Fotografia di Alasdair McLellan

la storia di kim jones da dior homme

Abbiamo incontrato il nuovo Direttore Artistico di Dior Uomo per farci raccontare la sua incredibile vita, dalla gavetta nelle sartorie di Londra al suo arrivo nella maison francese per eccellenza.

di Ben Reardon; traduzione di Giulia Fornetti
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15 novembre 2018, 6:00am

Fotografia di Alasdair McLellan

Questo articolo è originariamente apparso in versione cartacea sul numero 354 di i-D, The Superstar Issue, inverno 2018.

Kim Jones sta disfando i pacchi e organizzando le sue cose nel nuovo ufficio da Direttore Creativo per la linea uomo di Christian Dior, su Harley Street, a Londra. Lo spazio è lo stesso che ha ospitato Phoebe Philo per Céline e oggi, in sua assenza, è Kim che ne prende il controllo, per tornare di stanza nella città dove è nato e cresciuto. “Londra è la citta definitiva per chi è alla ricerca di ispirazione in fatto di moda maschile. È la città dove sono nato, e la città in cui vivo oggi,” dice. “Sono cose di cui ho bisogno per essere felice e poter fare il mio lavoro.” Lo spazio è ancora relativamente vuoto. L’unico dettaglio che lascia intuire qualcosa sul nuovo proprietario è una collezione di scarpe Vivienne Westwood esposte lungo la parete, a sinistra della scrivania, davanti a un’enorme vetrata panoramica. Tra chiacchiere e pettegolezzi, Kim sorseggia una coca light e chatta con la sua assistente per organizzare i prossimi meeting, scadenze e interviste. Ha i capelli in ordine e pettinati, un fisico slanciato e sano. Braccialetti di diamanti e collane di platino Cartier completano il suo look, con maglione Balenciaga e un paio di Nike. Nonostante abbia appena accettato un ruolo importantissimo a capo di uno dei più grandi luxury brand del mondo, Kim sembra rilassato e felice.

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Dopo la sua prima collezione per Dior, acclamata a livello globale, Kim inaugura la direzione artistica del brand all’ombra di questo straordinario successo. Dalle trame in bambù ispirate alle sedie dei caffè di una volta, lavorate e laser e applicate a cappotti e borse, ai completi sulle tonalità del rosa, fino ai pattern Toile de Jouy della carta da parati nella boutique Dior di Avenue Montaigne, la prima in assoluto, il debutto di Jones per Dior è stato un omaggio inequivocabile all’eredità di Monsieur Dior stesso. Dalle giacche in plastica, alle maglie modello pyjama, fino ai motivi floreali con api maestose e piume seducenti, la collezione porta il tocco delicato ma imprescindibile del designer, ma conserva anche un appeal democratico e universale. Sportivo, elegante, sofisticato e da portare in ogni occasione, questo era Kim nel suo momento più alto, certo che avrebbe conquistato l’attenzione dei grandi nomi sulla scena. Infatti, due giorni prima dello show, la collezione è stata mostrata in anteprima a Bella Hadid e Kim Kardashian, tra le altre. “All’atelier, nessuno capiva cosa stesse succedendo,” rivela Kim, “ma per me divertirsi e creare un senso di community in ogni cosa che faccio è fondamentale. Mentre ci preparavamo alla sfilata, lo showroom era pieno di gente che andava e veniva, da Kate Moss a Naomi Campbell e Skepta. È stato divertentissimo, c’era un’atmosfera fantastica.” Jones sta ridefinendo le regole alla maison Dior, introducendo le celebrities e internet in questo mondo così esclusivo, come aveva già fatto in passato nella sua carriera illustre. “Anni fa, quando ho realizzato il mio brand, ero sempre nella top 40 su MySpace,” ride.

