Screenshot dal film American History X

cos'ha ancora da dirci "american history x" dopo 20 anni?

Violenza, suprematismo bianco, razzismo. In questo film c'è così tanto 2018 da far spavento.

di Ivana Rihter; traduzione di Giulia Fornetti
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nov 8 2018, 12:34pm

Screenshot dal film American History X

In una delle scene più terribili di American History X, il leader neonazista Derek Vinyard sentenzia: “Stiamo perdendo il diritto di costruirci un destino.” Lo fa pochi istanti prima di irrompere in un minimarket gestito da coreani, ma non senza aver aggiunto: “Stiamo perdendo la nostra libertà,” sottintendendo ovviamente che la colpa sia dei “parassiti” che entrano illegalmente negli Stati Uniti. Per la classe media occidentale, bianca, avvilita e demoralizzata, questa retorica non è affatto finzione narrativa, ma la realtà.

Uscito nelle sale nel 1998, il film di Tony Kaye è stato uno dei primi a portare sullo schermo il meccanismo dietro nascita e sviluppo di un movimento suprematista. Proprio per questo, oggi che sono passati 20 anni, American History X è ancora rilevante e attuale. Più di questo, però, è la progressiva legittimazione della “rabbia dell’uomo bianco” che ha preso piede negli ultimi anni a spaventare, rendendo questa pellicola ancor più importante.

Alla vigilia del XXI secolo, American History X forniva uno spaccato del razzismo violento su cui si fondano le teorie suprematiste diffusesi nell’ultimo periodo. L’uscita datata 1998, inoltre, rappresentava un momento culturale ben preciso, influenzato dall’ascesa dei gruppi di potere bianco, ma con ancora fresco nella memoria il ricordo degli attacchi di Oklahoma City e la Rivolta di Los Angeles.

“Il ruolo cruciale dei personaggi neonazisti [nel film] rispecchia la crescita dei movimenti suprematisti e della loro retorica violenta sfociata negli atti di terrorismo in Europa e in Nord America dagli anni ‘80 in poi,” spiega Lawrence Baron, storico culturale e professore emerito di storia moderna ebraica alla San Diego State University, che si occupa da lungo tempo dell’iconografia dell’olocausto e neonazismo nel cinema americano moderno.

Il film è ambientato a Venice Beach, California, dove Danny (Edward Furlong)—fratello minore di Derek (Edward Norton)—si fa quasi espellere dal suo liceo per via di un tema scolastico in cui celebra le tesi sostenute da Hitler nel Mein Kampf. Per evitare l’espulsione, Danny deve scrivere un tema per l’insegnante di storia sul fratello, ex neonazista appena uscito di prigione.

Quando Danny inizia a scrivere il tema, i ricordi di Derek tornano alla mente, sgranati, sotto forma di flashback in bianco e nero. Questi episodi raccontano la radicalizzazione del pensiero di Derek dopo la morte del padre, ucciso mentre appiccava un incendio in un quartiere tradizionalmente nero, e la brutale pianificazione della vendetta per vendicarlo da parte di Derek. La sua violenza incontrollata lo farà ben presto finire in carcere, dove abbandonerà la sua ideologia neonazista.

Nel complesso, il messaggio centrale che American History X trasmette è di tolleranza. È una storia di dolore, che si trasforma in rabbia e poi in redenzione. La furia assoluta che vediamo divorare Derek nel film è molto simile alla rabbia reale che ogni giorno percepiamo in alcuni gruppi sociali, come emerge dalle notizie di cronaca e dai discorsi politici di chi riversa tutte le colpe sugli immigrati, le persone di colore e altre minoranze.

Ascoltare i discorsi e vaneggiamenti dei personaggi di American History X nel 2018 è angosciante, e non solo quando a parlare sono i fratelli Vinyard. I sentimenti profondamente razzisti che riecheggiano in tutto il film sono proprio quelli che hanno favorito l’elezione di Donald Trump e tutti gli altri populisti di estrema destra oggi al governo in Europa. Quelli che hanno aperto la strada ai gruppi neonazisti, dando loro motivo di uscire allo scoperto senza vergogna. In questo contesto socio-politico, purtroppo, siamo di fronte a un lavoro cinematografico ancora attuale, seppur imperfetto.

