Sulla sinistra, cover dell'issue 33 di KALEIDOSCOPE by Virgil Abloh

Sulla destra, cover dell'issue 33 di KALEIDOSCOPE con cover di Kembra Pfahler.

10 anni di kaleidoscope, il magazine d'arte italiano più internazionale del momento

Ne parliamo con Alessio Ascari, fondatore di un magazine/comunità che racchiude visionari, artisti e creatori d'immagini.

di Gloria Maria Cappelletti
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14 giugno 2019, 11:18am

Sulla sinistra, cover dell'issue 33 di KALEIDOSCOPE by Virgil Abloh

Sulla destra, cover dell'issue 33 di KALEIDOSCOPE con cover di Kembra Pfahler.

Cos'è un magazine? Esiste una definizione univoca nel 2019 per questo oggetto che è anche comunità, idea, astrazione e tante altre cose più concrete? Probabilmente no, ma se vogliamo capire cosa può essere oggi un magazine, allora dobbiamo guardare a KALEIDOSCOPE, pubblicazione d'arte (o forse dovremmo dire per artisti) tutta italiana, ma con lo sguardo sempre rivolto verso il panorama internazionale.

Per celebrarne i 10 anni dal primo numero abbiamo intervistato Alessio Ascari, il suo fondatore. Ci ha raccontato degli inizi, ma anche della sua visione per il futuro di questo essere mutaforme che è KALEIDOSCOPE e del perché esistere nel mondo fisico, non solo in quello digitale, oggi è più importante che mai.

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Ritratto di Alessio Ascari, fondatore di KALEIDOSCOPE

Gloria Maria Cappelletti: KALEIDOSCOPE compie dieci anni! La prima domanda è essenziale, perché rappresenta la base su cui imposti tutto il tuo lavoro: perché lo fai?
Alessio Ascari: Per gli artisti. Per dare spazio alla loro visione e amplificare la loro voce. È stato quello il driver iniziale, e lo è tuttora. Nel tempo ci siamo allontanati sempre di più dal mondo dell’arte inteso come sistema, che era diventato un po’ noioso, e ci siamo avvicinati sempre di più agli artisti, divertendoci molto di più. YUNG PALM, il supplemento che accompagna il nuovo numero—pubblicato in partnership con Gucci con la direzione creativa di Harmony Korine—rappresenta proprio questa filosofia: le pagine del magazine diventano una piattaforma libera da compromessi per la visione creativa.

Lo fai per gli artisti, ma anche tu lasci un qualche cosa di molto personale, una traccia di te e del tuo team. È meraviglioso che il progetto rimanga anche cartaceo, un oggetto fisico.
Certo, noi ci mettiamo del nostro. Abbiamo un approccio a cavallo tra l’editoriale e il curatoriale: mettiamo l’artista al centro e il nostro lavoro è quello di interpretare, contestualizzare, costruire la storia, editare come in una sala di montaggio.

immagine di YUNG PALM il progetto con Gucci

Immagine di YUNG PALM, progetto con Gucci

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Issue 32 di KALEIDOSCOPE by Telfar

Il tuo è un editing molto specifico: trovo nel magazine, così come nella programmazione degli eventi e nella tua ricerca, una visione molto precisa. Credo sia incentrata su una nuova figura di artista, che non è più necessariamente legato al mondo delle gallerie o a i collezionisti. Scegli di lavorare con artisti che sono espressione di una nuova generazione, intesa da un punto di vista mentale, non anagrafico.
Con la programmazione di Spazio Maiocchi o un evento come KALEIDOSCOPE Manifesto—il nostro nuovo festival annuale, la cui prima edizione si è tenuta a metà maggio presso Lafayette Anticipations a Parigi—applichiamo sempre una mentalità editoriale, come se questi progetti fossero una versione live del magazine, con diverse rubriche, registri e tempi di lettura.