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Nato a Londra l'11 settembre 1972, Kim Jones ha un passaporto pieno zeppo di timbri da far invidia a qualunque viaggiatore incallito, e deve questa fortuna ai tantissimi spostamenti fatti da ragazzino per seguire il padre idrogeologo in Ecuador, in Africa e nei Caraibi. Nel suo lavoro, si ispira costantemente a queste esperienze in tutto il mondo. “Cerco in tutto il mondo l’ispirazione, la cerco nelle persone e nei posti piuttosto che nei libri,” spiega. “Puoi sicuramente trovare cose nuove e cool, ma a me interessano di più le esperienze personali.” Dopo il divorzio dei suoi genitori, Kim va a vivere con la sorella più grande a Brighton, grazie alla quale entrerà in contatto con i magazine indipendenti di moda come i-D, e conoscerà Lily Allen, ancora oggi tra le sue migliori amiche. In questi anni, Jones studia attentamente i magazine e si immerge nel panorama della moda, sfogliando le pagine con avida curiosità conosce i personaggi del settore, impara i nomi di stylist, designer e fotografi. Leigh Bowery, Rachel Auburn, Christopher Nemeth, Bodymap e Judy Blame sono tutti collaboratori di i-D e la loro influenza sul giovane Jones fu davvero significativa. Questi esteti progressisti hanno rimesso in discussione ogni singolo preconcetto e standard dell’immaginario della moda tradizionale e sono diventati nomi di riferimento nel panorama contemporaneo.

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Durante la sua permanenza a Brighton, Kim si avvicina alla subcultura straight edge e punk hardcore con i ragazzini della scena skate, si veste come uno scapestrato ma non dimentica mai qualche dettaglio da rent boy estremamente femminile. Indossa Levi’s Capital E, Undercover, Supreme, A Bathing Ape, Neighborhood e Good Enough. In questo periodo, Kim ascolta musica house, acid, techno e gabber, colleziona giocattoli di Star Wars e Il pianeta delle scimmie, sneakers vintage Nike e Vans. Esplora la cultura queer e scopre un’ossessione per Amanda Lear, la performance drag e il documentario Paris Is Burning. La sua conoscenza in fatto di abbigliamento non conosce limiti, e la sua mania per i capi da collezione e gli oggetti d’arte è incontenibile. “Dal punto di vista artistico, ho diverse opere del Bloomsbury Group, e ho appena comprato un quarto di un frammento di uno di Screaming Popes di Francis Bacon,” rivela. “Questo è probabilmente il pezzo più incredibile che io abbia mai acquistato.”

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L’archivio di Kim è qualcosa di leggendario, e comprende ogni singola creazione di Azzedine Alaïa, e ogni capo di Leigh Bowery. “Voglio fotografare ogni pezzo nella mia collezione e farne una mostra, quando sarà il momento giusto,” mi dice. “Alcuni dei capi Leigh Bowery sono davvero strepitosi; la maschera integrale, i leggings di paillettes, la T-shirt ‘Venus’ di Jordan, o la maglia con la svastica di Rachel Auburn. Ci sono talmente tanti elementi incredibili, e sempre più difficili da trovare.” Se la sua collezione di capi da museo è così ricca, Jones lo deve in gran parte alla sua amicizia di lunga data con Steven Phillip, proprietario di Rellik, un noto fashion store a West London. Kim conosce Steven da quando aveva 16 anni, si sono incontrati in uno “squallido bar” di Soho. “Lo chiamo in modo affettuoso ‘madre,’” spiega. “È probabilmente la persona più divertente che io conosca. Lo adoro, è davvero un idiota. Mi mostra sempre cose che non ho mai visto prima, ogni volta. È bravissimo a fare ricerca. Conosce i miei gusti e riesce sempre a sorprendermi.”

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Crescendo, tra Londra e Brighton, Kim si immerge nella club culture della zona e si scatena sul dancefloor fino all’alba al ritmo di Kinky Gerlinky, Popstarz e Trade, prima di iscriversi al Camberwell College of Arts, dove studia fotografia e grafica. Nel giro, conosce molte persone che frequentano la prestigiosa Central Saint Martins a Londra e ben presto incontra Fabio Piras, attuale coordinatore del corso di moda, MA Fashion Course. Incuriosito e affascinato dalla personalità eccentrica di Kim, Piras lo invita a fare un colloquio per accedere al corso di Menswear Fashion. Pur non avendo alcuna esperienza nel design e non sapendo minimamente come comporre pattern in tessuto, Kim mette insieme un portfolio per l’occasione, conquista subito l’ammirazione dei critici e stravolge la sua carriera per buttarsi nel mondo del fashion design. Sotto l’egida della leggendaria Louise Wilson OBE, Kim Jones conquista la scena fashion londinese nel 2002. Alle sfilate dedicate ai neolaureati alla Central Saint Martins si vedono sempre le creazioni più folli ed eccentriche. Così, quando Kim debutta in passerella con una linea di abiti ‘ordinari’, da indossare tutti i giorni, metà del pubblico presente è sconvolto, non capisce, mentre l’altra metà è già in piena adorazione. “Ricordo che qualcuno disse a Louise, ‘Non capisco Kim Jones, le cose che fa sono così semplici.’ E Louise rispose, ‘Visto che sono così semplici, perché non provi a farlo tu!’”

