lo spettacolo delle maschere di alessandro mannelli

"La maschera fa sperimentare a chi la indossa un senso di estasi, vertigine e abbandono. Attraverso questo progetto voglio esprimere tali sensazioni, in precedenza assopite e che ora vengono somatizzate da chi indossa quell'oggetto."

di Alessandro Mannelli
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01 ottobre 2019, 5:36am

Quando gli abbiamo chiesto di raccontarci com'è nato Radix, Alessandro ci ha risposto inviandoci un mini saggio introduttivo che permette di entrare nel vivo del suo processo creativo. Come se avesse voluto scostare di un poco la spessa coltre che protegge e separa la creatività fotografica, lasciandoci sbirciare dietro le quinte e scorgere ciò che succede nella mente di un fotografo quando sceglie di dedicarsi a un nuovo progetto.

Si parla di maschere, di processi identificativi, del rapporto tra finzione e realtà. Buona lettura e buona visione.

Nel corso del tempo, ho notato come ogni volta che l’elemento maschera entrava a far parte di un mio progetto, il soggetto mascherato iniziava un processo di immedesimazione totale. Per esempio, quando ho chiesto a una modella di mimare un animale, di muoversi come se lo fosse, ricordo benissimo che qualche minuto dopo ha iniziato persino a "ruggire." Come se, attraverso il personaggio che le assegnai, si fosse plasmato in lei qualcosa di nuovo, una libertà comportamentale svincolata dalla sua persona fino a pochi minuti prima.

Una volta consolidatasi in me questa consapevolezza ho così iniziato a sviluppare un progetto incentrato proprio sul concetto di maschera e sulle sue qualità evasive, approfondendo il tema attraverso la lettura del testo di Roger Caillois I giochi e gli uomini, La maschera e la vertigine. In questo testo l'autore elabora la teoria secondo cui nell’attività del gioco esista una tendenza innata nell’uomo a volersi mascherare, a voler cambiare faccia e identità. Per un istante o poco più, il mascherato si lascia conquistare da un personaggio illusorio, comportandosi di conseguenza. La maschera è in grado di donare libertà e il mascherato può abbandonare la propria identità, appropriandosi di quella conferitagli della maschera che indossa. Nella cultura primitiva, la maschera nasce come strumento direttamente connesso al divino, e infatti coloro che le indossavano erano visti come divinità, come veri e propri spiriti.

Ho quindi deciso di declinare il concetto di maschera attraverso il mio vissuto personale, reinterpretando gli eventi del mio passato tramite il mezzo fotografico. Da qui nasce Radix, lo spettacolo delle maschere. La parola "Radix", che in latino significa "radice", rimanda al fatto che ogni scatto del progetto trae ispirazione dal mio passato, scavandoci nel profondo come farebbero le radici nel terreno. "Lo Spettacolo delle Maschere", invece, sottolinea l’idea di farsa che aleggia su tutto il progetto: il fatto che ogni cosa fotografata esista nella realtà, ma che allo stesso tempo possa essere reinterpretata in maniere totalmente immaginarie. L’atto del mascheramento viene inteso come un vero e proprio spettacolo, come fosse una performance rinchiusa in un solo scatto, incastrata in quel determinato spazio-tempo. Quello è il momento in cui il soggetto si distacca dal mondo reale e riflette sul proprio, quello che abita quando mascherato.

Le quattro tematiche che sviluppate sono famiglia, morte, ricollegamento e danza. Ognuna di esse è stata sviluppata separatamente, e la narrazione procede proprio attraverso l'elemento della maschera e le sue varie forme. La famiglia, intesa come nucleo stretto di individui, si rifà al mondo primitivo e tribale. I membri della tribù indossano maschere appartenenti alla cultura africana. I personaggi sono i membri più stretti della mia famiglia che, come fossero nella savana, si muovono e si osservano. Uniti attorno al proprio legame di sangue, attendono pazientemente la notte per danzare attorno al fuoco.

La sezione della morte parla della scomparsa delle persone a me care. La morte si rivela come una profonda apatia e un totale distaccamento nei confronti dell’evento e del resto dei vivi. Un’entità oscura si muove in un luogo desolato, dove non è rimasto nessuno, le sue vesti sono mosse dal vento, proprio come se fosse uno spettro. Il ricollegamento trae esplicita ispirazione dall’opera di Rebecca Horn, Unicorn. In questa performance, l’artista indossa delle estensioni corporee che le permettono di ottenere una maggiore percezione rispetto agli elementi a lei circostanti. Come Horn, il personaggio ritratto indossa estensioni corporee che permettono di scavare nelle profondità del terreno, in modo da potersi ricollegare ad esso. La figura si mette in relazione alla natura circostante, riunendosi con ciò che c’è di più lontano. La danza, infine, si rifà ancora un volta al mondo tribale, dove si immagina il corpo muoversi davanti a un fuoco. Come il corpo, anche gli occhi diventano punti luminosi in cui incantarsi. La danza è capace di poter far vivere a chi ne è immerso un momento di riscoperta del corpo e dello spazio circostante, come fosse uno studio di sé e di ciò che ha intorno.

In conclusione, la maschera fa sperimentare a chi la indossa un senso di vera e propria estasi, vertigine e abbandono. Attraverso questo progetto voglio esprimere tali sensazioni in precedenza assopite, che ora vengono somatizzate da chi incarna la maschera. Questo oggetto mi ha permesso di riallacciarmi al mio passato e quello spirito di evasione primordiale riesce finalmente a diventare libertà e interpretazione.

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Altro progetto fotografico, completamente diverso ma altrettanto interessante, che abbiamo pubblicato ultimamente, quello della fotografa Kam Lin:

Crediti

Testo e fotografia di Alessandro Mannelli
Accessori in collaborazione con Arcangelo Costanzo
Un ringraziamento speciale a Claudia Pasanisi

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