Selezioniamo e accostiamo artisti di estrazione diversissima, che in un museo tradizionale non vedresti mai insieme, e che invece vengono messi sullo stesso piano, senza gerarchie. Da un lato è importante per dare una scossa al mondo dell’arte, perché se vuole sopravvivere è necessario che dialoghi con altri mondi, altri pubblici e con le nuove generazioni, cercando di elaborare un linguaggio più aperto. Dall'altro, serve a far passare l’idea che i creator non debbano per forza essere divisi in categorie legate a discipline accademiche ormai obsolete.

Questo è proprio il motivo per cui trovo così interessante la vostra attività su Milano. Mancava uno spazio con questo tipo di apertura, senza la necessità di dover incasellare gli artisti in categorie e logiche istituzionali ormai vecchie.
Esatto. A Milano per tradizione hanno sempre coesistito arte, moda e design, eppure proprio qui mancava uno spazio dove i pubblici di riferimento potessero incontrarsi. In questo senso, credo che Spazio Maiocchi, nato grazie alla visione coraggiosa di Slam Jam e Carhartt WIP, abbia avuto un impatto importante sulla città, creando nuove connessioni. All’inizio c’era un po’ di incertezza, il pubblico faceva fatica a capirne l’identità, proprio perché abituato a categorie più rigide.

Non si era mai visto uno spazio che accostasse artisti globali come Arthur Jafa (Leone d’Oro all’ultima Biennale di Venezia), Anna Uddenberg o Korakrit Arunanondchai, brand di moda d’avanguardia come Telfar e Cav Empt, creativi ibridi come Virgil Abloh, e musicisti d’avanguardia come Amnesia Scanner e Lorenzo Senni. Il mondo dell’arte tradizionale è molto piccolo, e a un certo punto abbiamo sentito il bisogno di ampliare i nostri orizzonti per trovare il nostro sound.

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Issue 34 di KALEIDOSCOPE by Martine Rose
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Issue 34 di KALEIDOSCOPE featuring Dunes

Ci sono delle persone con cui stai collaborando che sono fondamentali alla riuscita di KALEIDOSCOPE, insieme alle quali stai creando un network molto forte?
Il momento in cui abbiamo cominciato a trovare una voce nostra e quindi più autonoma, è quando abbiamo iniziato a lavorare con Mirko Borsche, il nostro attuale art director. Per spiegare questa dinamica faccio sempre un esempio musicale: secondo me l'art director è un po’ un producer, e Borsche è molto bravo in questo, è un Rick Rubin, non ha un suo stile ma ti aiuta a trovare il tuo. Quindi è molto divertente come processo, molto aperto.

E poi chi altro collabora con te?
Myriam Ben Salah, che vive a Parigi, collabora alla rivista da diversi anni ed è la co-curatrice del festival parigino insieme al direttore della Fondazione Lafayette, François Quintin. Federico Sargentone, edtor e curatore che ormai è parte della famiglia. Poi ci sono tanti collaboratori sparsi per il mondo. Il nostro ufficio a Milano è piccolo, come anche il team redazionale; mi piace l’idea di mantenere il progetto agile, con una base piccola e unita e un ampio network esterno. Mirko Borsche vive e lavora a Monaco, quindi ci vediamo poco e sentiamo su WhatsApp. Abbiamo un modo poco tradizionale di costruire il magazine. Non abbiamo un telefono fisso in ufficio, per scelta, e vogliamo rimanere così.

Ogni quanto esce KALEIDOSCOPE?
È semestrale. Per il lancio di ogni nuovo numero organizziamo eventi e progetti in giro per il mondo, in occasione ad esempio di fiere e biennali. L’ultimo party lo abbiamo organizzato in parallelo ai tre giorni di opening della Biennale di Venezia. Era pensato per gli artisti ed è diventato il loro hangout; dopo le cene di rito venivano tutti lì a ballare perché conoscono KALEIDOSCOPE e si fidano. È un magazine vivo, che respira. Penso nostalgicamente alle riviste d’arte del passato come Avalanche, che erano legate a specifici movimenti artistici, come l’arte povera, l’arte concettuale o il minimalismo. Erano una sorta di social media ante litteram. Venivano spedite per posta dalla Svizzera a Los Angeles, unendo artisti lontanissimi tra loro. L’idea è che la rivista diventi anche un luogo in cui gli artisti si conoscono e si riconoscono: KALEIDOSCOPE genera un forte senso di appartenenza, riunisce una comunità.

