Tutte le immagini di Valentina Neri

l'almanacco del toilet club: foto del paradiso delle drag queen italiane

Per tre anni, Valentina Neri ha documentato ossessivamente tutte le serate del "vecchio" Toilet. Il risultato sono queste immagini, in cui i chiaroscuri trasformano ogni drag in una vera queen di drammaticità.

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nov 9 2018, 9:49am

Tutte le immagini di Valentina Neri

Thank God I’m Horrible.

Questo il motto di Toilet Vergogna!, la serata che ogni sabato anima il Q21 di Milano con quattro DJ e un piccolo esercito di drag queen che darebbe filo da torcere ai partecipanti di RuPaul's Drag Race. All'ingresso non ci sono né liste, né selezioni, né dresscode. A Toilet Vergogna! siamo tutti uguali.

Non tutti sanno però che questa è la solo la seconda vita del Toilet, una sua versione più patinata e accessibile. Il vero e proprio Toilet Club si trovava sempre a Milano, ma in Via Lodovico Il Moro 171: una specie di scantinato addobbato come una toilette, per l’appunto. Piccolo e sgangherato, oppure intimo e accogliente? Dipende dai punti di vista. Noi propendiamo per la seconda opzione, vedendo il Toilet come una seconda casa aperta a tutti: LGBT, genderless, queer, gay, eterofriendly, non-binary sono tutti i benvenuti, qui.

Nel 2016 il “vecchio” Toilet Club ha chiuso e Valentina Neri ha smesso di fotografare i personaggi che lo animavano. Fotografa monzese 27enne, Valentina ha curato nei tre anni precedenti la chiusura del locale un progetto che ne raccontasse gli inizi, attraverso le sue ombre e i suoi colori notturni. Il risultato è l’Almanacco Toilet Club, un libro fotografico, ma non solo: fotografia, grafica, pubblicità d’epoca, testi che dialogano tra loro per indagare il tema in modo articolato.

Incuriositi dal progetto, abbiamo voluto incontrare Valentina per farcelo raccontare meglio, tra aneddoti e ricordi bellissimi.

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Ciao Valentina, come ti racconteresti a chi non ti conosce?
Questa è sempre la domanda più scomoda, ma proviamoci: sono Valentina Neri, vengo da Monza e, mio malgrado, devo definirmi fotografa. Ho 27 anni e da cinque lavoro all’Almanacco Toilet Club.

Di che cosa parla il tuo Almanacco? E come nasce?
Il mio progetto si concentra sugli inizi del Toilet Club, locale milanese nato dalla necessità di un gruppo di drag queen di travestirsi e stare insieme liberamente. Hanno iniziato a organizzare una serata che dal nulla è entrata nella mappa della città, diventando presto una delle più importanti nella scena dei gay club. Ne parlo attraverso ritratti e colori notturni, e questo è il perché del lavoro. Ad attrarmi sono stati i nuovi colori che ho scoperto di notte.

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Com’è stato il primo approccio a quel mondo che era il Toilet Club?
Da qualche anno facevo parte di un gruppo di fotografi, Cesura, e in quel periodo ho iniziato a interessarmi al tema LGBT, ma senza avere un’idea chiara di cosa stessi cercando. Penso i buoni lavori nascano così. Mi sono trovata davanti al locale e mi ha aperto la porta una mezza drag queen in fase di trasformazione, con un occhio truccato e l’altro no. L’atmosfera era in qualche modo sofisticata, nonostante il locale fosse uno scantinato abbastanza grezzo. Ho avvertito subito la sensazione di stare in mezzo a una famiglia che si insulta e battibecca in continuazione, ma che allo stesso momento si aiuta e si vuole bene. Mi sono sentita subito a mio agio.

Considerando che hai scattato per tre anni, come hai gestito un editing così massiccio?
Sono sempre stata un’archivista ossessiva, quindi non ho mai aspettato troppo a scaricare schede o a editare immagini. I miei weekend scorrevano così: sabato dalle 20.00 alle 5.00 circa al Toilet fra camerino e serata vera e propria. Domenica, sonno e condizioni fisiche permettendo, editing e archiviazione. Ammetto di essere stata aiutata; soprattutto all'inizio ero molto insicura.

