizio di chi presente d'imporre su di loro il concetto di libertà. La verità è che queste ragazze non hanno mai chiesto di essere salvate, né tantomeno di essere appoggiate, ma semplicemente di riconoscere loro il diritto di essere loro stesse, di vivere la tradizione o la religione non come una condanna, ma come una libertà.

La verità è che tendiamo tutti a vivere secondo classificazioni, date dalle nostre conoscenze e da ciò che ci circonda, e ci sembra strana l’esistenza di identità miste.

L’idea della libertà è la nostra, e con molta facilità dibattiamo di donne saudite o di donne indiane, discutiamo di abbigliamento e di possibilità offerte alle donne in un capo e l’altro del mondo, senza guardare quel che ci accade attorno. Io stessa mi batto per una sessualità attiva e libera, ma non mi sono mai presa la briga di farmi portavoce di coloro che credono nella verginità, che sia per tradizione, decisione personale o motivi religiosi. Davvero per condurre la nostra battaglia dobbiamo incastrare all’angolo tutte coloro la cui identità si discosta dalla nostra? Fondamentalmente, la ragazza che crede alla verginità fino al matrimonio lede la mia battaglia di una sessualità libera senza giudizi? Assolutamente no, soprattutto perché chi sono io per definire quale libertà sia la priorità?

Fino a due anni fa, per farmi spazio in quella sfera di minoranza nella quale mi sento incastrata nel mio paese di origine, ho finito inevitabilmente per spingere all’angolo quelle donne che riflettevano ciò che io stavo combattendo, e non perché fosse a priori sbagliato, ma perché ledeva semplicemente me. Mi sono ritrovata a fare guerra alle giovani ragazze con il velo, senza prima chiedere loro perché portassero il velo, pensando di conoscere la loro risposta. Ho finito per raccogliere ipotetiche risposte, frutto della mia esperienza personale, e per condurre battaglie che non hanno portato alla salvezza di queste ragazze, ma alla loro condanna.

Penso alle mie coetanee di origine araba e musulmana, che si sentono continuamente sotto pressione sia in Italia che nei loro paesi di origine. Non oso immaginare quanto stressante debba essere per loro dover costantemente giustificare le loro azioni e le loro parole, e combattere per poter semplicemente smettere di chiedere scusa per essere loro stesse. Sarei disonesta e bugiarda se dicessi che condivido le loro battaglie, così come non è detto che loro approvino ciò per cui io mi batto, ma che risultati potremmo aspettarci se, piuttosto che sostenersi a vicenda, si continua ad affossarsi nel tentativo di prevalere sull’altro?

Guardandomi indietro vedo nelle mie piccole conquiste un velo d’ombra, fatto dai giudizi che mi sono permessa di emettere su donne che non conoscevo, la cui unica colpa era quella di essere diverse da me. Non è vittoria e non è libertà se nel determinare me stessa qualcuna è rimasta indietro. Per questo, secondo me, il femminismo ha ancora tanto lavoro da fare, e molto di questo deve essere fatto sulle femministe stesse.

Crediti


Testo di Sodfa Daaji

L'attivismo femminista si porta avanti in mille modi diversi. Questa artista lo fa attraverso i suoi fumetti, ad esempio. Qui la sua intervista.