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Virgil Abloh durante il talk organizzato da KALEIDOSCOPE per il lancio dell'issue 33 presso Spazio Maiocchi.
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Issue 33 di KALEIDOSCOPE by Korakrit Arunanondchai
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Installazione della mostra di Timur Si-Quin, 2018

Sicuramente avere uno spazio così dinamico a vostra disposizione è un grande vantaggio, vi permette di far dialogare più artisti contemporaneamente.
In questo momento si parla molto di IRL, in relazione a una generazione di nativi digitali che ha a disposizione queste piattaforme straordinarie, ma allo stesso tempo sente il desiderio di convertire i rapporti virtuali in esperienze di vita reale. Spazio Maiocchi ci ha dato la possibilità di stabilire una connessione emotiva con la città, ed è un'ispirazione continua.

Infatti sei molto ancorato alla realtà: hai uno spazio fisico e gestisci un progetto cartaceo; KALEIDOSCOPE del resto nasce come pubblicazione cartacea, che ha avuto poi un'evoluzione sul digitale, ma rimane comunque in secondo piano. Inoltre, collabori con artisti incentrati sul digitale pur operando su un contesto fisico. È come se avessi sempre la necessità di comunicare una presenza fisica.
Sì, è vero. Senza deciderlo a priori, abbiamo organizzato diversi progetti che riprendono quest’idea del reale/virtuale. In molti casi abbiamo sviluppato con gli artisti un rapporto personale, di amicizia, con i quali magari è nato tutto sulle pagine del magazine e poi si è stabilito un dialogo che ha portato a una mostra. Oppure, vice versa, un progetto nato per lo spazio si è poi trasformato in un contenuto on paper.

È stato così ad esempio con PAN Records per Amnesia Scanner: ci siamo conosciuti a Milano quando l’etichetta ha presentato un evento di una notte a Spazio Maiocchi e poi abbiamo lavorato insieme a un’intervista nel numero in corso, una cover speciale, un flexi disc allegato, un live a Parigi. Loro rappresentano una nuova avanguardia a cavallo tra il sonoro e il visivo—un’idea che sarà al centro di diversi progetti a cui stiamo lavorando.

Sì, ho visto gli Amnesia Scanner per la prima volta al Club to Club, quando è stato presentato al Gucci Hub di Milano a inizio 2017. C'era anche Arca quella sera e io sono rimasta folgorata, non me li immaginavo così intensi.
È un progetto che secondo me merita spazio a livello museale, è indicativo di come la performance e il suono stanno andando in direzioni talvolta anche più radicali dell’arte tradizionale, creando un impatto emotivo molto forte con il pubblico.

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Live di Amnesia Scanner durante la prima edizione di KALEIDOSCOPE Manifesto
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Issue 34 di KALEIDOSCOPE by Amnesia Scanner

Qual è stato il momento in cui hai capito di essere sulla strada giusta, in cui hai sentito che la tua visione stava prendendo una forma coerente e solida?
Dieci anni fa KALEIDOSCOPE è nato—come nascono molti progetti di publishing indipendente—con un team piccolo, incazzato, e ovviamente inesperto: io e Cristina Travaglini, che è co-fondatrice. Poi ai tempi c’erano anche Michele D’Aurizio come editor e Tommaso Garner come art director. Considera che i dieci anni in questione sono quelli tra i miei 25 e 35, quindi siamo cresciuti “in pubblico". Abbiamo fatto una marea di errori, imparando come gestire una schedule e un business, e ci sono numeri che a riguardarli oggi viene quasi da ridere, fa un effetto strano. Però credo che di questi errori, che abbiamo anche pagato, abbiamo fatto esperienza.

Un numero che per me è stato illuminante—e si ricollega al discorso che facevo all’inizio sulla visione dell’artista—è quello in cui abbiamo invitato Sterling Ruby come guest editor. Lavorare con un artista che avevo sempre seguito con grandissimo rispetto è stata un grande achievement. Oggi si chiude il cerchio, perché proprio questa settimana, in occasione della presentazione del suo brand di workwear a Pitti Immagine, Ruby inaugura una mostra a Spazio Maiocchi. Mostreremo per la prima volta in Europa il suo nuovo video, State, una sorta di mappatura aerea del sistema carcerario californiano.

