​la pelle di napoli: incontriamo l’artista italiana sofia ginevra giannì

Abbiamo intervistato la giovane artista italiana Sofia Ginevra Giannì durante le prove generali della sua SAAG Demonstration, che si terrà questo venerdì sera nei Quartieri Spagnoli a Napoli, in occasione della mostra "in one own’s time”.

di i-D Staff
|
15 luglio 2016, 2:40pm

"VII. Non v'è più bellezza, se non nella lotta. Nessuna opera che non abbia un carattere aggressivo può essere un capolavoro. (...)". Così Marinetti scriveva nel suo Manifesto, pubblicato a Napoli il 14 febbraio 1909. Nella cornice della collettiva 'in one's own time', curata da Constantin Thun per EMALIN a San Giuseppe delle Scalze, il nuovo comincia a partire da considerazioni sul vecchio, e affinché questo succeda si richiede a ciascuno un tempo diverso: il proprio. L'artista Sofia Ginevra Giannì ha usato il suo per affrontare apertamente alcune tra le tematiche più problematiche: quasi un secolo più tardi infatti la città vibra rabbiosa, quella falsa promessa di un futuro incombente ormai sfaldatasi in una Napoli contemporanea che si rivolta in se stessa, sempre troppo difficile, nonostante la sua ineguagliabile bellezza ed energia, che da sempre hanno attratto qui il fior fiore dell'intellighenzia internazionale.

Trasferitasi in Inghilterra otto anni fa con l'idea di diventare una fashion designer, Sofia (Napoli, 1991) ha finito per laurearsi in Fine Art al Camberwell College of Arts. Su questa città di contrasti, l'artista ha sviluppato un corpo di lavoro politicamente impegnato ragionando tra performance, film e opere tridimensionali che si rifanno alla cultura di strada e alla complessità delle sue strutture sociali e subculture contemporanee.

Napoli, città perenne teatro di incontri, scontri, passioni, magia: un palco dove anche il meno sensibile è costretto a riconoscere il gusto della vita, l'inevitabile pathos. Una scenografia specifica: una piazzetta nel caos calmo dei Quartieri Spagnoli, una coreografia aerobica, azioni fulminee, motorini, i ragazzi del quartiere, il pubblico posizionato al bar. In un luogo che ha fatto dell'essere ribelli poesia e che da sempre costituisce una culla per l'arte, parliamo del coraggio che ci vuole, donna, giovane, per creare quel cosiddetto "movimento veloce", multiforme, in un contesto sociale dalle mille sfaccettature, in una terra che in fondo, forse, appartiene davvero solo al vulcano.

Cosa significa per te questa città?
Pazienza: il popolo napoletano ha una santa pazienza e Napoli una città che ha sempre dovuto sopportare.

Perché "dimostrazione" e non performance?
Una dimostrazione è una serie di ragionamenti logici che, partendo da una ipotesi, porta necessariamente ad una tesi. Soprattutto, il concetto di dimostrazione rispetto alla performance significa dare prova di qualcosa, invece di farne una rappresentazione.

Come vivi il fatto di mettere in atto ogni giorno la proiezione di un determinato visual attraverso la tua persona?
Lo trovo necessario, dà urgenza al lavoro.

Per il tuo lavoro hai abbracciato un'estetica di strada, del kitsch, delle subculture, che è viva ed esiste ma non si vede tutti i giorni, non perlomeno in maniera esplicita, e hai deciso di presentarlo in un Paese, l'Italia, ossessionato ancora  dalla bellezza formale...
Quand'ero adolescente, ti parlo dei miei quattordici anni, penso di avere seriamente messo in difficoltà mia madre in un paio di occasioni. Ad esempio, quando passeggiavamo per strada ed io me ne andavo indossando abiti dorati, scarpe da ginnastica e pezzi di denim, catene e colori fluo: capi ed accessori che indosso tutt'ora e attraverso i quali ho capito, sin da allora, come questo risultasse nel venire associata ad uno status particolare - soprattutto in una città come Napoli che non ha fluidità di movimento tra i vari quartieri e di conseguenza, tra le classi sociali. Trovo che l'attaccamento morboso alla bellezza formale abbia penalizzato i giovani, che non si sono sentiti rappresentati da quegli ideali estetici. Ne capisco il desiderio ed il bisogno di preservazione, ma l'Italia è anche altro ed una subcultura va di pari passo con la lotta sociale: adottare un certo abbigliamento per me è una presa di posizione politica. In un'intervista che ho guardato recentemente, il musicista napoletano Luchè diceva qualcosa sul perché in Italia siamo ancora così legati agli stereotipi sull'abbigliamento... ha citato una rima di un altro musicista che suona circa così: "non sanno se sono tamarro o colto entrambe le cose non sono possibili".

