Fotografia di Salvatore di Gregorio

Dentro il quartiere a luci rosse siciliano tra i più antichi d'Europa

"Dopo tanti anni vissuti fuori e parecchi anche all’estero, sento il bisogno di esplorare la mia terra e farla vedere con occhi diversi al mondo."

di Amanda Margiaria
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04 dicembre 2019, 6:00am

Fotografia di Salvatore di Gregorio

San Berillo è un quartiere nel centro di Catania dalla storia travagliata. Così travagliata che su Wikipedia esiste la voce Sventramento di San Berillo. Con tale espressione si definisce "l'operazione di abbattimento dello storico quartiere" come parte di un piano di risanamento cittadino mai portato veramente a termine.

A fotografarne contraddizioni e voglia di rinascita è il fotografo siciliano Salvatore di Gregorio, già vincitore del Sony World Photography Award e autore di reportage anche molto diversi tra loro per temi, stili e risultato finale.

L'ho incontrato per capire meglio la situazione di San Berillo, ma anche per farmi raccontare del suo bizzarro passato, tra il funerale di Castro e i giorni in India fotografando lottatori semi-nudi.

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Parlare con te fa venire le vertigini. Hai aneddoti su tutto, una storia curiosa per ogni foto scattata, progetti che spaziano dal clubbing ai diritti umani, passando per fashion photography e reportage etnografici. Quindi inizierei mettendo in fila gli eventi: quanti anni avevi quando hai iniziato a scattare? E cosa facevi prima?
La prima macchina fotografica l’ho comprata poco prima di compiere 30 anni. Da Roma, dove lavoravo uno studio di registrazione con musicisti dal calibro di Ennio Morricone e Danger Mouse, mi sono trasferito a Londra e ho iniziato un Master in Enterprise and Management for the Creative Arts. Prima, però, mi sono preso una pausa di 3 mesi, ho comprato un biglietto per il Sud-Est Asiatico, tra Thailandia, Laos, Vietnam e Cambogia. Ecco, lì ho capito che volevo documentare visivamente la contemporaneità.

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È lì che ti sei detto: “Okay, al diavolo tutto il resto, voglio diventare un fotografo professionista e lasciar perdere tutto il resto”?
Era il periodo delle Olimpiadi, e a Londra non si parlava d'altro. Appassionato di sport, vengo a conoscenza di un’antichissima arte di lotta persiana chiamata Kushti, eseguita su manto di argilla rossa da atleti che indossano solo un perizoma in tessuto. Così decido di partire per Kolhapur, un paesino al Sud dello stato del Maharashtra, per scattare Red Kushti: an old fight, la mia prima serie personale, che mi ha fatto ottenere il Primo Premio al Sony World Photography Award 2014 nella categoria Sport.

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Hai un legame molto forte con la tua terra d’origine, la Sicilia, nonostante tu abbia vissuto e viva tutt’ora all’estero. In che modo la “sicilianità” (se così possiamo definirla) influisce sul tuo modo di fare fotografia?
Ho passato più della meta della mia vita fuori dalla Sicilia. Dopo tanti anni vissuti fuori e parecchi anche all’estero, sento il bisogno di esplorare la mia terra e farla vedere con occhi diversi al mondo.Quindi, se da un lato mi sono dato come obiettivo quello di documentare la pluralità di culture e tradizioni di luoghi sconosciuti ai più, dall'altro voglio invece proseguire nel raccontare la mia terra, la Sicilia, al pubblico internazionale.

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Ed è in Sicilia che hai realizzato Taliami che te fazzu petra, una serie che documenta la vita a San Berillo, uno dei primi quartieri a luci rosse d’Europa. Ma perché proprio San Berillo?
È un quartiere che si trova nel centro di Catania, adiacente al Teatro Massimo. Si tratta di un luogo dal tessuto urbano ferito, che negli anni ha assistito a un vero e proprio "sventramento" sociale causato da un piano di risanamento urbanistico mai messo in atto che lo ha portato al degrado.
Con Taliami e te fazzu petra, non volevo raccontare la prostituzione in Sicilia, ma dare nuova luce a un quartiere che ha una storia cupa e salace. Volevo accompagnare il lettore verso una prospettiva differente rispetto la storia delle persone che invece lavorano nel quartiere.

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Anche il nome della serie è molto evocativo. Cosa significa e perché hai scelto un titolo in lingua siciliana?
Ho passato molto tempo prima di decidere il titolo. Avevo in mente il mito della Medusa, simbolo della Trinacria siciliana. L’intensità degli sguardi della gente di San Berillo mi ricollegava a colei che con un solo sguardo ti trasforma in pietra.
Ed ecco che nasce Taliami che te fazzu petra, che in siciliano significa proprio questo: guardami e ti faccio diventare pietra. L’utilizzo del dialetto siciliano mi diverte molto e non c’era occasione migliore per usarlo, dato che si parla di una storia tutta siciliana.

L’idea sbagliata che in molti hanno della Sicilia e che odi?
Si dice arancino!

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Osservando le tue foto ho sempre l’impressione che il soggetto sia completamente spoglio di ogni sovrastruttura. Non ci sono foto rubate nel tuo portfolio, ma anzi tanti, tantissimi ritratti a distanza ravvicinata, che presuppongono quindi una forte fiducia nei tuoi confronti. Come riesci a instaurare questo tipo di rapporto con le persone che fotografi?
Con il rispetto e un sorriso. [Confermo, Salvatore saprebbe mettere chiunque a suo agio in un batter d'occhi, NdA].

Altri due tuoi progetti che ho apprezzato particolarmente sono 120AFTER, in cui fotografi i DJ subito dopo aver finito di suonare, e RED KUSHTI: an old fight, di cui parlavamo prima. Ecco, non riesco a pensare a due progetti più diversi tra loro. In che modo comunicano?Sono una persona curiosa, come penso ogni fotografo debba essere. L’interazione con i miei soggetti riempie la mia curiosità e mi permette di spaziare con soggetti cosi vaghi di cui sono proprio io a fare da anello conduttore. Catturare momenti di inusuale ma eccezionale bellezza è quello che mi eccita di più. Pero, allo stesso tempo sono semplicità e sensibilità che fanno della fotografia uno strumento speciale.

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So che anche sul progetto che hai realizzato a Cuba hai un aneddoto interessante, vuoi raccontarcelo?
Nel 2015 sono stato invitato dal Ministero di Cultura Cubano a realizzare un progetto sulla cultura cubana. Decisi di fotografare Las Comparsas de Cuba. L'opening era programmato esattamente il 4 Dicembre, ovvero il giorno del funerale di Fidel Castro.
Il paese è stato in lutto nazionale per quasi un mese e le attività culturali sono state sospese, inclusa la mia mostra. Un periodo abbastanza caotico. come si può immaginare. A poco a poco Cuba ha poi ricominciato a funzionare normalmente e con il permesso delle autorità le attività culturali hanno ripreso la loro programmazione, cosi anche la mia mostra che è stata inaugurata il 12 di Dicembre.

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Insomma, da tutte queste domande quel che mi sembra venga fuori è come per te sia essenziale fotografare non solo una persona, ma la cultura che rappresenta e il modo in cui la rielabora, facendola diventare parte integrante di se stesso. È così?
Tutto quello che fotografo rappresenta la mia vita, i miei interessi e le mie passioni. Il mio imprinting è cosmopolita e la mia attitudine è nomadica.

Infine, se potessi fotografare chiunque, morto o vivo poco importa, chi vorresti davanti al tuo obiettivo?
Grace Jones.

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Crediti

Testo di Amanda Margiaria
Fotografia di Salvatore di Gregorio

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