​robert frank, il poeta tragico che ha catturato l’america anni ‘50

Mentre a Milano Forma Meravigli celebra Robert Frank con una mostra dedicata alla sua serie più celebre, ci tuffiamo nella pastorale americana in chiave beat impressa in grigio sulle pellicole del fotografo che a metà anni ‘50 attraversò gli Stati...

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19 dicembre 2016, 9:33am

"The Americans è il viaggio di un europeo in un Paese che attraversa per la prima volta. Come quando sei sulla spiaggia e ti tuffi per la prima volta." Così Robert Frank descrive il progetto fotografico adesso in mostra a Forma Meravigli, Milano, che l'ha reso pioniere di uno stile nuovo, ben lontano dalla bressoniana ricerca dell'istante decisivo e più rivolto verso l'ordinario, il banale, verso una gestualità nascosta e gli sprazzi di un'umanità verace. Frank seppe dipingere così bene l'America di metà anni '50 proprio perché la guardava con gli occhi di uno straniero, con la semplicità di chi nelle dinamiche di un Paese così variopinto e complesso deve ancora entrarci a pieno, e che quindi, affascinato e straniato dal nuovo che lo circonda, nel dubbio fa scattare quella piccola macchinetta che porta in giro tenendola con una mano sola. Non si lascia sfuggire niente, riprende tutto. Anche quello che gli Americani avrebbero preferito non vedere.

Robert Frank nacque nel Novembre 1924 a Zurigo, e si rifugiò presto nella fotografia come mezzo di evasione da quella realtà opprimente che le dinamiche familiari e la stessa Svizzera rappresentavano per lui ("Come si può restare in Svizzera?"). Dopo aver appreso la tecnica grazie all'insegnamento di alcuni fotografi, Frank pubblicò il suo primissimo libro di fotografie nel 1946, intitolato 40 Fotos, un'opera composita, in cui sperimentazioni con la luce ispirate alla Bauhaus si alternano a scatti in stile reportagistico, scene di vita quotidiana e immagini più commerciali di oggetti vari.

Capita la sua vocazione, un anno dopo, nel '47, Frank fa rotta verso gli Stati Uniti, un mondo di infinite possibilità che si dispiega davanti al suo sguardo. "Cari genitori, non ho mai appreso così tanto in una settimana, come qui. Mi sento come se fossi in un film. La vita qui è molto diversa che in Europa. Solo il momento conta, nessuno sembra curarsi di ciò che accadrà domani" scriveva da New York, in quei primi anni in cui la sua visione era ancora abbagliata dalla scintillante idea del sogno americano. Nella Grande Mela inizia a lavorare come fotografo di moda per Harper's Bazaar. Nel frattempo però, non dimentica la sua passione per la fotografia di reportage, che continua a svolgere parallelamente. Nel '50 un viaggio lo porta in Perù e nel '54 arriva il primo matrimonio, con Mary Lockspeiser, da cui avrà due figli, Pablo e Andrea - entrambi tragicamente persi giovanissimi.

Nel frattempo Frank inizia ad intessere una fervida relazione con "i sordidi hipster d'America" di Greenwich Village. Jack Kerouac, Allen Ginsberg e Gregory Corso, cuore pulsante della Beat Generation, diventano così le coinvolgenti personalità che popolano le sue giornate, e nel 1959, insieme ad Alfred Leslie, dirigerà il film Pull My Daisy, con sceneggiatura di Kerouac e con gli altri del circolo beat fra gli attori, universalmente considerato il manifesto del New American Cinema.

La vera svolta però avvenne nel 1955, quando Frank, con l'aiuto del decano della fotografia americana Walker Evans, ricevette una borsa di studio dalla Fondazione John Simon Guggenheim, per raccontare gli Stati Uniti attraverso i suoi scatti. Così iniziò quel viaggio di due anni sulle romanzesche highways infinite, alla scoperta del vero volto dell'America. "Ho attraversato 48 stati degli Stati Uniti d'America. In un anno ho utilizzato 500 rullini. Sono andato negli uffici postali, nei negozi 10 cents, nelle stazioni di servizio, lungo le strade, ho dormito nei motel a buon mercato. Alle 7 del mattino andavo al bar dell'angolo. Lavoravo tutto il giorno, parlavo poco e cercavo di non essere visto."