Quel numero con Sterling Ruby ti ha davvero messo in gioco a livello internazionale
Il progetto è radicato a Milano, ma ha un ampio raggio d’azione europeo e nel tempo è diventato sempre più globale; l’abbiamo spinto tantissimo negli Stati Uniti e in Asia. Ho sempre girato come un matto con le copie del magazine fisse in valigia, incontrando persone, facendo quanti più studio visit possibili in ogni città. Spesso mi è capitato di saltare gli eventi più mondani e privilegiare invece il contatto con gli artisti, perché è grazie a loro che il magazine e lo spazio sono sempre carichi di ispirazione.

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Performance del Young Girls Reading Group durante la prima edizione di KALEIDOSCOPE Manifesto, 2019.
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Installation view della prima edizione di KALEIDOSCOPE Manifesto, 2019. Virgil Abloh, 12-INCH-VOICES, 2019.
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Andrea Lissoni in conversazione con Romain Gavras durante la prima edizione di KALEIDOSCOPE Manifesto.

Raccontaci del progetto che hai seguito per Lafayette Anticipations. Si tratta di un vero e proprio festival, giusto?
Era un po’ di tempo che insieme alla nostra editor Myriam Ben Salah dialogavamo con il gruppo Lafayette, un’istituzione parigina che ha da poco inaugurato una Fondazione d’arte in un edificio bellissimo di Rem Koohlaas, nel cuore del Marais. Da questo dialogo è nata la prima edizione di KALEIDOSCOPE Manifesto e la seconda è già confermata per Maggio 2020. Il festival è durato un weekend e abbiamo applicato la stessa attitudine che ci guida nel magazine e a Spazio Maiocchi, ma in forma concentrata. Abbiamo presentato diversi artisti e collettivi tra cui Virgil Abloh, Amnesia Scanner, Neil Beloufa, Yussef Dayes, Simon Denny, DIS, Kelsey Lu, Cali Thornhill Dewitt, Romain Gavras e il Young Girl Reading Group. Il pubblico di Parigi ha risposto molto bene, perché è multiculturale, attento, curioso, in cui ho riscontrato un rispetto e un aplomb che in Italia manca. Sai, il nostro è un pubblico che va ancora un po’ "educato" anche politicamente a pensare alla cultura come a una cosa seria e che riguarda tutti.

In Italia forse c’è un pubblico più rilassato.
Che è anche il suo bello. Spazio Maiocchi, per esempio, è un esperimento riuscito di anarchia: ha gli spazi di un museo, ma è gestito da un team molto giovane, senza un vera e propria burocrazia. A me piace definirlo un anti-museo. Invece a Parigi abbiamo lavorato seguendo delle linee guida più strutturate e istituzionali, che è stato ugualmente interessante. Anche in questo caso abbiamo cercato di far coesistere contenuti molto diversi, dall’installazione sonora di Virgil Abloh, che è stata una hit, fino al live di una pop-star come Kelsey Lu o il workshop di t-shirt con il brand indipendente di Los Angeles Total Luxury Spa. Quest’ultimo progetto è stato sviluppato in dialogo con una famiglia marocchina delle banlieue e consisteva nella realizzazione di un'identità visiva per il piccolo negozio di alimentari che la famiglia gestisce da generazioni. Questo approccio ci ha permesso di far incrociare pubblici diversi, che poi è quello che abbiamo sempre fatto anche con il magazine.

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Inaugurazione di Spazio Maiocchi, ottobre 2017.
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Issue 32 di KALEIDOSCOPE by Anna Uddenberg
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Installation view del takeover di Spazio Maiocchi da parte di KALEIDOSCOPE per l'uscita dell'issue 33, 2018.