Ci sono delle figure femminili che ti hanno ispirata?
Mia mamma, Medea, J.LO, Christa Wolf, Pocahontas.

Hai creato un brand di te stessa, SAGG Napoli, che oltre ad un'estetica precisa ha anche un logo, un occhio stilizzato, che ti sei poi tatuata sulla spalla sinistra.
Sì, un brand ma anche solo un'immagine, da legare ad una certa estetica. Non volevo assolutamente che il logo dovesse essere in alcun modo spiegato, non volevo fosse di complessa comprensione, ma immediato. Tutti sappiamo cos'è un occhio, a cosa e come ci serve. Non sono la prima e non sarò l'ultima ad utilizzare questo simbolo, che ha un significato chiaro.

Qual è il tuo libro preferito?
'La Pelle' di Curzio Malaparte.

Un posto che ami a Napoli?
Fuku Bar in Piazzetta Rosario di Palazzo, nei Quartieri Spagnoli.

Torneresti a vivere qui?
In un certo qual modo mi sento di averlo già fatto, ma so anche di non poter stare fissa qui. Penso che l'unico modo per riuscire a fare il lavoro che faccio sia di collegare continuamente la realtà napoletana con quella di altre città, in Europa e non solo.

Che ruolo ha l'allenamento intensivo a cui ti sottoponi quotidianamente nel contesto della tua pratica?
Per me l'allenamento ha la stessa importanza dell'andare in studio, cammino almeno due ore al giorno ascoltando musica, questo fa parte della mia ricerca, poi mi alleno un'ora e mezza ogni giorno facendo yoga, hit, aerobica, crossfit, acquagym o sala attrezzi. Sette giorni su sette... A volte prendo una pausa di un paio di giorni, se sento di averne bisogno. In generale, mangio tutto ciò di cui ho voglia.

C'è qualcosa di Peckham, dove vivi, che ti ricorda Napoli?
Certo, ma per essere politicamente corretta taccio.

Cosa rispondi a quelli che ti chiedono: "Ma chi te lo fa fare di essere così politicamente impegnata? (Soprattutto in Italia)"
L'ultima volta che ero al mare ho visto questa bambina, avrà avuto dai sette ai nove anni: indossava un costume leopardato, con fronzoli verde acido e aveva le unghie ricostruite, laccate di un rosso anni '50 molto specifico, che a quell'epoca per Napoli equivaleva al fare uno statement rispetto al proprio status sociale, era come dire "io ho la domestica e non faccio i servizi, quindi le mie mani sono intatte". Nel guardare quella ragazzina, mi sono raggelata: ricordo il modello di donna che consideravo forte alla sua età e come a Napoli non ci sia molta scelta di modelli da imitare, qualcuno che tu abbia visto avere successo. Così o sei una 'giusta', il che nella maggior parte dei casi significa vestiti firmati e un bel motorino, o sei una cosiddetta 'fessa': una che studia ma che tanto finirà col guadagnare una miseria. Questa bambina mi guardava a sua volta, confusa. Non riusciva bene a capire in che categoria io potessi rientrare.

sofiaginevragianni.com

SAGG DEMONSTRATION, performance di Sofia Ginevra Giannì sull'emersione dei movimenti sub-culturali della Napoli contemporanea, si terrà venerdì 15 luglio in Piazzetta Rosario di Palazzo, Quartieri Spagnoli, alle 19:00.

Crediti


Testo Matilde Cerruti Quara
Foto di Gina Folly, su gentile concessione dell'artista e di EMALIN

Tagged:
Napoli
Cultură
Italia
sofia ginevra giannì