Nel frattempo, però, il suo sguardo verso il Paese che prima vedeva avvolto da un'aura dorata inizia a cambiare radicalmente e la visione sognante ed ottimistica lascia pian piano spazio alla disillusione. Frank inizia a vedere l'America come un luogo governato dal business, dall'attaccamento al denaro, come un luogo spesso cupo e inondato da una dilagante solitudine di massa. L'attrazione non si consuma, ma inizia così a mischiarsi ad un senso di distacco, che si traduce in un occhio fotografico spesso impietoso. Quello di Robert Frank è uno sguardo lontano e disincantato. Uno sguardo che per la prima volta mette a nudo l'essenza dell'America più autentica e verace, portandone alla luce tutte le venature, debolezze comprese.

Non è certo un caso il fatto che la prima edizione di The Americans sia uscita in Francia. Solo un anno dopo, nel 1958, la raccolta contenente gli 83 scatti in bianco e nero fu pubblicata anche in America. La verità è che agli americani all'inizio Frank non piaceva proprio, le sue fotografie che "non hanno un inizio o una fine. Stanno nel mezzo", come lui stesso spiegava, non convincevano né il grande pubblico, abituato a vedere il proprio Paese ritratto con toni ben più altisonanti, né le più importanti riviste del settore, come LIFE, abituate a ritratti tecnicamente perfetti piuttosto che a foto un po' mosse, a volte sfocate. Nonostante l'imperfezione però, o forse proprio grazie ad essa, gli scatti del fotografo svizzero tradivano una forte emozione e, ben presto, anche gli americani dovettero dargliene atto. La sua visione, coadiuvata dagli ideali beat che si andavano diffondendo, prese piede e quel senso di straniamento, quella distanza che poneva fra sé e ciò che fotografava, iniziò pian piano a diventare la norma.

Per chi ha letto Sulla Strada, le immagini catturate da Frank risuonano come un déjà vu, come un fortuito scambio di sguardi con quel colorito mondo di personaggi già incrociati seguendo le rocambolesche avventure di Sal Paradise sui treni merci che sfrecciano sotto le notti stellate del West, o "in una grande nuvola di polvere sopra la Notte d'America", attraverso le pianure polverose e i piccoli agglomerati di case, giù a perdifiato per lunghissime strisce d'asfalto lungo cui si stagliano radi "i mostri della benzina sotto grandi insegne che dicono RISPARMIA", tra le pianure del New Mexico e la nebbia di Frisco, dentro i bar e i locali fumosi, fra gli hobo e i giovani cowboy del Montana. "Quella folle sensazione in America, quando il sole picchia forte sulle strade e ti arriva la musica di un jukebox o quella di un funerale che passa. È questo che ha catturato Robert Frank nelle formidabili foto scattate durante il lungo viaggio attraverso qualcosa come quarantotto stati su una vecchia macchina di seconda mano. Con l'agilità, il mistero, il genio, la tristezza e lo strano riserbo di un'ombra, ha fotografato scene mai viste in pellicola" recita la prefazione all'edizione americana di The Americans, non a caso, scritta proprio da Kerouac.

D'altronde, chi meglio di lui poteva descrivere l'eterogenea fauna americana catturata dagli scatti di Frank e quelle terre che, negli stessi anni, anche lui percorreva in lungo e in largo, regalando all'America dei sotterranei un nuovo sogno, quello della "rivoluzione degli zaini"? In un'introduzione che sposa lo stile più distintivo di Kerouac, quella prosa spontanea in cui spesso i flussi di pensiero si accavallano, l'autore ci fa vivere una pastorale americana beat e immaginare le storie che si nascondono dietro gli scenari immortalati da Frank, i pensieri dietro i volti crucciati delle donne che si affacciano dal finestrino della macchina sulla statale o del pingue e arrogante capo sindacale al congresso di Chicago.

In un certo senso, Frank squarcia il velo di Maya del sogno Americano. Ne scarnifica tutto, le mania di grandezza, lo stucchevole splendore, l'auto-professata grandiosità, e porta a galla un'America più reale, che si dipana in una fitta ramificazione di microcosmi a sé stanti e umanità così diverse, attraverso paesaggi agli antipodi e sterminate strade immerse nel nulla a collegarli, a renderli parte di un'immensa, unica realtà. Per dirla con le parole di Kerouac, "Robert Frank, svizzero, discreto, carino, con quella sua piccola macchina fotografica che tira su e fa scattare con una mano, ha estratto una poesia triste dal cuore dell'America e l'ha fissata sulla pellicola, così è entrato a far parte della compagnia dei grandi poeti tragici del mondo."

Gli Americani di Robert Frank è in mostra a Forma Meravigli a Milano fino al 19 Febbraio 2017.

Crediti


Testo Francesca Milano