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intervista ad adrián villar rojas artista del nuovo rinascimento

Parliamo con l'artista del futuro post-umano e della sua mostra appena inaugurata alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo a Torino.

di Fabrizio Meris
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07 novembre 2015, 12:00pm

Adrián Villar Rojas fotografato da Oskar Proctor

"Le rocce con cui ho riempito la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo qui a Torino provengono dal fondo del mare e dalle vette delle montagne, ho raccolto un tronco d'albero fossilizzato e grandi minerali cristallizzati, ho trasportato dalla Turchia più di cento tonnellate di materiale". Così ci racconta l'artista argentino Adrián Villar Rojas che i-D incontra per un'intervista esclusiva prima dell'opening della sua attesissima mostra. Con un carico di massi ed oggetti di uso comune da inglobare nelle sue nature morte Adrián arriva in Piemonte reduce dal successo mediatico della Biennale di Istanbul, dove ha presentato enormi sculture di animali che sembrano sorgere, come per magia, dalle acque del mar di Marmara, per poi inevitabilmente ritornarvi. Capelli nero corvino, t-shirt aderente, questo scultore visionario - classe 1980 - potrebbe essere scambiato per un rocker. E i rocker spesso sono i veri nuovi poeti del contemporaneo.

Qual è l'idea su cui hai costruito la tua mostra alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo?

Non so se questa mostra nasca da una sola idea o ispirazione. Penso di avere voluto reagire a certi aspetti del mio lavoro, questo è sicuro. Ho iniziato cercando di creare una connessione fra tutti i progetti a cui avrei dovuto lavorare nel 2015, immaginando per questo caso specifico, quella che sarebbe stata l'attitudine verso la mia arte, dopo un anno pieno di impegni e forti esperienze come la Biennale di Istanbul.

Si può dire quindi che ogni tuo progetto sia conseguenza di quello precedente?

Un progetto può seguire in maniera naturale quello precedente o al contrario esserne la negazione.

Il tuo lavoro dà comunque l'impressione di una forte organicità.

Esattamente! Non c'è possibilità infatti che il mio metodo di lavoro non risulti organico. Vivo e viaggio con la mia squadra e siamo tutti dei nomadi, atterriamo in un posto e dobbiamo iniziare a lavorare. Non c'è modo di sfuggire al tempo presente e a quello che facciamo. Non c è una via di fuga da questo crudo e crudele pezzo di realtà.

Quanto è grande la tua squadra?

Dipende a volte può essere composta da 15 membri a volte 10, oppure 5, il mio team è in costante evoluzione.

La tua installazione qui a Torino è sensazionale, come il fondale roccioso di un oceano post-apocalittico.

Cerco sempre di pensare che quello a cui sto lavorando potrebbe essere il mio ultimo progetto e ho creato questo complesso gruppo di sculture avendo l'ambizione di dargli una certa profondità. Sapevo che io e la mia squadra, dopo un anno di lavoro cosi faticoso, avremmo sentito una mancanza di energie, in un modo tale che l'intensità dei progetti di New York o Istanbul sarebbe risultata inevitabilmente diversa. Quando siamo arrivati qui in Piemonte avevo in mente questa idea di reagire alla nostra stanchezza e di sfruttare al massimo questo fattore e farne al contrario un punto di forza.

Da come ne parli dai l'idea che sia un progetto residuale.

Sì assolutamente! Ancora meglio lo definirei un progetto "hangover", nato dai postumi di una pesante sbronza. Sono stato molto critico su certi aspetti del mio lavoro, come l'artigianalità o la spettacolarità. Questa mostra, composta da decine di blocchi di roccia, ha un impatto molto forte, quasi unico. Ma è anche abbastanza asciutta, la luce è asciutta, c'è molto vuoto. Ho modificato molto poco le rocce di per sé, ma allo stesso tempo "accade" molto attorno od ognuna di loro.

Internet - come lo conosciamo - ha 20 anni. Cosa pensi del socials?

Sono così affascinato da ciò che sta accadendo con Facebook, Instagram, Twitter e gli smartphones. Il momento in cui siamo entrati in simbiosi con questi dispositivi abbiamo iniziato a creare un flusso enorme di informazioni. Come nel film di Alex Garland Ex-Machina, anche io credo che società come Google stiano creando il più grande cervello di intelligenza artificiale che sia possibile immaginarsi, proprio attraverso i dati della nostre ricerche online.

L'ultimo film che ti ha inspirato?

Jauja, l'ultimo film del regista argentina Lisandro Alonso. Questo film interpretato da Viggo Mortensen è incredibile ed ha avuto un profondo impatto sul mio recente lavoro! Racconta la storia del viaggio di un padre con la figlia dalla Danimarca a un deserto sconosciuto che esiste in un luogo oltre i confini della civiltà.