Prima degli anni ‘80 e ‘90, le rappresentazioni dei neonazisti erano spesso caricaturali, riconducibile allo stereotipo del cattivo che durante la Seconda Guerra Mondiale cerca di vincere, ma alla fine viene sempre sconfitto dai buoni. Per la prima volta, American History X ha esplorato il tema suprematismo bianco come credenza radicata e in crescita, rivelando un lato moderno del razzismo al pubblico mainstream. Per quanto terrificante, il film suggerisce un pericolo imminente, anticipa la paranoia pre-Millennium bug agli albori dell’era digitale, la globalizzazione e un netto cambiamento nell’industria cinematografica che sceglie di rappresentare la realtà piuttosto che rinnegarla.

“Quello che porta [i neonazisti] a unirsi è il fatto che la classe media bianca si senta culturalmente, economicamente, politicamente e socialmente privata dei propri diritti,” dice Baron. Ad oggi, i gruppi d’odio come Casa Pound in Italia, Rise Above Movement negli Stati Uniti, National Action nel Regno Unito e Afd in Germania sono sempre più numerosi e sentono ormai legittimata la loro esistenza da parte delle forze politiche. Ma quello che fa davvero paura dei gruppo neonazisti contemporanei è la loro totale assenza di remore quando si tratta di farsi riconoscere come tali: dalla t-shirt che tanto ha fatto discutere negli ultimi giorni a un vero e proprio codice estetico, non sentono più il bisogno di camuffarsi, ma vestono costumi tradizionali e riconoscibili, si trovano nei bar, nelle riunioni scolastiche e nei centri commerciali. Insomma, ovunque.

"L’importanza del film oggi non può essere affrontata senza considerare anche le sue lacune. La tempestività di American History X si perde nel modo in cui tratta i personaggi neri, presentandoli come figure stereotipate, non come persone reali e credibili."

“Le scene più terrificanti e più convincenti del film sono quelle in cui vediamo gli skinhead fare gruppo”, scriveva nel 1998 il critico cinematografico Roger Ebert. “I seguaci del movimento si lasciano guidare da Derek, abilissimo oratore, e sono spinti dall’uso di droghe, alcol, tatuaggi, heavy metal e dal disperato bisogno che ogni persona insicura ha di sentirsi parte di un gruppo, di un movimento più grande”.

In American History X il sentimento neonazista nasce a cena, attorno a un tavolo. “Molti di questi film trasformano i personaggi in vittime delle circostanze familiari, politiche e socioeconomiche in cui si trovano, piuttosto che rivelare la loro propensione innata all’odio”, scrive Baron.

L’importanza del film oggi, però, non può essere affrontata senza considerare anche le sue lacune. La tremenda tempestività di American History X si perde nel modo in cui tratta i personaggi neri, presentandoli come figure banali e stereotipate, non come persone reali e credibili. Il rettore Bob Sweeney, quello che assegna il tema a Danny ,interviene per educare e cambiare il corso della vita dei fratelli Vinyard. Lamont, che lavora in lavanderia con Derek, non solo lo protegge in prigione (dopo lo stupro violento per mano del leader del gruppo neonazista), ma gli spiega come e perché il sistema giudiziario trascuri i cittadini non bianchi. In questi film è sempre "il 'diverso' odiato e temuto che insegna al colpevole la tolleranza", spiega Baron.

Sebbene i personaggi di colore abbiano ruoli cruciali nello sviluppo della trama, sembra che siano messi lì soltanto per mostrare ai bianchi i loro errori. Si tratta di una tendenza ormai decennale nell’industria cinematografica, che semplifica in modo eccessivo e carica di stereotipi i personaggi di colore.

