10 anni di foto per raccontare chi sceglie di vivere ai margini della società

"Ho vissuto in squat e piccole realtà off-grid. Ho seguito tribù di outsider e punk. Ho viaggiato a piedi e sul retro di furgoni. Ho fatto l'autostop e poi ho documentato tutto."—Alessandro Vullo.

di Giorgia Imbrenda
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25 ottobre 2018, 9:28am

"Sono nato in Sicilia, nel 1987. Vivo a Milano alcuni mesi l'anno, lavorando come fotografo e direttore luci.

Il resto del tempo lo impiego portando avanti un lavoro di documentazione fotografica e ricerca che va avanti da parecchio. Ho viaggiato per tutta l'Europa, indagando e vivendo in prima persona le dinamiche sociali e antropologiche delle realtà esistenti al di fuori degli schemi sociali governati dalla dicotomia capitalismo/consumismo.

Ho avuto la fortuna di fare esperienze di diverso tipo. Ho vissuto in squat, eco villaggi e piccole realtà off-grid. Ho seguito la rainbow family, ho viaggiato a piedi, in furgone, in autostop, ma anche con la mia macchina. Ho visto crollare ideali, ho sfatato miti. Ho imparato tanto, tantissimo.

La fotografia non so bene quando sia arrivata, perché in realtà c'è sempre stata. La macchina fotografica mi ha sempre accompagnato nei miei viaggi, ma ad un certo punto ho sentito l'esigenza di andare oltre, lasciando una testimonianza critica e concreta di quella che sarebbe stata la mia più importante esperienza; raccontarla attraverso le fotografie mi è sembrata la scelta più naturale.

Dieci anni dopo il primo viaggio, questa è la mia serie fotografica, Saisonniers."

Alessandro Vullo

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Perché hai deciso di intraprendere questo viaggio?
In realtà il viaggio è iniziato parecchi anni fa. Una decina, più o meno. Durante gli anni dell'università ho cominciato a viaggiare da solo, zaino in spalla e niente piani. Questo mi ha permesso di fare esperienze di diverso tipo in giro per tutta l'Europa: ho vissuto in squat, in eco villaggi e in piccole realtà off grid. Ho seguito le tekno tribe e la rainbow family, ho viaggiato a piedi, in furgone, in autostop, ma anche con la mia macchina. Tutto questo per periodi più o meno lunghi, intervallati da permanenze ugualmente lunghe a Catania, dove studiavo e lavoravo.

All'inizio immortalavo in maniera inconsapevole e naïf le scene che vivevo, ma con il passare del tempo si è affermata in me la volontà di diventare il narratore di un mondo di cui subivo il fascino, sebbene ne facessi parte solo per qualche mese all'anno. Avevo l'impressione di vivere una doppia vita: c'era quella regolare, e poi quella "accanto." Ho scelto di documentare quest'ultima, e per farlo ho usato solo macchine fotografiche analogiche.

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"Me cago en diez, esto es el puto saisonnier!"

Chi sono i "saisonniers" da cui prende il nome questa serie?
"Saisonnier" in francese vuol dire lavoratore stagionale. Con questo termine vengono identificati tutti coloro che fanno lavori agricoli stagionali, non solo le vendemmie. É un fenomeno trasversale, che abbraccia fasce sociali diverse: in parte minoritaria si tratta di persone del posto e immigrati, mentre la stragrande maggioranza è composta da viaggiatori, punk e outsider provenienti per lo più da Spagna, Portogallo, Italia e paesi dell'Est Europa.

L'idea per il nome della serie me l'ha data proprio il commento di un ragazzo spagnolo che, vedendo uno dei ritratti realizzati durante la vendemmia dello scorso anno ha esclamato: "Me cago en diez, esto es el puto saisonnier!", che in italiano suonerebbe come: "Cazzo, questo si che è un dannato saisonnier!".

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Perché pensi che i ragazzi abbiano voluto partecipare al tuo progetto?
Fotografare gli outsider è stato sempre il più grande problema con cui mi sono dovuto confrontare. Generalmente, se una persona rifiuta un certo tipo di società e di convenzioni, l'ultima cosa che vuole è qualcuno che la fotografi. Fortuna vuole che in un certo modo io appartengo alla loro tribù, mi riconoscono. Ciò non vuol dire che sia una passeggiata, ogni volta mi avvicino a loro con calma, sapendo ci vorrà del tempo per far sì che si aprano con me. Parlo, spiego, mostro le mie immagini. Vivo e condivido tutto con loro, guadagnandomi la loro fiducia.

Dopodiché è tutto in discesa. Pensa che negli ultimi viaggi un amico mi ha persino "mappato" gli accampamenti dei saisonniers nella zona in cui ho scattato e mi ha introdotto in alcune realtà occupate dove senza di lui sarebbe stato molto difficile entrare con una macchina fotografica in mano.

