elio fiorucci si racconta

Riproponiamo la nostra intervista del marzo 2015 allo stilista che ha rivoluzionato la moda (italiana, ma non solo).

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12 febbraio 2017, 3:05pm

Riproponiamo la nostra intervista esclusiva a Elio Fiorucci, avvenuta nel Marzo 2015, pochi mesi prima della sua scomparsa.

Quando nel marzo del 2003 fu annunciata la chiusura dello storico negozio milanese di Galleria Passarella, angolo Vittorio Emanuele, a molti sembrò fosse finita un'era. Elio Fiorucci aveva chiuso e al suo posto compariva il colosso del fast fashion H&M.

C'è chi conosce Elio Fiorucci per i suoi angioletti, per la sua Love Therapy, per la sua lotta animalista, per le sue provocazioni, per i seni e gli hot pant delle sue donne, per aver liberato la moda milanese dal circuito di "Montenapo" e averla così resa democratica.

C'è chi lo definisce un intellettuale amico dei più grandi artisti della pop art, chi lo considera un cool hunter ante-social, innovatore e misura di novità. "È il maestro di tutti noi," diceva Vivienne Westwood.

Elio Fiorucci è storia.

E nel 1967 quando aprì il suo primo store, avremmo voluto esserci anche noi.

Da dove nasce la creatività di Elio Fiorucci?
Sicuramente la mia storia artistica parte dalla mia infanzia. La vita è casuale e non c'è nulla di scritto, o forse invece è tutto scritto? In realtà penso che siamo già un copione e che ci sono decisioni, pulsioni e scelte che ogni volta ci sembrano giuste e ci fanno apparire giuste le cose.

Io sono nato il 10 giugno del 1935, in un periodo sfortunato per umanità perché dopo pochi anni scoppia la seconda guerra mondiale. Dopo un bombardamento a Milano, i miei genitori hanno deciso di lasciare la città. Temevamo sarebbe finito il mondo. Devo tutto al buon senso della mia famiglia e alle nostre possibilità economiche - a volte non bastano solo le capacità. Siamo andati a vivere in campagna da una zia vicino al Lago di Como e lì io ho scoperto il mio paradiso terrestre. Già all'epoca trovavo la scuola molto noiosa e la severità del maestro non mi piaceva affatto. A differenza dei miei fratelli, io amavo la natura, gli animali, vivevo nelle mie favole e nei miei pensieri. Tutto mi meravigliava. Guardavo le cose più semplici con passione: un bambino osservatore. Sin da piccolo mi è stato chiaro che anche l'uomo è un animale e che il ciclo della vita vale per tutti nello stesso identico modo. Ho scelto di pensare da solo, senza l'aiuto di nessuno e di interrogarmi sui misteri della vita. Le religioni non ti danno una soluzione ma possono guidarti e poi la mia famiglia non era credente. In campagna ho trovato il mio humus creativo.

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Total look Fiorucci dal primo numero di i-D, 1980

A 17 anni ha iniziato a lavorare nell'azienda di famiglia. Come ricorda l'inizio della sua carriera?
A Milano i miei avevano un negozio di pantofole. Eravamo 5 fratelli, tutti "bravi" tranne io. Tutti affascinati dallo studio, andavano bene a scuola, e mio padre aveva una vera e propria mania per la cultura antica. A me piaceva Ulisse, il suo viaggio e la sua geografia. Amavo la scoperta, tutto ciò che era movimento, che mi portava altrove. Ecco perché sono diventato un viaggiatore. Ho capito che ogni situazione è diversa e che al mondo esistono culture, religioni, popoli e volti diversi. Questo mi ha sempre affascinato e ispirato. Da giovane ho deciso di fare un viaggio alla scoperta di Londra.

Tra Carnaby Street, Kensington market, ho scoperto Barbara Hulanicki e il suo negozio, che è stata la mia ispirazione. Ho scoperto i mercati dove i giovani provenienti da tutto il mondo portavano gli oggetti che avevano trovato e usavano una semplice bancarella come fosse il loro negozio. Così hanno anticipato l'idea dello store ideale di oggi! Il lavoro del "mercante" è uno dei più interessanti al mondo.

