un agente racconta di quando le top model avevano il coltello dalla parte del manico

Abbiamo chiacchierato con Piero Piazzi, nuovo presidente di Elite Milano ed eminenza per nulla grigia dietro alla storia di super-model ormai consacrate allo status di celebrità senza cognome.

di Jacopo Bedussi
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13 aprile 2017, 3:15pm

Ci avventuriamo verso la sede di Elite Milano in via Tortona 35, una mattina di pieno delirio da Salone del Mobile. Per i non milanesi: via Tortona durante il Salone è come Piazza San Pietro durante il Giubileo. Alle otto già si sgomita con orde di nuovi creativi, creativi affermati, futuri creativi e anche creativi passati, nonché semplici curiosi ma comunque creativi che trascinano stanchi le loro shopper di tela da una presentazione all'altra. Ma per noi è al momento solo traffico da superare, giunti nel cortile su cui si affaccia l'agenzia si respira una tranquillità quasi zen. Siamo in perfetto orario, citofoniamo. Non risponde nessuno. Si ricontrolla la mail, siamo nel posto giusto al momento giusto.


Ci sediamo su panchina minimalista in cemento armato di fianco all'ingresso, in attesa. Già si immaginano bellissime ragazze svestite e aitanti ragazzotti ancora addormentati su divani in velluto e bottiglie di champagne mezze piene usate come posacenere. Si fantastica di party senza fine e modelle che non esistono prima delle tre del pomeriggio. Appare Linda Evangelista che tuona «We don't wake up for less than $10,000 a day» come da statement modellaro anni '90, formula magica che servì a rendere il culto ufficiale e a modo suo immortale, definendone il rito, fatto di capricci ed eccessi ad alzare sempre l'asticella di un benessere ormai lontano anche nella memoria. Ci risveglia dal nostro viaggio un corriere DHL che entra senza suonare. Lo seguiamo su per le scale, dove una gentilissima signorina alla reception ci comunica che la porta è sempre aperta e non c'è bisogno di citofonare, il Signor Piazzi ci attende al piano di sopra.

Com'è facile immaginare non ci sono corpi nudi e incoscienti ad aspettarci e nemmeno scenari post-orgiastici, anzi molto vetro e molto cemento e open space, come ci si aspetterebbe da sede di studio di architetti associati di grido. Composit ordinatamente in mostra, sorrisi e cortesia. Piero Piazzi ci viene incontro sorridente. Parla e si muove con un garbo affascinante che tradisce un rapporto intimo con la bellezza e con quella cosa impalpabile che oggi chiamiamo coolness ma forse a un certo livello non si può che definire eleganza. "Volete un caffè?" Tavolo rotondo di vetro perché 'non mi piace parlare alla scrivania, sembra di essere dal medico".

E si comincia.

Com'è che negli anni '90 le modelle facevano il bello e il cattivo tempo e adesso invece durano così poco che è quasi difficile ricordarsele? "È 30 anni che faccio questo lavoro e facevo il modello prima. Vivo le sfilate da quando si facevano nelle case, negli atelier. Io sono sempre stato estremamente selettivo, penso che se fai fare poco le modelle possono ancora durare, penso a Maria Carla Boscono che è parte della mia vita ormai da anni. Io voglio credere ancora che la carriera possa durare, penso anche a Vittoria Ceretti che adoro. Bisogna saper dire no. Ovvio che se vedi una modella che in una stagione fa 10 campagne…" E in effetti Mariacarla a ben pensarci è una delle poche ormai che ti viene da chiamarla supermodel senza esagerare. "Mariacarla è anche l'ultima che riesce a mantenere lo status di icona. I social adesso non hanno a che fare con le modelle, hanno a che fare con i follower. Non sono più modelle, sono personaggi. Non vengono scelte perché hanno una personalità, ma perché hanno 1, 10, 100 milioni di follower' ci dice, e giustamente. Ed è vero in effetti, tanto che anche le Hadid, sorelle dalle uova d'oro checché ne dica Wikipedia non sono mica modelle. Sono acceleratori di coolness, con tutti i rischi che questo comporta come potrebbero, si immagina, confermarci i vertici di Pepsi".

Eppure le top model non sono assurte all'empireo della desiderabilità proprio in quanto personaggi portatori di uno storytelling unico, e non più come indossatrici? "Questo mi ricorda un po' gli anni '80, quando le modelle sono diventate le nuove dive. Il cinema non proponeva più personaggi aspirazionali e questo posto è stato preso dalle modelle. E anche la televisione in quel periodo era fanatica di questa cosa nuova che era la moda e il mondo della moda. Le modelle avevano il coltello dalla parte del manico. E sono nate le superstar. Era molto facile farle nascere in quel momento. Mi ricordo come è nata Valeria (Mazza): Claudia (Schiffer) non poteva fare le prove di Versace, mandammo lei; Gianni Versace impazzito le decolorò i capelli e da lì in poi era fatta. Me lo ricordo un po' come un sogno, è un mondo che non esiste proprio più. Anch'io come agente venivo intervistato, invitato in tv. Eravamo tutti dei personaggi considerati interessanti".