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La collezione di Kim è una dichiarazione audace, sublime, pura e sicura di sé, celebra il punk attraverso l’house music e include jeans, giacche rosa cipria e T-shirt con la scritta “Edge of the Looking Glass,” con un riferimento esplicito al club gay di Chicago dove suonava Ron Hardy. Arricchita da bandane e sneakers Vans, la collezione può sembrare semplice, accessibile, attraente e facile da indossare, ma a ben vedere è in realtà ricchissima di riferimenti ricercati alle sottoculture. Queste creazioni segnano fin da subito quella che sarebbe stata la carriera di Kim.

Commerciale, cool, creativa e da collezione. “Per il progetto di laurea, avevo creato personalmente molti dei tessuti, avevo lavorato tantissimo a ogni singolo capo, anche se mi era sembrato abbastanza semplice.” John Galliano aveva acquistato gran parte della collezione, compresa la giacca preferita di Kim, che avrebbe in realtà voluto tenere per sé per indossarla. “Mi era profondamente dispiaciuto per quello,” ammette

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Di lì a poco, Kim lavora a Old Street, e disegna capi per Gimme 5 e Michael Kopelman, il pioniere dello streetwear e fondatore, che negli anni ha importato i brand di rilievo tra cui Stüssy, A Bathing Ape, Neighbourhood, Visvim, WTaps e Supreme. Michael è un visionario, una divinità del retail con uno spiccato interesse per l’arte e un certo talento per gli affari, prima ancora dell’avvento di internet, dei social media e di Dover Street Market. Michael riconobbe immediatamente il talento di Kim e lo prese sotto la sua ala per farlo crescere. La loro relazione, in quest’ottica, non va sottovalutata. “Michael ha avuto un’enorme influenza su di me. Non è un designer, eppure ha qualcosa che mi ha saputo influenzare nel processo creativo,” dice Kim. “Attraverso Michael ho incontrato Hiroshi Fujiwara, Jun Takahashi e Nigo quando ero ancora molto giovane. Creavano abiti con grande consapevolezza e come nessun altro sapeva fare. Il processo creativo, la scelta dei materiali, i dettagli tecnici, tutto questo era, ed è ancora, profondamente importante per me.” Un’altra figura cruciale nella storia di Kim Jones è Lee Alexander McQueen, che Kim ha incontrato per la prima volta al college. “Usavo il Sun come pattern paper perché costava 20 centesimi ed era l’unica cosa che potevo permettermi, quando prendevo la metropolitana per andare al college, lo leggevo tutto lungo la strada. Lee lo trovava divertente. Ho lavorato per lui per un periodo. Lui è un creativo straordinario, e con lui ho scoperto molte cose diverse. Il suo senso di artisticità e il desiderio di creare qualcosa di bello, c’è sempre stato. Lee è stata una persona a me molto vicina, e mi ha aiutato molto. Abbiamo passato ore a chiacchierare di tante cose. Come me, anche Lee amava gli animali. Andavamo molto d’accordo, avevamo un senso dell’umorismo molto simile.”

All’inizio dei duemila, Hoxton Square era il centro di Londra, qui aveva lo studio McQueen e anche Mandi Lennard, l’agenzia PR di Kim. The Face, Dazed, Sleazenation e i-D erano le realtà editoriali più attente alle nuove tendenze, e Kim riuscì a comparire tra le 100 persone fashion più influenti secondo The Face, conquistando la ventesima posizione.