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La pubblicazione è stata preceduta da altri lavori sempre incentrati sulla stessa ricerca, come il progetto fotografico Lethe e un documentario, sempre curato da te. Quando è arrivata l’idea di raccogliere tutto nell’Almanacco Toilet Club ? È solo una sorta di raccolta finale o qualcosa di più?
Alla fine del 2016 ho iniziato a lavorare al libro. Con le poche foto che avevo selezionato d’impulso ho impaginato Lethe, che è la parte dell’Almanacco che parla di me: un librone nero di 60 foto fra le più intense che ho scattato in quei tre anni. Ne ho stampato qualche dummy e l’ho lasciato riposare per mesi. Solo che poi è rimasto lì. Passato del tempo, con la mente più libera, mi sono resa conto di aver sbagliato: mi stavo concentrando su un editing che non bastava a spiegare l’ironia e la complessità del Toilet. Ci voleva un modo efficace e diverso. Mi sono rimessa a lavorare.

Durante la ricerca mi è capitata fra le mani una copia di metà anni '40 della Scena Illustrata, una pubblicazione culturale che dal 1884 racconta l’Italia adottando lo stile del momento, spesso con un linguaggio ironico, personale e secco. Mi ha rimandato immediatamente all’atmosfera del Toilet, ma si creava un paradosso perché quella pubblicazione era del 1941, con una grafica e un linguaggio fascista, mentre io stavo vivendo, e vivo tutt’ora, un momento storico che pende a destra, ma in cui il tema LGBT viene spesso strumentalizzato. Questo creava un corto circuito perfetto: raccontare la storia di un gruppo di drag queen o di persone che si divertono in modo libero ed emancipato con lo stile fascista del ‘41. Il documentario è nato nello stesso modo, avevo filmato decine di ore, perché non imparare a montare video e mostrarlo?

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Tre anni non sono pochi. Riguardando le foto oggi, noti differenze tra le prime e le ultime? Magari un cambio di sguardo o sensibilità?
Fra le prime e le ultime foto c’è sicuramente una certa differenza, ma non vedo un meglio o un peggio. I diversi blocchi di immagini si completano a vicenda e sostengono insieme la complessità dei tre anni di lavoro. Prendermi tutto questo tempo mi ha aiutata ad accettare che non sono adatta a lavorare su brevi storie e che ho bisogno di dedicare molto tempo a ciò a cui mi sto interessando, di studiarlo e di conoscerlo a fondo prima di chiudere un progetto.

Lo sguardo delle tue foto è un misto di fascino, attrazione e ricerca morbosa, ma si percepisce anche un certo distacco. Come un mondo con cui sei entrata in sintonia, addentrandoti fino in fondo, ma dal quale ti sei sempre mantenuta in qualche modo separata. Che tipo di sguardo volevi adottare, e come l’hai gestito per trasmetterlo?
Fascino, attrazione e ricerca morbosa sono d’obbligo. Sono entrata in sintonia con il luogo e con la maggior parte delle persone che lo frequentavano, ma rimane un mondo del quale non facevo e non faccio parte. Il distacco, poi, è naturale: per quanto ci si lasci andare, ci si disinibisca e ci si goda i nuovi colori, le voci o la musica, si sta comunque lavorando. Per spiegarmi meglio, scattare al Toilet per me è stato come quel momento in cui sto per addormentarmi, sono ancora semilucida, penso alla giornata passata e a quella che verrà, le immagini iniziano a sfocarsi e a sembrare fantastiche, più piacevoli. Ombre, neri, luci, colori. Ho lasciato fare tutto al locale, aspettando i momenti in cui qualcosa s’illuminasse.

