Sulla sinistra, scatto di Takoua. Sulla destra, la copertina del suo libro Sotto il Velo.

italiane, musulmane e con il velo: un fumetto per abbattere i pregiudizi

Una vignetta alla volta, Takoua Ben Mohamed e la sua ironia abbattono razzismo e stereotipi sulle giovani musulmane.

di Nadeesha Uyangoda
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05 marzo 2018, 4:24pm

Sulla sinistra, scatto di Takoua. Sulla destra, la copertina del suo libro Sotto il Velo.

Negli ultimi anni, e ancor più negli ultimi mesi, il tema dei diritti delle donne si è fatto sempre più urgente e diffuso. Ma la strada da fare per approdare a una vera uguaglianza è ancora molta. Per questo, noi di i-D abbiamo scelto di dedicare la settimana dell'8 marzo alle donne che oggi lottano per rendere il mondo un posto migliore per tutte noi, lasciando spazio alle loro voci e ai loro racconti.

Takoua Ben Mohamed, classe 1991, ha passato i primi otto anni della sua vita calpestando la bianca sabbia del Sahara, a Douz, in Tunisia. Figlia di un esiliato politico in fuga dalla dittatura di Ben Alì, Takoua e la sua famiglia hanno trovato asilo in Italia. Il disegno è la grande passione che l’ha accompagnata dal Nord Africa alle porte di Roma, città che l’ha vista crescere.

Sotto il velo, edito per BeccoGiallo, è la prima opera cartacea di Takoua, che si occupa però di tematiche sociali da quando aveva 14 anni. La protagonista di questo fumetto è un alter ego dell'autrice stessa, che nella vita reale ha cominciato a indossare il velo quando aveva solo 11 anni — “era una sorta di esperimento sociale," dice. Quel leggero pezzo di stoffa sul capo l’ha portata a scontrarsi con muri fatti di pregiudizi e razzismi, muri che è riuscita a sbriciolare ricorrendo a uno strumento poco utilizzato quando si parla di multiculturalismo: l’ironia. Il racconto autobiografico si sviluppa tra vignette dal tono leggero — “Hai i capelli sotto al velo? Quando ti parlo mi senti comunque?” — e problematiche più serie, come la discriminazione sul luogo di lavoro per le donne musulmane velate, l’islamofobia e la violenza di genere.

Con un tratto delicato, eppure ricercato, Takoua, da italiana e musulmana, realizza un ritratto realistico del rapporto della nostra società con il velo. Non solo italiani, però. Sì perché, come confessa lei stessa, le categorie di persone che ancora oggi vogliono decidere dell’abbigliamento di una donna, hanno posizioni (anche politiche) diametralmente opposte. I leghisti come i salafiti. E per Takoua ciò che accomuna gli estremi del suo personale metro di esperienze è l’ignoranza condivisa e l’incapacità di affrontare un dialogo con il prossimo.

Incuriositi dal suo lavoro, abbiamo incontrato Takoua per farci raccontare come si legano arte, impegno sociale e religione.

Come ti sei avvicinata al mondo del disegno? E come convivono ricerca sociale e disegno nel graphic journalism?
Il disegno non è qualcosa a cui mi sono avvicinata, ma un carattere con cui sono nata. Se sono approdata a questo settore è anche grazie a mia madre, che mi ha sempre spronata a coltivare le mie passioni, nonostante le preoccupazioni e le difficoltà che ci attanagliavano in Tunisia. E sebbene facesse fatica a comprarmi i fogli e i colori, mi ha sempre spinta a non rinunciare al disegno, anche quando da liceale pensavo che l’arte non mi avrebbe portata da nessuna parte.

Non ho mai studiato fumetto, ma frequentare l’Accademia di Cinema e d’Animazione mi ha permesso di migliorare la mia tecnica e la mia capacità di storytelling. Non ho però mai voluto limitarmi al mondo del fumetto: lavoro in produzione cinematografica e voglio fare documentari, pubblicità, ma anche cortometraggi d’animazione — è un mondo che mi appassiona. Al fumetto devo però moltissimo: è grazie a questo medium che ho imparato a scrivere e a fare ricerca. Si tratta di un mezzo particolarmente potente, secondo me molto più utile di un articolo per sensibilizzare il lettore su tematiche delicate.