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E prima di questa "mappatura" come trovavi i tuoi soggetti?
Ormai è semplice. Dopo anni di viaggiare in questo modo, so già che se andrò in un determinato posto in un determinato periodo, con tutta probabilità incontrerò qualcuno che conosco. La rete di connessioni che ho creato negli anni è abbastanza fitta.

Come ogni società basata sul nomadismo, anche questa tribù 2.0 ha delle rotte e dei punti nevralgici in cui si formano gli accampamenti, si scambiano informazioni, contatti e beni. Tutto questo spesso coincide con i lavori stagionali, i festival musicali (legali e non) e tutte quelle occasioni di riunione, scambio e guadagno.

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Esiste la "giornata tipo" in queste tribù 2.0?
Tentare di incasellare una giornata di queste persone in uno schema preciso è un'impresa ai limiti dell'impossibile. Nel caso specifico dei saisonniers, va da sé che la gran parte della giornata è regolata dai ritmi di lavoro: sveglia al mattino presto, tra le 6:00 e le 7:00, arrivo al campo, il primo turno dalle 8:00 alle 12:00, pausa pranzo variabile, ripresa del lavoro fino alle 17:00/18:00.

Dopodiché ci si occupa di tutto il resto. Bisogna procurarsi del cibo, spesso e volentieri riciclandolo dal retro di supermercati, mercati agricoli e altri negozi, attendere ai bisogni dei cani, organizzarsi per condividere il pasto, il fuoco, la musica, fare i conti, i debiti, i crediti, gli scleri, i saluti a chi arriva e a chi se ne va. E sono già le dieci di sera, le giornate sono lunghe, il bisogno di riposare è tanto, a domani, que descanses.

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Che reazioni vorresti suscitare nel pubblico con questo lavoro?
In prima battuta, vorrei una reazione. Mi spiego meglio: non vorrei che chi guarda le mie fotografie rimanesse indifferente. Dopodiché sono pronto ad avere un confronto. Mi rendo conto di mostrare uno spaccato di una vita conosciuta per lo più tramite stereotipi e pregiudizi, ma nelle mie immagini cerco di creare spesso un'atmosfera onirica e delicata, pur ritraendo a volte sfumature di disagio.

Non penso di aver bisogno di mostrare scene di marciume totale, perché sarebbe mero sensazionalismo. Vorrei piuttosto che chi guarda queste foto riesca a leggere tra le righe e farsi delle domande. Vorrei che, oltre ad assaporare la magia della libertà di chi fa questo tipo di vita, intuisca la portata del sacrificio che vi sta alla base.

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Quali sono stati gli aspetti più stimolanti e gratificanti di aver condiviso tutto questo tempo con loro?
Le cose migliori sono i momenti di comunità e di scambio, quelli passati attorno al fuoco, magari durante un pasto. I legami che si creano, benché effimeri a livello temporale, sono spiritualmente fortissimi.

Ricordo, in occasione di questo ultimo viaggio, la prima notte: avevamo finito di mangiare da un po' e si stava in silenzio davanti al fuoco, quando uno dei ragazzi spagnoli si alza e dice "Venga, buenas noches familia." Ecco, quel "familia" mi ha fatto sentire parte di qualcosa. Ed è proprio su questa sensazione che si basa tutta la magia di quella vita, il senso di appartenenza, di identità, di condivisione.

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Progetti per il futuro? Dove ti troveremo nel 2019?
Vorrei averne qualcuno in meno, forse! Sto cercando di organizzare e ottimizzare tutto il materiale che ho prodotto fino a oggi. Lo farò in Marocco, una sorta di buen retiro dove tirare le somme con serenità. Intanto sto anche portando avanti un progetto a lungo termine su un gruppo di giovani ragazze e ragazzi conosciuti a Milano che vivono e lavorano nel mondo della moda. E poi sto lavorando a una fanzine, una sorta di raccolta di B-sides realizzata in collaborazione con Hugo Weber che troverete alla Night of the Fanzines di Gigantic. Ovviamente andrà avanti anche nel 2019 la mia collaborazione con Cesura, collettivo di cui faccio parte da due anni circa.

Infine, sicuramente continuerò a viaggiare e investigare su me stesso e sugli esseri umani che incontrerò armato di macchina fotografica, ma vorrei cominciare anche a scrivere, ho già tanto materiale accumulato e parecchia voglia di dar voce in maniera nuova a ciò che vivo.

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Sempre tribù di outsider, ma dall'altra parte dell'oceano:

Crediti


Intervista di Giorgia Imbrenda
Fotografia di Alessandro Vullo