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ma non lo sai che in questa città tutti usano tinder?

Nella serie About Love, la fotografa Fabiana Sala esplora il rapporto tra amore, solitudine e dating app a New York.

di Amanda Margiaria
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24 maggio 2017, 11:30am

Immaginate di trasferirvi dall'altra parte dell'oceano. Non conoscete nessuno, non avete amici e dietro ogni angolo del vostro nuovo quartiere si cela una strada sconosciuta. Qual è la prima parola che vi viene in mente? Probabilmente, solitudine. È proprio da questa sensazione che la fotografa italiana Fabiana Sala è partita per esplorare il modo in cui le nuove generazioni si rapportano all'amore ai tempi di Tinder. Dopo il trasferimento negli Stati Uniti, si è accorta di quanto fosse difficile entrare in contatto con nuove persone, vuoi per le barriere linguistiche in cui tutti ci areniamo in un paese straniero, vuoi per quelle culturali che non se ne vanno mai del tutto. Così ha deciso di catturare attraverso il suo obiettivo fotografico la commistione di solitudine, voglia d'innamorarsi e tecnologia così complesso e sfaccettato con cui i giovani d'oggi devono fare i conti. Siamo noi a isolarci o è il mondo circostante a farlo? Forse non c'è una risposta definitiva, ma gli scatti della giovane artista visuale esplorano il tema con coraggio e senza abbellimenti, accompagnandoci in un viaggio tra appartamenti vuoti, feste stracolme di invitati, strade deserte e insegne al neon.

Raccontaci qualcosa di te. Come ti sei avvicinata al mondo della fotografia?
L'amore per la fotografia è nato quasi per caso al primo anno di università. Non ho studiato fotografia, bensì Visual Communication presso la Swiss University of Art and Design (SUPSI), quindi non avevo basi teoriche su cui fare affidamento. Tuttavia, nonostante le prime difficoltà tecniche, il mondo della fotografia mi incuriosiva moltissimo ed ho iniziato ad avvicinarmi al mezzo per puro divertimento, seppure con qualche timidezza. Al terzo anno di corsi ho deciso che per la mia tesi di laurea avrei sviluppato un progetto fotografico che avevo in mente da un po'. Così sono partita e per un'estate intera ho viaggiato per l'Italia, realizzando un reportage sulle comuni di Osho lungo la penisola. Dopo la laurea, la mia prima esperienza professionale è stata come assistente alla pubblicazione di un libro fotografico di Ferdinando Scianna. In quel momento ho deciso: sarei diventata una fotografa professionista. Tre mesi dopo mi sono trasferita negli Stati Uniti.

Che consiglio daresti a chi vuole intraprendere la carriera di fotografo? E quali sono le difficoltà più grandi che hai incontrato lungo il percorso?
Proprio oggi leggevo un'intervista a Letizia Battaglia dal titolo "Se vuoi diventare fotografo, cercati un altro lavoro". Abbastanza esaustivo direi. Il mercato è saturo, le foto non si vendono più, ma non credo sia il caso di soffermarsi sull'argomento. Un consiglio ai giovani fotografi? Siate consapevoli, oppure molto ricchi!

Il mio percorso non è stato semplice e non lo è tutt'ora. Detto questo, rifarei le stesse scelte un altro milione di volte. Ho cambiato vita da un giorno all'altro: sono uscita dalla mia comfort zone e mi sono ritrovata in un paese in cui tutto era diverso: la percezione degli spazi, il cibo, le abitudini, ma sopratutto la lingua. Nel 2013 mi sono trasferita a Boston, dove ho lavorato come ragazza alla pari con l'obiettivo di entrare in qualche scuola di fotografia, ed il primo periodo è stato decisamente duro. La comunicazione era difficoltosa ed anche le piccole cose, come ordinare un caffè al bar, diventava problematico. Negli Stati Uniti per la prima volta nella mia vita ho provato un gran senso di disorientamento e ho dovuto affrontare la solitudine. Ero giovane, curiosa e volevo mettermi alla prova. Ha funzionato: l'anno successivo sono stata ammessa all'International Centre of Photography di New York, città dove vivo e lavoro tutt'ora.

Come sei arrivata a sviluppare il progetto About Love?
Il progetto nasce da un momento particolarmente difficile della mia vita. Era il primo anno a New York e stavo vivendo una relazione intensa ed estremamente logorante. Dopo il disastroso breakup mi sentivo vuota, indifferente. Per mesi non ho provato nulla, nessun tipo di sentimento e ho dovuto fare i conti con un grande vuoto. Ero terrorizzata da questa apatia e parlando con amici e conoscenti mi sono resa conto che questo era un sentimento piuttosto generale, una sorta di comune denominatore della realtà in cui vivevo. Così ho iniziato a riflettere su questo fenomeno: In che modo le persone si relazionano nella frenesia di New York? Come affrontano il senso di vuoto e di solitudine che sembra essere così diffuso? Quanto è legato alla città stessa questo problema? Poi un giorno un'amica mi ha detto : 'Hey ma non sai che in questa città tutti usano Tinder? Svegliati! Qui nessuno ha tempo e questo è il modo più veloce di ottenere quello che vuoi" Ero scioccata ed estremamente incuriosita. Qualche settimana dopo l'ho scaricato e ho iniziato a scattare per About Love.

A cosa ti riferisci quando parli di "disagio generazionale" causato da Tinder e altre app d'incontri?
Parlo di disagio generazionale quando mi riferisco al senso comune di incertezza, vuoto e solitudine. Non credo che sia una conseguenza dell'utilizzo delle dating app, sarebbe troppo semplicistico. La mia è una riflessione personale nata dal contesto in cui vivo e dalle persone che frequentavo: tutti qui soffrono tremendamente la solitudine. Tinder e le più comuni dating app sono usate dal 99% delle persone che mi circondano con una sorta di placida rassegnazione. Non si ha tempo per la pausa pranzo, figurati energie da investire in una relazione da "copione" per poi magari rischiare di fallire e rimanere di nuovo soli. Con Tinder si prova un appagamento che crea una sorta di dipendenza difficile da gestire.

La solitudine sembra essere uno dei temi portanti della serie About Love, perché?
Non è solo un tema, tutto il progetto si basa e si sviluppa partendo dal concetto di solitudine. All'inizio riguardava solo il mio vissuto personale, ma in un secondo momento si è esteso alla realtà che mi circonda e alle persone con cui interagisco più o meno regolarmente.

Quale canzone dovremmo ascoltare mentre osserviamo i tuoi scatti sull'amore nell'era del digitale?
Venus in Fur dei Velvet Underground. I suoni, le atmosfere, sono in perfetta analogia con le immagini e con i significati che attribuisco al progetto.

Chi sono i fotografi, o più in generale gli artisti, a cui ti ispiri?
La lista è decisamente lunga ma senza dubbio direi Mapplethorpe, D'agata, Araki, Goldin, Engström, Scianna, Giacomelli e poi Pollok, Fontana, Burri, Tàpies, Rothko, Rauschenberg.

Quali sono le tue speranze e i tuoi sogni per il futuro?
Poter vivere di ciò che amo, non adagiarmi mai, viaggiare.

Crediti


Testo Amanda Margiaria
Foto Fabiana Sala