Il fumetto che sto realizzando in questo momento, La rivoluzione dei Gelsomini, parla della Tunisia degli ultimi trent’anni, dalla dittatura di Ben Ali e ai movimenti delle donne, quindi ogni dettaglio che narro attraverso i miei disegni deve provenire da fonti documentate. Questo è graphic journalism. Importanti esponenti di questo genere sono Joe Sacco (Palestina. Una narrazione occupata) e Guy Delisle (Cronache di Gerusalemme), dove tutto ciò di cui il fumettista è testimone viene disegnato con la matita, dando forma a una narrazione che procede per immagini.

Dopo i recenti scontri in Iran e l’immagine virale della ragazza che sventola l’hijab in piazza Teheran, qualcuno ha detto che in Occidente le donne lottano per il diritto di indossare il velo e in Medio Oriente lottano per non portarlo. Tu che racconti spesso di due approcci al velo, quello in Tunisia e quello in Europa, cosa ne pensi?
Bisogna mettere l’accento non tanto sul fatto che da una parte si combatte per portare il velo e dall’altra parte per non portarlo, quanto piuttosto sull’importanza della libertà di scelta per le donne che devono poter decidere in completa autonomia se indossarlo o meno. Si tratta di una libertà di autodeterminazione, che è poi la lotta di base di ogni femminismo. Nei paesi islamici, una donna musulmana non vive i pregiudizi che incontra in Europa, ma ne affronta di altri tipi, eppure trovo che gli stereotipi sulla donna velata non di differenziano poi molto tra le due aree geografiche.

In Women Story, donne dimenticate dalla storia ricordi il ruolo cruciale delle donne nella rivoluzione tunisina, oggi sempre più in prima linea quando si parla di rivolte sociali e politiche. Quanto l’esperienza femminile delle attiviste della tua famiglia ha influito sulla tua formazione?
Tantissimo. Quel fumetto in particolare parlava delle donne degli anni '80 e '90, e si riferisce non solo al ruolo della donna militante, sempre in prima linea, incarcerata, perseguitata ed esiliata, ma anche alle donne che molto spesso sottovalutiamo, come le contadine o le casalinghe, che a loro volta hanno avuto un ruolo importante nel portare avanti le battaglie contro la dittatura di Ben Ali. Sono loro ad aver cresciuto le generazioni protagoniste della rivoluzione del 2011. E io sono cresciuta in mezzo a queste donne, come mia mamma e le mie zie che sono state leader di movimenti studenteschi.

Ma Women Story non riguarda solo le donne tunisine, è una storia che si ripete dappertutto, di cui siamo testimoni qui come in altre parti del mondo, dal Sud America alla Cina. Quanto, però, impariamo dall’esperienza di queste donne? All’epoca io ero piccola, solo crescendo ho capito che quelle esperienze hanno influito moltissimo su di me.

Mia mamma mi ha cresciuta con l’idea di non abbassare mai la testa davanti a nessuno e di andare sempre avanti per la mia strada. È una donna molto forte e allo stesso tempo molto sentimentale, che ha fatto delle sue debolezze il suo punto di forza. Negli otto anni di lontananza da mio padre non si è mai fatta mettere i piedi in testa, nonostante durante la dittatura venissero a perquisire la nostra casa ogni notte. Ricordo che tutte le mattine rimetteva in ordine le stanze, come se nulla fosse successo, per non turbare noi bambini. Però abitavamo in una città affacciata sul deserto del Sahara, e lei, donna di città, si dimenticava di cancellare le impronte sabbiose: ci accorgevamo sempre se qualcuno era passato di notte, anche se lei si sforzava di nasconderci quella sfaccettatura amara della nostra quotidianità. Mia madre è stata anche il pilastro della nostra famiglia, e se il ricongiungimento con mio padre è stato così naturale e semplice anche dopo tanto tempo è soprattutto perché lei ha mantenuto vivo il suo ricordo, non lasciando che dimenticassimo l’uomo che era durante la lontananza. Le difficoltà sono continuate anche quando siamo riusciti a raggiungere papà in Italia: da nostra tutrice legale, per il rinnovo dei passaporti, doveva recarsi all’Ambasciata tunisina dove insistevano perché si presentasse anche mio padre (che da rifugiato politico in Italia non avrebbe neanche potuto mettere piede in una sede diplomatica), ma lei, caparbia, restava lì finché non le rilasciavano i nostri documenti. Per lei gli anni in Tunisia devono essere stati particolarmente difficili — straniera nella città di suo marito. Ma oggi, quando ritorniamo su quella striscia di deserto, ci ricordano ancora come i figli di Mounira, non come i figli di Mohamed.