Ma KALEIDOSCOPE MANIFESTO lo immagini come un festival itinerante? Lo vorresti portare anche in altre città ?
Sì, mi piacerebbe. Soprattutto in Asia, a Shanghai magari. Più in generale, negli ultimi anni sta emergendo una nuova onda di istituzioni private che mi piace chiamare anti-musei e che spesso hanno il sostegno di marchi o gruppi legati alla moda: lo stesso Spazio Maiocchi, o la Fondazione Lafayette che si regge sul Gruppo Lafayette, ma anche uno spazio come il 180 The Strand a Londra. Proprio per questo motivo, la fase due di Spazio Maiocchi è sicuramente quella di metterlo in rete con altri spazi nel mondo, come i grandi musei fanno già a livello internazionale, ad esempio la TATE e il Centre Pompidou che curano insieme la retrospettiva di un artista o co-editano cataloghi.

E il progetto con Virgil Abloh in che cosa consisteva invece?
Ha progettato un’installazione sonora sotto forma di sound system, attivato da lui stesso per l’inaugurazione e poi nel corso del festival da amici o visitatori. La collaborazione con Virgil è iniziata con una cover story per lo scorso numero di KALEIDOSCOPE e poi si è evoluta in maniera molto organica e fluida, abbiamo anche lavorato a un public talk e a una mostra a Spazio Maiocchi. Lui è un gigante della contemporaneità e la cosa interessante è che il suo pubblico di riferimento ha anche potuto scoprire progetti di altri artisti che provengono da ambienti molto distanti. L’idea è sempre quella di far incrociare pubblici che altrimenti non entrerebbero in contatto: la nostra scommessa è che in realtà ci sono molte più cose che ci uniscono di quelle che ci dividono.

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Issue 33 di KALEIDOSCOPE by Virgil Abloh
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Issue 33 di KALEIDOSCOPE by Elle Pérez

Per me KALEIDOSCOPE non è arte, moda, musica, ma è un lavoro sul contemporaneo, sulle sue evoluzioni e manifestazioni culturali che sono a 360 gradi impossibili da incasellare. Una figura come Virgil Abloh non la puoi incasellare solo nel mondo fashion, perché passa dalla comunicazione al prodotto, dalla performance alla musica, ed è estremamente contemporaneo in questo. Non c’è una definizione univoca.
Esatto. Tieni anche conto che sia io che Virgil facciamo parte di una generazione nata a cavallo di una gigantesca rivoluzione tecnologica e di comunicazione. Mi ricordo solo pochi anni fa un KALEIDOSCOPE pre-Instagram – sembra una cosa preistorica, perché oggi è da lì che passa tutto, le pubbliche relazioni, la ricerca, l’hype. È proprio cambiato il linguaggio, ed è interessante osservare come questa nuova wave abbia rivoluzionato il modo di pensare, di scrivere e anche di impaginare le riviste.

Questo senso di appartenenza che va oltre l'hype del momento è fondamentale anche per i-D, dove lavoriamo secondo unidea di famiglia.
Infatti in KALEIDOSCOPE, come in i-D, spesso vedi le stesse facce che tornano in diversi numeri, e capisci che dietro c’è un rapporto solido che viene stabilito e mantenuto nel corso del tempo. A volte è strano, perché sembra di contraddire le logiche editoriali, che tendono invece a sorreggersi sull’idea che bisogna sempre rinnovarsi, macinare progetti nuovi. Invece a me interessa di più costruire su un terreno piccolo ma organico, scommettendo sui talenti che incontri, diventando il punto di riferimento di una comunità. i-D in questo è sempre stata una grande ispirazione.

Un’altra cosa che ci accomuna è la capacità di parlare alla youth culture, che nel mondo dell’arte tradizionale viene generalmente snobbata. Adesso però gallerie e musei—come del resto i brand di moda, che si aprono al così detto streetwear—si stanno rendendo conto di quanto sia controproducente questo atteggiamento, e stanno cercando in tutti i modi di svecchiarsi e trovare un linguaggio che li connetta alle nuove generazioni. Vogliono e devono evitare di diventare delle cattedrali nel deserto, dei luoghi elitari, senz’anima, dove non va nessuno o chi ci va si sente a disagio.