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Come si è evoluto il tuo rapporto personale nei confronti delle drag e del loro mondo? Immagino che dopo tre anni sia diventata un po’ la tua seconda casa e che questo legame abbia necessariamente influito sul tuo lavoro...
Solo dopo gli anni di scatto, finalmente, non mi sono più dovuta trattenere a causa del lavoro e mi sono fatta conoscere. Come in ogni situazione, i legami non si creano con tutti e nello stesso modo, ma adesso ho dei nuovi amici, ai quali tengo molto e che mi sfottono per quanto io sia meno femminile di loro o su quanto, ancora, io non abbia imparato i termini del loro mestiere. Tutto questo ha influito molto positivamente sul lavoro.

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Viceversa, come si sono interfacciate loro con te? Hai incontrato qualche sorta di ostilità o diffidenza, magari all’inizio? In che modo vedevano e vedono oggi la tua ricerca?
Certamente all’inizio per me non è stato facile, ero più giovane e ognuna di loro si è rapportata con me in modo diverso. Lentamente ci siamo conosciute meglio. La prima volta che hanno visto il lavoro non si aspettavano foto così scure e che fanno anche scappare qualche difettuccio. Svariate volte mi hanno chiesto di usare Photoshop per un fianco troppo largo o per qualche pelo di troppo, ma con me gli è andata male. Però il loro motto è: “Vuoi essere orrenda? Chiedimi come”. Quindi poi è andata bene. Sono sempre stata sincera riguardo al mio lavoro, loro mi hanno sempre lasciata libera e si sono divertite con me. Amano farsi fotografare e non mi hanno mai messa in difficoltà. Hanno anche collaborato alla creazione del libro, ci sono due pagine dedicate alle loro auto presentazioni, non dico altro.

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C’è una foto di queste a cui sei particolarmente legata?
No, non mi lego mai alle foto, ma ce n’è una che penso sia quella più affine allo stato d’animo sognante di cui parlavo prima e che quindi ho usato come apertura e come gamma di colori per la cover del libro.

Come avete vissuto, tu e le drag, lo spostamento del Toilet Club?
Ho deciso che il lavoro di scatto era finito quando il locale ha cambiato sede. So che la serata sta andando molto bene, ci sono stata qualche volta all’inizio, ma avendo lavorato anni in un ambiente molto diverso non mi ci sono più ritrovata e ho smesso di frequentarlo. Ovviamente, a me manca molto il vecchio Toilet.

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Il tuo lavoro ha dunque un valore documentario importantissimo. Credi che sia questo a renderlo diverso da altri progetti sullo stesso tema, o c’è anche altro che lo fa spiccare all’interno di un panorama ormai saturo di immagini?
Negli ultimi anni siamo passati dalla drag queen standard anni ‘80 stile Platinette a generi più diversificati e ricercati, che si sono modificati a contatto con televisione, youtuber, tutorial di make-up, Ru Paul... Adesso è tutto più accessibile, e il pubblico è cambiato molto. Il Toilet stesso è più aperto, organizza serate per tutti: lesbiche, trans, coppie etero, gruppi di ragazze che cercano qualcosa di diverso. E così, anche il libro è per tutti: è atipico, è un racconto che contiene immagini, illustrazioni, presentazioni, citazioni e tanto altro. Ha tante stanze e concede più livelli d’interpretazione. Direi che quantomeno L’Almanacco si può vantare di essere la più completa e organica documentazione della prima sede del Toilet, dello sviluppo e della crescita del locale e della trasformazione di quei personaggi che oggi si sono affinati e sono cresciuti come artisti, come drag e come persone.

Hai già in cantiere qualche altro progetto su cui lavorare?
Assolutamente sì, e non vedo l’ora di dedicarmici. Tratterà un tema totalmente diverso e, tra l’altro, avrà anche una vena scientifica. Ma ne riparleremo fra parecchi anni.

Il lancio ufficiale di Almanacco Toilet Club sarà la prossima settimana a Parigi presso la fiera Polycopies. Ma se proprio non resistete, qui lo trovate disponibile online.

Ancora non siete convinti? Qui qualche pagina del volume in esclusiva per noi di i-D.

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Crediti


Testo di Benedetta Pini
Fotografia di Valentina Neri