A quanto pare poi gli anni '90 hanno fatto il resto, e chi scrive sebbene fosse un bambino si ricorda ancora come nei telegiornali RAI, non proprio la lente migliore con cui osservare le avanguardie, non si risparmiassero minutaggi da capogiro e servizi in heavy rotation su cosa accadesse sulle passerelle e poi nella vita privata delle nostre star che le passerelle le calcavano (come si diceva allora, ancora niente catwalk) e l'ironia ammiccante di Rosanna Cancellieri era all'ordine del giorno tra una scaloppina e un piatto di pasta di un bambino delle elementari che cresceva in provincia di Brescia. "È nato tutto secondo me nel 1993 quando Gianni Versace trasformò le indossatrici come Pat Cleveland, Marpessa, Amalia. Perché prima c'erano le fotomodelle e le indossatrici. Potevano incrociarsi ma è difficile che chi faceva le foto poi sfilasse in passerella. Avevano proprio particolarità diverse. Nel '93 Versace fece sfilare in mezzo a queste modelle una ragazza che non sapeva sfilare, era Linda Evangelista. Da allora nacquero le supermodel. Cindy (Crawford), Naomi (Campbell), Karen (Mulder), Carla (Bruni) e tutte le altre che poi abbiamo conosciuto. Erano anni in cui c'era tantissimo benessere, e questo si rifletteva in tutto. Le modelle erano pagate in dollari, con il dollaro fortissimo sulla lira. I cachet erano folli, parliamo di 15, 20 mila dollari a sfilata, e tutti gli stilisti dovevano avere le top model. Erano uno status symbol imprescindibile".

Piazzi ci tiene a ricordare che non era tutto edonismo reaganiano. "Qualunque cosa si facesse riguardo alle top model aveva successo. Mi pare fosse il '98 e io ero volontario dell'Anlaids, e organizzai con tutte le modelle della Riccardo Gay un evento in cui loro donavano uno dei loro cachet a scelta per la causa. E si concluse questa cosa con una festa enorme al Rolling Stone insieme a Franca Sozzani che per me è un'amica indimenticabile ed era imballato di gente. C'erano Kate Moss, Naomi, tutte, Johnny Depp, arrivò addirittura Miuccia Prada. Fu una serata meravigliosa ma si poteva fare perché a quei tempi le persone pagavano per poter partecipare a una festa con le modelle." Un edonismo anche etico verrebbe da dire. Poi la festa che sembrava non potesse finire, finì. E il minimalismo e i concettualismi da passerella le diedero il colpo di grazia. "Verso il 2003, 2004 e poi il 2008 ha portato una mazzata a tutto questo mondo e sono nate le new faces. E poi è cambiata la moda, se uno pensa a cos'era Versace e a cosa raccontava negli anni '90 e poi pensa a Prada e Margiela dei primi anni 2000 capisce che sono proprio mondi estetici diversi e così le modelle sono cambiate…"

E tra dieci anni? "Ma io spero di essere in campagna tranquillo e beato. È molto difficile prevedere cosa può succedere, la tecnologia influisce sul questo lavoro in un modo enorme e imprevedibile. Quindi probabilmente dovremmo chiedere a chi si occupa di quello che cosa succederà nelle vite di tutti noi, non solo di chi si occupa di modelle. Di certo c'è che mi adeguo, accolgo le novità con interesse e seguo la corrente, è l'unico modo per essere vivi. E bisogna essere sempre attenti, penso a Lea (T). Anche lei è una parte bellissima della mia vita. Quando l'ho conosciuta ho dovuto ponderare, il pericolo di trasformare una bellissima persona in un semplice personaggio era grande. Ma il suo spirito l'ha portata ad essere l'emblema di qualcosa che stava cambiando senza snaturarsi, senza diventare un'ospite da talk show del pomeriggio. Non è per niente facile". Ma almeno un aneddoto su quelle follie di cui tanto si parla e sparla, in quegli anni di delirio egotico, ce lo racconti? "Non dico il nome, ma arrivò per un lavoro pagatissimo a Miami. La limousine che la venne a prendere all'aeroporto era bianca e non nera come desiderato e lei riprese l'aereo e se ne tornò a casa".

A registratore spento facciamo la nostra ipotesi su chi potesse essere la top incriminata e sì, ci avevamo azzeccato.

Crediti


Testo Jacopo Bedussi

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