Ho finito si le scuole dell'obbligo ma ogni giorno appena potevo scappavo e andavo in negozio. Mio padre cercava di farmi capire la fatica che c'era dietro a questo, mi faceva pulire, mettere apposto le scarpe per dissuadermi, ma questo lavoro era ciò che più amavo. MI piacevano i colori, le facce sorridenti delle persone, guardarle curiosare e contemporaneamente vedere quanto succedeva in strada. La strada è stata la mia scuola, dove ho imparato tutto.

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Ingresso del primo negozio Fiorucci a Milano.

Il suo marchio nasce proprio da un paio di scarpe, delle galoche multicolor che folgorano la redazione di Amica, e sono finite in copertina. Il 1967 è l'anno del negozio in San Babila e il 1974 quello in via Torino su tre piani, con uno spazio dedicato alle perfomance e con tanto di ristorante. Com'era la Milano di Fiorucci?
Quando mio padre è morto, io ho preso in mano azienda e ho cominciato ad aprire negozi che riscuotevano un notevole successo. Vendevo pantofole o "scarpe per le vostre vacanze", zoccoli di sughero per andare al mare e scarpe di corda, le espadrillas. Tutto questa a me piaceva tantissimo perché non si poteva stare fermi, ma bisognava continuare a fare ricerca per creare nuove collezioni.
Poi adoravo stare in mezzo alla gente e parlare con le persone. Io che ero nato timido e silenzioso, da quando avevo cominciato a lavorare nel negozio di famiglia a 17 anni avevo scoperto che gli altri mi sorridevano e mi parlavano.

Sin da piccolo ho basato le mie relazioni con gli altri sulla gentilezza. Me l'ha insegnato mio padre. Io riuscivo a stare nel negozio come sarei stato in un mercato di frutta e verdura: volevo che le persone trovassero ciò che desideravano, fossero felici, spendessero pochi soldi e ricevessero in cambio tante cose. Perché alla fine l'essere amati è il bene più grande del mondo.

Lo vedevo come un rapporto affettivo e pensavo: chissà questi come saranno contenti ad aprire un "paccone" e trovare un sacco di cose? Il bisogno più grande dell'uomo è: "essere voluto bene". Ho fatto tesoro di tutte queste esperienze e le ho riversate nel mio lavoro. Il 31 maggio del 1967 ho aperto il mio primo negozio a Milano, disegnato da Amalia Del Ponte, sul modello di quello di Biba a Londra. Volevo cambiare l'indirizzo della moda, "includere" anziché escludere, selezionare e diffondere con criteri orizzontali e non più verticali. Presto si è fatto una fama di negozio buono, gentile e generoso dove la gente si trovava a proprio agio e non c'era nessuna presunzione. Le persone diventavano nostre amiche. Quando creavo i miei store, mi sono sempre ricordato della gentilezza. Le commesse ti accoglievano alla porta ringraziandoti per essere entrata e ti salutavano con un "venga a trovarci presto perché ci fa solo piacere". Volevo dimostrare costantemente alle persone di volergli bene e così nel 1970 è nato il logo con i due angioletti, su un'immagine vittoriana riadattata da Italo Lupi.

Fiorucci diventa così un marchio con una sua produzione industriale e inizia una distribuzione a livello mondiale. Come talent scouter radunava nei suoi uffici di San Donato i viaggiatori che avevano il compito di scoprire gli oggetti che sarebbero stati venduti in negozio. Come venivano fatte le scelte? È d'accordo con chi la definisce un precursore dell'attuale figura del cool hunter?
Le scelte erano compito mio, insieme a mia sorella. A un certo punto successe che tutto ciò che piaceva a noi, piaceva anche al pubblico. Non sbagliavamo mai. Quello di "cool hunter" è soltanto un termine inglese. Nell'atto pratico rappresenta tutti noi che andiamo in giro per il mondo e troviamo qualcosa che non abbiamo mai visto prima. Poi è diventato un lavoro. Col negozio, avevamo tanti ragazzi che sponsorizzavamo e facevamo girare per il mondo, poi tornavano in Italia con cose americane, giapponesi, sudamericane... Mi ricordo in particolare un viaggio in Messico con mia moglie. Lì vidi ad esempio delle particolari camice con dei disegni floreali. La novità stava nel fatto di decontestualizzarle. Erano belle di per sé.

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Ingresso del negozio Fiorucci a New York.