Grazie a Louise e Mandi, tra le altre, Kim si guadagnò il rispetto nell’ambiente e sviluppò una nuova sicurezza per esplorare la sua linea eponima.

Lulu Kennedy aveva da poco lanciato Fashion East, una piattaforma per designer emergenti, e aveva scelto Kim come uno dei giovani talenti per l’inaugurazione della collezione maschile, MAN. Tra i primi designer ad abbracciare la tecnologia, Kim sceglie il supporto video per raccontare il nuovo capitolo della sua storia e presenta un corto da dieci minuti. In quel momento, Kim stava dando vita a un mondo intero, occupandosi dello styling per gli editoriali di Arena Homme + e i-D, collaborando spesso con Alasdair McLellan, fotografo promettente nel mondo della moda. “Adoro lavorare per i magazine e pubblicare libri. Mi piacciono le cose che diventano documenti storici.”

“Con tutto il rispetto per Hedi Slimane e Kris Van Assche, volevo tornare alle origini, osservare le fondamenta piuttosto che attenermi all’interpretazione di qualcun altro, altrimenti avrei fatto confusione. Devi pensare a cosa manca sul mercato.” Kim Jones

Kim ha lavorato come freelance per molti brand, collabora stabilmente con Umbro, brand sportivo britannico, diventa Direttore Creativo di Alfred Dunhill, brand di lusso, e poi approda in LVMH, dove viene nominato Direttore Artistico della linea maschile di Louis Vuitton. Il suo ruolo in Vuitton è un sogno diventato realtà per Jones, che si ritrova fianco a fianco con Jake e Dinos Chapman, Christopher Nemeth, per poi arrivare alla collezione realizzata con Supreme, di James Jebbia. Questa capsule rimane, ad oggi, una delle collaborazioni di maggior successo nel mondo della moda, in termini di prodotti, hype e vendite globali. Kim ha stravolto i confini del lusso nell’era moderna, trasformandosi in modello e ispirazione per tantissimi designer dopo di lui, tra cui Shayne Oliver, Kanye West e Virgil Abloh.

Si dice che, sotto la sua direzione, la collezione uomo di Louis Vuitton abbia quadruplicato i profitti, eppure, dopo sette anni nel team LVMH, il ruolo alla direzione di Vuitton inizia a stargli stretto. Dopo aver ricevuto le proposte lusinghiere di diversi brand, Jones firma con Christian Dior. Nella sua mente, l’uomo Dior è un omaggio chiaro e diretto a Monsieur Dior stesso, come spiega Jones. “Tutto quello che vedo attorno a me viene dagli archivi Dior, ma ora dobbiamo chiederci cosa è davvero rilevante oggi.” Invece che guardare ai suoi predecessori in Dior Homme, Jones decide di approfondire la sua ricerca e di destrutturare i codici della maison Dior in tre sezioni; Christian Dior, Yves Saint Laurent e John Galliano. “Questi sono i designer che mi hanno colpito di più,” spiega. “Con tutto il rispetto per Hedi Slimane e Kris Van Assche, volevo tornare alle origini, osservare le fondamenta piuttosto che limitarmi a studiare l’interpretazione di qualcun altro, altrimenti avrei fatto confusione. Devi pensare a cosa manca sul mercato.” Kim Jones. Avendo iniziato a stagione inoltrata, Kim ha dovuto prendere molte decisioni d’istinto, per pura necessità. “Abbiamo mandato in produzione dei capi sin dal terzo giorno di attività, per assicurarci che fossero pronti per lo show.” Il quinto giorno, Jones riceve quella che diventerà quasi sicuramente la borsa più desiderata della stagione e che andrà subito a ruba: la prima saddle bag da uomo. “C’erano tantissimi prodotti in pelle all’interno delle passate collezioni Dior uomo, così ho scelto le cose che mi piacevano di più, le ho reinterpretate e le ho messe tutte insieme. Mi piaceva l’idea che la borsa ricorda una fondina, o un marsupio, da indossare sopra la giacca di pelle. Porto sempre la mia saddle bag e tutti mi fanno sempre i complimenti, i risultati di vendita sono stati una grande soddisfazione.”