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Issue 33 di KALEIDOSCOPE con cover di Kembra Pfahler
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Issue 34 di KALEIDOSCOPE by H. R. Giger

La collaborazione di cui vai più fiero?
Quella con Cristina Travaglini, la co-fondatrice, che è anche la partner della mia vita.

Mi piace questa risposta, anche tu sei un romantico! Tornando allanniversario di KALEIDOSCOPE, c'è un evento speciale che organizzerai a Milano?
L’anniversario l’abbiamo celebrato ufficialmente a Parigi. Ma a Spazio Maiocchi, a un anno e mezzo dalla sua nascita ci sarà un nuovo round di mostre che considero un milestone: il 14 giugno, proprio a inizio fashion week, inauguriamo un doppio progetto con Sterling Ruby e H.R. Giger, il geniale creatore visionario di Alien, che è anche una delle cover story del numero in corso. Il 16 giugno presenteremo un progetto realizzato in collaborazione con il regista cult americano Harmony Korine, in occasione di una rassegna di suoi film in corso al Gucci Hub, nel nuovo spazio in vetrina che abbiamo chiamato Artifact.

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Vuoi parlarmi velocemente di Artifact?
Durante la scorsa Design Week, abbiamo rivelato un nuovo display (a cura dello studio berlinese Gonzalez-Haase) concepito per trasformare la vetrina di Spazio Maiocchi in uno spazio sempre aperto, con una sua identità. Se Spazio Maiocchi è un anti-museo, Artifact sarà l’anti-museum store: l’idea è di creare uno spazio dove vendere non i soliti inutili souvenir, ma una bella selezione di merchandise d’artista, libri, riviste, oggetti di design, edizioni limitate e dove poter ospitare eventi più agili. È anche un modo per mettere ulteriormente in contatto Spazio Maiocchi con la città: è l’unico affaccio sulla strada e vogliamo che diventi un luogo aperto quotidianamente, dove le persone possano venire a trovare ispirazioni e stimoli.

Artifact sarà quindi un punto di contatto più diretto con la vita culturale cittadina. Il primo evento è stato organizzato il 28 maggio insieme a Sprint, la fiera milanese dell’editoria indipendente che ospita editori da tutto il mondo: lo scorso novembre la sesta edizione di Sprint si è tenuta per la prima volta a Spazio Maiocchi e questo autunno replicheremo. Ad Artifact Dafne Boggeri, fondatrice di Sprint, ha curato insieme a Gabber Eleganza una ricerca sulla scena hardcore. Poi abbiamo organizzato una mostra di foto di Piotr Niepsuj, e il lancio del suo magazine. Quindi l’idea è sempre di portare energie e artisti dalla scena internazionale, ma rimanendo ancorati alla propria comunità, offrendo una piattaforma anche a talenti locali emergenti.

Ora la sfida più grossa—proprio perché avete raggiunto una consapevolezza maggiore di chi siete e cosa volete fare—è mantenere questa forte identità.
Spesso mi sono sentito “accusare” di aver trasformato KALEIDOSCOPE da rivista d’arte a rivista di moda, ma sfogliandola penso che invece abbiamo trovato un nuovo modo di stabilire un dialogo tra mondi creativi diversi, con uno sguardo più orizzontale. Senza dimenticare, come dicevamo all’inizio, di tenere sempre al centro la visione degli artisti: sono loro i veri true teller, hanno il termometro sulla società, ti raccontano dove stiamo andando, immaginano il futuro.

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Issue 31 di KALEIDOSCOPE by Ari Marcopoulos,
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Issue 32 di KALEIDOSCOPE by Arthur Jafa

La mostra di Sterling Ruby e H. R. Giger presentata da KALEIDOSCOPE presso Spazio Maiocchi è visitabile dal 14 giugno al 14 luglio.

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Crediti


Testo di Gloria Maria Cappelletti
Fotografia ritratto di Federico Sargentone
Installation views Spazio Maiocchi: Fotografia di T-Space
Immagini KALEIDOSCOPE Manifesto: Fotografia di ©Martin Argyroglo / Lafayette Anticipations, Paris.
Tutte le immagini su gentile concessione di KALEIDOSCOPE