Nel 1975 apre il primo negozio londinese in Kings Road, e nel 1976 che Fiorucci arriva a New York sulla 59esima Strada. Come descriverebbe quella realtà pop ai giovani che possono soltanto sognarla?
Dopo Londra e tanti altri paesi, avevo deciso di aprire il mio negozio a New York. Avevo una cara amica, Anita Paltrinieri, che mi ha segnalato che nella 59esima strada c'era un bellissimo negozio. Allora io chiamo Sottsass, Branzi e Mirabelli per chiedere di andare a controllare lo spazio e disegnare un negozio ad hoc. Così è nato il mio store. Anche in America le persone potevano trovare dai vestiti indiani alla camicette messicane fino ai jeans.

Dopo pochi giorni dall'apertura, Andy Warhol arrivò al negozio perché era curiosissimo e sempre affascinato dalla novità. Nelle sue memorie infatti scrisse: "Andato da Fiorucci, è proprio un luogo divertente. È tutto ciò che ho sempre voluto, tutta plastica…". E così è nata la nostra amicizia. Nel 1977 nel cuore di Manhattan quando aprì lo Studio 54, fui io a organizzare l'opening del locale al quale parteciparono personaggi come Bianca Jagger, Margaux Hemingway, Grace Jones e lo stesso Andy. Lo ricordo come un uomo semplice e gentile, un genio! La mia amica Mary Pole mi disse di essere convinta che era stato più lui a essere rimasto impressionato da me che io da lui!

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Locandina del party allo STUDIO 54 in occasione del quindicesimo anniversario di Fiorucci, con live di Madonna, 19 maggio 1983.

"Elio Fiorucci è stato il primo a portare il jeans in Italia". Quando ha capito che era proprio quello il materiale su cui puntare? E cosa rappresenta per lei questa sua rivoluzione?
Questa è stata l'invenzione che ha cambiato il mondo. Un giorno ero con mia moglie a Ibiza e, mentre stavamo girando in macchina, tra i casolari sparsi abbiamo visto delle bellissime ragazze in topless e jeans che si tuffavano nell'acqua e questi pantaloni restavano completamente aderenti. Il risultato erano gambe e sederi bellissimi. Non erano semplicemente donne, ma statue blu indaco.

Una delle mie ossessioni è diventata questa: far indossare alle donne non jeans da uomo, ma un tipo che fosse adatto a loro. Così è nato il fashion jeans. Una volta tornato a Milano ho comprato un rotolo di denim, era un tessuto che si ristringeva e fasciava la gamba. Questo è stato il nostro successo. E sicuramente questo è l'oggetto a cui sono più legato. Tutte le donne facevano la fila per comprarli, volevano esibire le loro gambe pur tenendole coperte. La bellezza della donna va salvaguardata. La natura è consapevolezza e l'erotismo consapevole è la cosa più bella che tu possa provare nella vita.
Il sesso, l'affezione, l'innamoramento, l'adorazione sono tutti aspetti importanti. Il jeans ha avuto poi una sua evoluzione, come il modello tagliato che mostrava anche il sedere, l'uso della finta pelle - perché da sempre io lotto per la difesa degli animali - e le tutine come quelle di Flash Dance.

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Keith Haring nello store di Milano, ottobre 1983

Celebri sono le immagini delle sue pubblicità e delle sue provocazioni. Nel '74 ha lanciato in Italia il bikini, il monokini e il tanga. Fece scalpore e cercarono di censurare i poster e gli stickers. Ancor più forte sembrò la campagna scattata nel 95-96 da Roger Corona: per la prima volta una donna posava nuda, di schiena e con delle manette foderate di pelliccia. Qual è la sua opinione sul rapporto tra nudo e volgarità?
La volgarità non si misura a centimetri di vestito. Siamo nati nudi, il vestito è ipocrisia. Volgare può essere anche un uomo in completo, con in mano un ombrello e ai piedi delle scarpe di vernice. Questo può essere benissimo un gran cafone. Una donna nuda è una creatura di Dio. Ricordo ancora quando i carabinieri irruppero nel mio ufficio per sequestrare gli steakers della campagna del monokini. Io nella mia vita ho sempre cercato di "svolgarizzare" il nudo inneggiando alla libertà del corpo.

Che cosa consiglia ai giovani?
Consiglio di essere se stessi. Qualsiasi sia la strada bisogna sempre rimanere fedele a sé.

Crediti


15 Marzo 2015
Testo di Eloisa Reverie Vezzosi
Immagini su gentile concessione di Elio Fiorucci