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l'insolita intimità dei love hotel giapponesi

Per la sua ultima serie ‘Japanese Whispers’ Zaza Bertrand ha messo un annuncio online in cui cercava sconosciuti per inusuali rendez-vous fotografici. Il risultato è un misto di intimità, imbarazzo e delicatezza.

di Blair Cannon
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25 ottobre 2017, 4:08pm

La fotografa belga Zaza Bertrand non è interessata a fotografare il sesso. Invece, attende paziente per ore alla ricerca dell'attimo in cui la tensione erotica si sublima nei dettagli più delicati. Un sopracciglio che freme, la luce che colpisce una stanza d'hotel in modo inaspettato, il movimento gentile di una gamba. I soggetti che Zaza fotografa nella serie Japanese Whispers sono sconosciuti che hanno risposto a un annuncio online per un incontro in un love hotel. Una volta dentro, non si apre il mondo da manga kinky che solitamente viene associato al Giappone, ma piuttosto un imbarazzante universo che oscilla tra natura e artificio.

Come funziona un love hotel? E come sei riuscita a fotografarli dall'interno? Solitamente si entra in macchina, esponendo la patente sul cruscotto così da essere registrati. All'interno, non si entra in contatto con nessuno. Davanti a te c'è una macchinetta da cui scegliere la stanza che desideri, ognuna con arredamenti e colori diversi. Di solito, decidevo con i modelli quale fosse la stanza giusta, perché volevo fotografarli in un ambiente nel quale si riconoscessero. Poi, si ottiene una chiave e si può salire per un'ora o più (si può anche prenotare la stanza per tutta la notte, ma io non l'ho mai fatto). Credo di aver pagato al massimo per tre ore, poi solitamente me ne andavo, mentre i modelli decidevano autonomamente se fermarsi più a lungo o meno.

In quali tipi di stanze sei finita? All'inizio non volevo cose troppo kitsch o eccessivamente decorate. Quando si parla di love hotel, è questa l'immagine che viene subito in mente. Io volevo invece mostrare quanto questi luoghi siano in realtà casuali, e quanto siano eterogenee le persone che li frequentano. Ci sono anche giovani che non hanno abbastanza soldi per andare in un vero hotel e quindi scelgono la prima stanza che capita a tiro. C'era questa coppia che ci teneva molto a essere fotografata nella camera hot spring. All'inizio l'idea non mi entusiasmava molto, ma poi mi sono accorta che aveva un'atmosfera davvero cinematografica, sembrava la scena di un film. Così mi sono ricreduta, e in quell'ambiente la coppia è riuscita a mostrarmi desideri, fantasie e riflessioni attraverso l'obiettivo.

Come hai scelto i tuoi soggetti? Cercavo persone che volessero farsi fotografare. Ho provato a fermare i clienti davanti ai love hotel, ma nessuno voleva parlare con me. Forse, non era il momento giusto per approcciare i possibili modelli. Così ho iniziato a mettere degli annunci online con l'aiuto di un amico giapponese, e lì le cose hanno da subito funzionato meglio. Ovviamente, circa la metà di loro si sono tirati indietro all'ultimo momento. Cercavo di trasformarlo in una sorta di patto: voi mi fate da modelli, io pago la stanza e vi regalo una copia originale di tutti gli scatti.

Quindi eri tu a pagare le stanze? Sì, c'erano un sacco di persone interessate a questa specie di patto. La prima volta ho lavorato al progetto nella città di Fukouka, nella parte meridionale del Giappone. Poi mi sono spostata a Tokyo, dove le possibilità di scattare erano ovviamente di più, vista la grandezza di questa metropoli.

Cosa succedeva all'arrivo dei modelli? Sai, non ero mai sicura che si presentassero davvero. Non avevo messo restrizioni d'età, genere o altro. Una volta, un tizio ha portato la sua mistress. In un'altra occasione è arrivata una ragazza a chiamata, un fenomeno molto diffuso in Giappone, dove sono viste come una versione moderna della geisha.

Ti sei mai sentita impaurita o a disagio? Sì, assolutamente. Ma con questo progetto ho capito che il modo in cui le persone appaiono non rispecchia davvero quello che sono in realtà. Ricordo questo ragazzo, ero piuttosto spaventata all'idea di entrare in una stanza con lui, quindi ho chiesto al mio traduttore di accompagnarci. Normalmente, non glie l'avrei chiesto perché quando scatto preferisco essere da sola con i soggetti. Ma in quel caso gli ho chiesto di aspettarmi nel corridoio, non si sa mai. Alla fine, il ragazzo di cui avevo paura si è rivelato un vero tenerone.

Gli hotel sono pensati per le coppie, quindi perché hai scelto di fotografare anche single? Alcune persone decidono di venirci da sole. All'inizio non volevo single, ma poi ho pensato "dai, proviamo e vediamo cosa succede." C'era questo tipo che voleva davvero essere fotografato, aveva circa 60 anni ed era vedovo. È uscito fuori un ritratto bellissimo, al quale sono molto legata.

Quando fotografi persone in momenti d'intimità è tutto organizzato o capita per caso? Per questo progetto è stata una combinazione delle due cose. Per gli altri, normalmente, aspettavo anche giornate intere nella speranza che le persone si dimenticassero della mia presenza e si lasciassero andare. In Japanese Whispers invece ho cercato di dirigere gli scatti in modo più invasivo, anche perché il poco tempo a disposizione ci costringeva a essere il più produttivi possibile. Comunque, è anche accaduto che fossero le coppie stesse a cercare di arrivare al dunque il più velocemente possibile.

Quindi le persone volevano davvero essere fotografate facendo sesso e tu gli hai dovuto dire "no, non è questo quello che faremo"? Sì, esatto. È successo un paio di volte che facessero comunque sesso davanti a me, anche se non era quello che volevo per gli scatti. In quei casi me ne andavo il prima possibile, perché la situazione si faceva ovviamente sempre più intensa e non era ciò che cercavo. È molto più interessante tracciare una storia partendo dagli indizi mancanti, dalla tensione che deriva dal non avere tutte le informazioni a disposizione.

Crediti

Testo: Blair Cannon Fotografia: Zaza Bertrand