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Come racconta lo straordinario documentario Dior and I, l’atelier Dior non è secondo a nessun altro al mondo. Non c’è davvero nulla che queste sarte non sappiano fare con ago e filo. “Danno talmente tanto e hanno così tanta esperienza,” conferma Kim. “È un’interazione costante, una dialogo continuo, il loro punto di vista è un sogno. Non hanno paura di provare qualsiasi cosa, e trovano sempre la soluzione a ogni problema. Per un designer, è un modo straordinario di lavorare. Dior per me è come una famiglia, e sono sempre in contatto con Maria Grazia Chiuri (Creative Director della linea femminile) e Victoire de Castellane (Creative Director della collezione gioielli). Mi piace condividere idee e discutere di ogni cosa. Dior è Dior, è la migliore fashion house in assoluto.”

Per la sua prima sfilata, Kim ha reso omaggio a Monsieur Dior e ha scelto di farlo attraverso i fiori. Jones ha trovato l’ispirazione giusta alla mostra di Kaws, a Yorkshire Sculpture Park, la prima mai organizzata nel Regno Unito, in cui l’artista americano ha portato in galleria le sculture di BFF alte 10 metri. “Conosco ormai da anni il lavoro di Kaws,” dice Kim. “Lo ammiro molto, così gli ho chiesto se voleva collaborare con noi. Abbiamo parlato di BFF e del suo rapporto con questi personaggi animati, e poi del legame tra Monsieur Dior con il suo cane Bobby, e così è nato tutto.” Oltre alla grande scultura centrale in passerella, la collaborazione con Kaws si declina in accessori, denim, knitwear e orsacchiotti in edizione limitata. “Sono ossessionato da Baby Dior, per questo ho pensato che gli orsacchiotti sarebbero stati una cosa divertente da fare, e un modo ottimale per unire le nostre storie.”

Il giorno della sfilata di Kim per Dior, la capitale della moda è in grande fermento e le folle riempiono le strade davanti alla location, il quartiere generale della Guardia repubblicana francese, a Parigi. Tutti quei nomi che Kim aveva studiato diligentemente sulle pagine di i-D, oggi sono diventati suoi amici e sostenitori, e sono tutti qui per celebrare il suo lavoro. Accanto ai nomi storici come Michael Costiff, Honey Dijon e Andre Walker compaiono anche le conoscenze più recenti come A$AP Rocky, Luca Guadagnino, Joe Jonas, e Victoria e Brooklyn Beckham. L’atmosfera è incredibile. “In prima fila ci sono i miei amici e li amo,” dice Kim. Le folle si scaldano subito all’arrivo di Diplo. Sulle note di Born Slippy di Underworld, Nikolai, Principe di Danimarca, fa il suo ingresso in passerella. “È stato un vero sogno avere il Principe di Danimarca per l’apertura. Io sono metà danese – per questo mi chiamo Kim,” ride. Alla fine dello show la folla è letteralmente in visibilio. Kim si inchina alla fine dello spettacolo e fa il giro di rito mano nella mano con Yoon di Ambush, amica e designer di gioielli in Dior. A questo punto, amici, familiari, editor e designer si avvicinano a Jones per complimentarsi per il lavoro straordinario.

Robert Pattinson, The XX, Takashi Murakami e Detox di America's Next Drag Queen sono tutti presenti e in grande spolvero per l’occasione, vestiti con monogram Dior da capo a piedi. Anche noi aspettiamo in fila e alla fine ci prendiamo un bacio e un abbraccio. “Mai nella mia vita avrei pensato di fare quello che faccio oggi,” dice. “A volte mi ritrovo in certe situazioni e mi chiedo ‘Cosa ci faccio io qui?’ Sono a capo di una delle più grandi case di moda del mondo… è incredibile.”

Crediti


Fotorafia di Alasdair McLellan
Moda di Ben Reardon

Capelli di Mike Harding per D&V con prodotti R+CO. Assistenti alla fotografia Simon Mackinlay e Peter Smith. Modelli Finley Richards, Rafferty Richards. Un ringraziamento speciale a Adrian, Jodie e Ava Richards.

I modelli indossano abiti della collezione Dior primavera/estate 19.