In Sotto il velo ironizzi invece sull’hijab: il tuo alter ego nel fumetto viene criticato sia dai musulmani, sia dagli italiani. Succede spesso anche nella vita quotidiana di ricevere pareri non richiesti riguardo la tua scelta?
Tutte le situazioni descritte in Sotto il velo sono avvenute nella realtà. Ho iniziato a indossare il velo quando avevo undici o dodici anni, ormai fa parte del mio carattere e ha contribuito alla mia maturazione. Da adolescente, quando sentivo le critiche da una parte e dall’altra ci restavo male, poi ho imparato a fregarmene. Dopo gli attentati di Londra del 2005, se ricordo bene la data, uno sconosciuto mi ha insultata perché indossavo il velo mentre ero sull'autobus; ho raccontato l’episodio a scuola e quel pomeriggio un compagno mi ha accompagnata a casa, non volendo che facessi il percorso da sola. Era l’ultimo da cui mi sarei aspettata un gesto del genere: gli insegnanti ci avevano obbligato ad essere compagni di banco — lui un fascistello, io l’immagine di tutto ciò che disprezzava. Quella condivisione di spazio e il confronto di idee ha portato entrambi a scollarci dalle nostre posizioni.

Mi è successo anche di doverlo spiegare agli insegnanti: io non sono stata obbligata a portare il velo, ho scelto di portarlo. Sono sempre stata convinta di essere libera di coprire o scoprire questo mio corpo, visto che il mio corpo appartiene a me e a nessun altro. Da appassionata di moda, mi capita di indossare pantaloni aderenti, di truccarmi in un certo modo, di indossare i tacchi, per questo il mio abbigliamento è stato spesso preso di mira dai musulmani. “Mica stiamo nel Medioevo, cos’è quello straccio in testa?” è invece lo standard delle considerazioni che ricevo da certi italiani. Anche il mio lavoro di graphic journalist è stato bersaglio di critiche, tanto di leghisti quanto di Salafiti — i commenti arrivavano dallo stesso punto di partenza, cioè l’ignoranza.

Mi chiedo quanto l’hijab incida sulla tua identità di italo-tunisina. Mi spiego meglio: la tua identità, per gli altri, è basata unicamente sull’estetica?
In realtà non mi danno né dell’italiana né della tunisina, mi dicono che sono una cittadina musulmana, che non so bene cosa significhi. Qui in Italia, quando mi chiedono di dove sono, rispondo di essere romana de’ Roma. “Allora perché porti il velo?” ribattono loro, e io mi chiedo cosa c’entri il velo con la mia identità. In altri paesi invece, dove c’è un’immigrazione storica, quando dico di essere italiana, non mi chiedono di dove sono veramente. Sembra che in Italia siamo ancora fermi al “ma come fai a parlare così bene l’italiano?” e mi innervosisce moltissimo! Sono cresciuta in Italia, l’italiano è la mia prima lingua. Anche in Tunisia, per il mio modo di parlare, mi danno della straniera: il mio dialetto tunisino è un po’ scarso. A fuorviarli è anche il mio atteggiamento, il modo di pensare e lo stile nel vestire. I tunisini notano questi dettagli, soprattutto perché conoscono e riconoscono gli italiani. La confusione degli altri non riguarda solamente la mia identità personale, ma anche l’identità del mio lavoro: all’estero le mie opere vengono considerate letteratura italiana, in Italia vengono definite letteratura migrante.

Ti consideri italiana o tunisina?
Io non mi sono mai classificata: a volte sono una, a volte mi sento l’altra, a volte entrambe e altre nessuna delle due. Vedo come mi guardano gli altri e, alla fine, sono convinta di essere straniera ovunque.

Sono appena usciti i dati Istat relativi le molestie sulle donne. Da giovane donna con una doppia appartenenza, come percepisci la posizione, due volte scomoda, delle donne immigrate o di seconda generazione?
Secondo me bisogna prima di tutto guardare alla violenza sulle donne in generale, al di là di cittadinanza, cultura e religione. Perché esiste ancora la differenza di genere, perché avvengono ancora le violenze sulle donne? Le cause sono sempre le stesse, indipendentemente dal fatto che la vittima sia immigrata o meno. Ovviamente, a volte ci sono delle interferenze culturali, anche legate al paese d’origine. I problemi di genere che investono le donne immigrate diventano talvolta più gravi perché non possiedono, per esempio, lo strumento della lingua. Allora, quando devono fare una denuncia, non sono in grado di raccontare cosa effettivamente è successo. Oppure non conoscono le leggi italiane che le tutelano.