“Questa caricatura del [cosiddetto] "magical negro" emerge quando ai personaggi afroamericani, che hanno un ruolo centrale nel film, viene data questa sorta di potere magico di impartire saggezza e conoscenza ai protagonisti bianchi”, spiega Tina Harris, PhD e professoressa di Comunicazione Interrazziale alla University of Georgia. “Il 'magical negro' aiuta il personaggio bianco a elevarsi a un livello superiore, a diventare migliore, più autentico, ma quella nozione non fa che alimentare il complesso del bianco salvatore di cui oggi è impregnata l’informazione di massa", commenta Harris.

"Nel film, Derek e i suoi seguaci non sono ritenuti responsabili della loro scelta di abbandonare razzismo e violenza, e molte delle minoranze e delle persone di colore che compaiono nel film sono usate solo come strumenti di scena per sconvolgere e colpire lo spettatore."

Il termine, reso noto al grande pubblico grazie ai lavori di Spike Lee, viene sfruttato a più riprese per assolvere i personaggi in merito al loro passato razzista. Questa immagine distorta, tuttavia, rafforza gli stereotipi e, a prescindere da quali siano le intenzioni, romanza una società post-razziale in cui tutti sono perdonati e imparano la morale (anche se il fardello dell’educazione rimane sempre a carico delle persone di colore). "Tutti questi tropi sono fastidiosi perché ci limitano a una rappresentazione piatta della realtà e del sogno afroamericano", continua Harris. "La diversità è ben più ricca e profonda di quella che vediamo rappresentata sul grande schermo".

Nel film, Derek e i suoi seguaci non sono ritenuti responsabili della loro scelta di abbandonare razzismo e violenza, e molte delle minoranze e delle persone di colore che compaiono nel film sono usate solo come strumenti di scena per sconvolgere e colpire lo spettatore. Qualche esempio: Derek inveisce con insulti antisemiti contro il pretendente della madre; i neonazisti aggrediscono un commerciante coreano; e poi c’è la scena più terribile di tutto il film, in cui Derek spacca il cranio a un ragazzo di colore contro il marciapiede dopo che questo aveva tentato di rubargli il furgone. Scene come questa rimangono ben impresse nella mente, anche dopo i titoli di coda.

Purtroppo, la rappresentazione del clima di terrore non ha avuto l’effetto sperato su tutti gli spettatori: sebbene molti ci abbiano visto un messaggio di allerta, altri vi hanno letto un invito alla battaglia, una giustificazione all’odio. Nella scena più famosa, quella dell’omicidio, Derek scende in strada a petto nudo, mentre la svastica tatuata sul suo petto è ben in vista. Il suo personaggio è davvero magnetico, tanto che per molti Derek è diventato un modello a cui ispirarsi, piuttosto che il cattivo da sconfiggere.

"Il messaggio dichiarato è la tolleranza", dice Baron, "ma il personaggio di Edward Norton è talmente ben rappresentato sia a livello fisico che psicologico che il suo carisma è superiore a qualsiasi altra figura nel film. C’è una sorta di sottotesto a cui ci si riaggancia facilmente e che suggerisce che 'lui è l’eroe, lui fa quello che dovresti fare anche tu', ed è per questo che le scene del film hanno ispirato alcuni estremisti in Germania a emulare Derek". Nel 2002, infatti, tre neonazisti a Potzlow, ex Germania dell’Est, hanno distrutto il cranio a un uomo perché "sembrava ebreo", ripetendo esattamente la stessa scena del marciapiede di American History X.

Nonostante i difetti, al film va riconosciuto il merito di aver gettato nuova luce sul suprematismo bianco e di aver dato il via a una conversazione necessaria sul tema. Nel 1998, la retorica di Derek aveva suggerito agli spettatori come sarebbe potuto diventare un quartiere di periferia invaso dai nazionalisti, nel 2018, invece, la xenofobia violenta e le parole cariche di odio ci ricordano tragicamente i discorsi che sentiamo troppo spesso pronunciare dai rappresentanti politici di destra (e non solo, purtroppo). Per molti versi, American History X non ha previsto quello che sarebbe successo in futuro, ma ha semplicemente mostrato al mondo intero qualcosa che è sempre esistito nel paese.

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Questo articolo è originariamente apparso su i-D UK.