La tua arte ha un rapporto profondo con la teoria del multiverso: che impatto pensi abbiano le nuove scoperte scientifiche sui giovani, come ad esempio il Bosone di Higgs?

Penso che si parlerà sempre di più di scienza e tutti noi ci interesseremo sempre di più di questi argomenti. La prossima frontiera non è per me tecnologica, nel senso di una macchina o dispositivo estremamente sofisticato. La frontiere è l'ingegnerizzazione dell'uomo stesso. Sono sicuro accadrà e credo che progetteranno la nostra evoluzione

Come ti senti quando uno del tuoi lavoro semi-effimeri in argilla e cemento - come ad esempio l'elefante creato per la Serpentine di Londra - si sgretola e sparisce?

Non sento niente. E' parte del processo della natura delle cose. Ricordo chiaramente la prima volta che ho lavorato a questi pezzi destinati a disfarsi, era il 2009 e ho creato una balena (La mia famiglia morta) per la Biennale della Fine del Mondo nella città argentina di Ushuaia. Due ore prima dell'apertura stavo ancora lavorando così duramente per ritoccare e tamponare la scultura che si trovava in esterno, nevicava e faceva un gran freddo.

E cosa è successo?

Ad un certo punto ho chiesto a me stesso: "Ma cosa sto facendo?" Quello che facevo non aveva alcun senso, la scultura aveva già iniziato a svanire di fronte ai mie occhi, non potevo fermare il processo di sfaldamento. Ero in stato di shock, ma sono cresciuto attraverso quella sensazione e ho continuato a fare nuove sculture simili. E' come combattere contro il tempo e l'inevitabilità della morte. Del resto, non è comunque quello che tutti noi facciamo ogni giorno?

Se dovessi scegliere un animale come spirito tutelare quale sarebbe?

Non ho dubbi, una tartaruga. Ho avuto una tartaruga da bambino ed impazzivo per lei: non potevo smettere di pensare che fosse una sorta di dinosauro in miniatura. La tartaruga è molto ambigua, si mostra e si nasconde, vive in acqua e sulla terra: l'ho sempre trovata un vero rompicapo!

Quando riconosci la bellezza in un oggetto?

Quando c'è qualcosa che non capisco, quando c'è ancora del mistero, qualcosa di non detto.

Chi sono gli artisti con i quali hai una maggiore empatia?

Il regista Lisandro Alonso, lo scrittore spagnolo Enrique Vila-Matas o pensando al passato, Caspar David Friedrich, il genio del romanticismo tedesco, che ha immortalato il prototipo dell'Ulisse moderno nel suo "Viandante sul mare di nebbia".

Qual è il nucleo della tua pratica?

Il mio punto di partenza è stato quello di pensare a come evolvere la scultura dopo Duchamp, una figura così opprimente per ogni artista contemporaneo. Il risultato della mia riflessione e' stato immaginare che cosa succederebbe se non fossimo più qui. Se fosse la nostra ultima opera d'arte e che cosa accadrebbe dopo che anche questa avesse iniziato a emanciparsi dall'umanità. Ho proiettato la mia pratica artistica in questo futuro post-umano, dove la cosa interessante, forse, è che non ci sarà più nulla con un senso e questo mi darà una grande libertà. Come artista, posso lavorare con le pietre e con la geometria, con frutta e verdura e con concetti astratti: e' fantastico.

Credi agli alieni?

Ho sempre creduto nella loro esistenza: io e mio fratello eravamo pazzi per gli alieni!

Se gli alieni esistessero che cosa penserebbero dell'arte?

Mi chiedo perché pensiamo sempre in termini astratti di arte. Di solito cerco di non usare la parola arte, museo o fondazione. Cerco di parlare di oggetto e contesto e di come un significato complesso evolve nel tempo e nello spazio. Ora abbiamo questo contesto per esempio che chiamiamo arte contemporanea, ma in 200 anni, forse la nostra società non esisterà più e cosa succederebbe se un alieno venisse sulla terra? Come potrebbe distinguere i resti della nostra arte dalla non arte? Che cosa potrebbero pensare della Monna Lisa di Leonardo o del Grande vetro di Duchamp: probabilmente sarebbero per loro la stessa cosa. Potrebbero pensare che un McDonald sia un'installazione d'arte e che le mie sculture siano invece - non so - qualcosa di diverso. Con il mio lavoro cerco proprio di capire la posizione aliena e per ora l'unica risposta a cui sono giunto risiede nel senso della orizzontalità: cioè che tutto significa la stessa cosa, e che non vi sono reali gerarchie se non quelle che abbiamo costruito attorno a noi stessi.

Adrián Villar Rojas. Rinascimento

4 novembre - 28 febbraio 2016

A cura di Irene Calderoni

www.fsrr.org

Crediti


Testo Fabrizio Meris
Ritratti di Adrián Villar Rojas di Oskar Proctor
Foto dell'installazione per gentile concessione di Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Torino