Di questa poca dimestichezza, però, sono responsabili anche loro: perché in tanti anni passati in Italia, alcune, non si sono impegnate a imparare la lingua?
A queste donne consiglio di lottare per la propria indipendenza — economica, linguistica — e di imparare a conoscere come funziona il sistema, di essere pratiche, così da potersi muovere autonomamente, senza la supervisione di una figura maschile.

Pensi che il femminismo contemporaneo — come il movimento #MeToo — sia cosciente e possa incidere positivamente sul divario di genere di chi ha un’identità simile alla tua?
Il femminismo contemporaneo sta diventando più inclusivo, risvegliando le coscienze dal basso.
È essenziale che i cambiamenti coinvolgano la base, perché viviamo in una società in continua mutazione. Se è vero che il movimento #MeToo è partito dal mondo del cinema e dalle donne bianche, bisogna anche ammettere che non è rimasto relegato a Hollywood, assumendo al contrario le sfumature del luogo in cui è arrivato e le diverse voci delle donne che si sono unite al coro. Quando io dico #MeToo, intendo trasmettere il mio punto di vista, come la penso da donna musulmana: quell’hashtag sta a significare che anche io contribuisco, con la mia battaglia personale, il mio pensiero, la mia identità e la mia libertà, a un movimento di portata generale. Secondo me non esiste una sola cittadinanza femminista, ed essere un movimento femminista inclusivo vuol dire accettare la libertà e l’opinione di un’altra donna. Un buon femminismo è rispettoso delle idee altrui.

Nelle tue opere utilizzi spesso l’arma dell’ironia. Trasformare in fumetti la tua quotidianità di musulmana italiana è un modo per abbattere razzismo, pregiudizi o stereotipi?
L’ironia è la mia chiave e arma preferita. Essere ironici è anche e soprattutto essere autoironici — da una parte confermi quello che dicono gli altri, dall’altra li prendi in giro. L’importanza dell’ironia è nella sua capacità di riconoscere e allo stesso tempo abbattere i muri di stereotipi che ci troviamo di fronte nella vita di tutti i giorni. Di fronte a una situazione di pregiudizio o di razzismo, la prima reazione all’offesa è certamente una risposta carica di rabbia. I miei fumetti, che riprendono vicende capitate a conoscenti e amici, descrivono personaggi che decidono di non rispondere all’insulto con l’insulto, ma che sono in grado di prendere in mano le situazioni problematiche, persino di capovolgerle, ricorrendo all’ironia. Io poi ho tradotto queste situazioni in fumetti, ma l’ispirazione è sempre giunta dalla realtà.

“Non esistono due culture che non hanno niente in comune, è proprio sui punti in comune che dobbiamo lavorare per costruire il dialogo e la convivenza,” scrivi su Il fumetto intercultura. Eppure, in tema di immigrazione e integrazione, è proprio sulle diversità che si fa campagna elettorale. Nel presente clima politico, cosa risponderesti a chi fa propaganda giocando su paure e rabbia degli italiani?
Di studiare un po’ più di storia — ci si dimentica sempre dell’immigrazione italiana. Non è neanche una storia troppo lontana. Parliamo di tardo Ottocento e inizio Novecento, quando gli immigrati non si spostavano solo in America, ma anche in Nord Africa. In Tunisia c’erano interi quartieri di italiani che scappavano dal fascismo o che cercavano fortuna all’estero. Solo con la caduta delle colonie francesi e con l’indipendenza della Tunisia molti sono tornati in Patria. Oggi, vicino a Roma ci sono delle città in cui vivono moltissimi italiani nati in Tunisia e che tornando hanno portato con loro le tradizioni gastronomiche tunisine — dal cous cous ai dolci tradizionali.

Quindi sì, non esistono due culture che non ha nulla in comune e, soprattutto quando parliamo di Mediterraneo, abbiamo i tratti che ci uniscono sono molto numerosi, tanto a livello culinario, quanto a livello linguistico: in italiano ci sono delle parole di origine araba, come nel dialetto siciliano ci sono alcune parole tunisine. Ritroviamo lo stesso fenomeno nell’arabo tunisino in cui sono presenti dei vocaboli italiani. Serve cultura, apertura mentale, dialogo con il prossimo — e si arriva facilmente alla conclusione che nessuno sta cercando di islamizzare nessuno.

Crediti


Immagini su gentile concessione di Takoua Ben Mohamed