cinque registi italiani emergenti da conoscere assolutamente

Hanno meno di 40 anni, nel 2018 è uscito il loro primo film e hanno un talento fuori dal comune. Ecco i giovani registi italiani da tenere d'occhio.

|
nov 14 2018, 10:02am

Immagine promozionale del film La Terra dell'Abbastanza

La morte del cinema viene annunciata ciclicamente sin dagli anni '70, per non parlare del cinema italiano, ormai dato per spacciato da decenni. Ma, di fatto, il cinema è vivo e vegeto, e a quegli allarmismi è semplicemente meglio non credere più. Forse con la fine dello scorso Secolo è davvero finita l’epoca delle grandi storie e dei grandi film, ma non è detto che fosse quella l’unica strada che il cinema dovesse (o potesse) percorrere.

Un buon modo per toccare con mano lo stato del cinema italiano di oggi è frequentare i numerosissimi festival che animano molte delle nostre città. È lì che si trovano prodotti curiosi e creativi, anche solo per gli spunti di riflessione che offrono. Difficile arrivino alla grande distribuzione, rimanendo spesso appannaggio esclusivo degli addetti ai lavori o dei festivalieri più accaniti, ma se tenete d’occhio i cinemini indipendenti del vostro quartiere quartiere, state certi che riuscirete a vedere qualcosa di nuovo, italiano e interessante.

Eccovi dunque cinque esordi italiani di quest'anno che, seppur con i loro limiti, ci fanno ritrovare un po' di speranza per il futuro di questo nostro bistrattato cinema italiano.

PS: li trovate tutti al cinema. Magari solo non al multisala, ecco.

Dario Albertini, Manuel, Tucker Film, 2018

Manuel è da poco uscita da un istituto per minori privi di sostegno famigliare e si ritrova a doversi prendere cura della madre: lei potrà uscire dal carcere e ottenere i domiciliari solo se lui accetterà di farle da garante legale. Ecco che Manuel si scontra con quel passaggio delicato e difficile alla vita adulta, che spesso coincide con la discesa dei genitori dal piedistallo: anche loro sono semplicemente esseri umani. In questo caso, però, a Manuel viene imposta una crescita violenta, enorme e immediata, e rimanere in carreggiata durante questo percorso di formazione non sarà così semplice. La grande rivelazione del film è proprio lui, interpretato da Andrea Lattanzi, credibile ed emozionante in ogni scena. Novello Borghi, regge i frequenti primi piani sul suo volto spigoloso e al contempo sa riempire i silenziosi campi lunghi con una presenza scenica percepibile anche quando limitata. Teniamo d’occhio Dario Albertini, che ha superato da poco i 40 ma non potevamo non parlarvi di lui, e non perdiamo di vista neanche Andrea Lattanzi. Una storia che ricorda un po’ quella de L’Enkas, film presentato a Venezia nella sezione Orizzonti che ci aveva incuriositi a tal punto da fare una chiacchierata con la regista Sarah Marx.

Alessandro Tamburini, Ci vuole un fisico, CSC Production, 2018

Avrà anche qualche imperfezione, ma il concetto del film è forte e chiaro: basta col bodyshaming e, in generale, basta con i soliti canoni di bellezza super skinny per le donne e super palestrato per gli uomini. Ci vuole un fisico è un elogio ai difetti, a quei chili “di troppo” che non sono davvero di troppo, a quei fianchi “troppo larghi”, alla pancetta alcolica, alle maniglie dell’amore. Se ti piaci così, vai bene così. Un sano “chi se ne frega” di cui prenderanno coscienza i due protagonisti Alessandro (Alessandro Tamburini) e Anna (Anna Ferraioli Ravel), proprio dopo aver ricevuto entrambi un bel due di picche. Uniti dal destino in un ristorante di Modena, sapranno rifarsi con road movie notturno durante il quale impareranno ad accettarsi. A essere davvero brillante è il tono del film, autoironico e sagace, che sdrammatizza l’ossessione per il corpo e per certi ideali estetici. Consigliatissimo per una serata in cui vi volete strafogare di gelato senza sensi di colpa.

Fabio e Damiano D’Innocenzo, La terra dell’abbastanza, 2018

Sono i co-sceneggiatori di Dogman e per la prima volta passano dietro alla macchina da presa. A giugno i nostri colleghi di VICE li hanno intervistati titolando "La terra dell'abbastanza è la prova che il cinema italiano è più in forma che mai", e non potremmo essere più d'accordo. Tor Bella Monaca, periferia di Roma, una desolazione che riecheggia l'Ostia di Claudio Caligari. Mirko (Matteo Olivetti) e Manolo (Andrea Carpenzano) sopravvivono di espedienti, senza certezze né futuro, mentre aspettano l’occasione per svoltare. Le loro giornate trascorrono per inerzia, in un limbo sospeso tra le sigarette al solito parcheggio e le false promesse delle slot machine. Un giorno, finalmente, succede qualcosa: i due commettono involontariamente un omicidio. Ironia della sorte: è proprio quella la svolta che tanto aspettavano. Ma nessuno rimane impunito e, per quanto tentino di soffocare la paura con l’inaspettato benessere economico di cui si trovano a disporre, lo sanno bene anche loro. Sorprendente il rigore dello sguardo di una regia così giovane, che non concede giustificazioni per i personaggi né edulcoranti per lo spettatore: le inquadrature strette trasmettono tutta la meschinità di quel mondo ai margini, di quell’umanità senz’anima e senza pietà. Uno degli esordi italiani più brillanti degli ultimi anni.

Alessandro Capitani, In viaggio con Adele, 2018

Si era portato a casa un David di Donatello nel 2016 con il corto Bellissima e ora ha deciso di fare il grande passo verso il lungometraggio. L’autismo è uno di quei disturbi difficilissimi da definire clinicamente, ancora di più da diagnosticare e quasi impossibili da curare. In italia un bambino ogni cento ne è affetto. Certo, non è la prima volta che troviamo sullo schermo un personaggio che soffre di disturbi dello spettro autistico, basti pensare al più famoso di tutti: Sheldon Cooper di The Big Bang Theory. Ma Capitani declina il tema a modo suo. Adele (Sara Serraiocco) indossa sempre e solo la sua tutona rosa con le orecchie da coniglio, ha come migliore amico un gatto immaginario e tappezza tutto di post-it con i nomi degli oggetti che la circondano. È affetta dalla sindrome di Asperger e dopo la morte della madre viene affidata ad Aldo (Alessandro Haber), un cinico attore di teatro che solo in quel momento si scopre padre. Ed è con il suo punto di vista che si allinea il film, seguendo lui e Adele in un road movie senza una meta certa: non importa dove arriveranno, ma le emozioni che proveranno, il rapporto che instaureranno e ciò che reciprocamente impareranno. Un film commovente e delicato, caldo e vibrante.

Margherita Ferri, Zen - Sul ghiaccio sottile, 2018

Sappiamo bene quanto sia difficile affrontare la scoperta e la definizione di sé durante l’adolescenza e, come se non bastasse, quanto possano diventare perfide le dinamiche sociali al liceo, soprattutto nel contesto asfissiante della provincia. Maia Zanasi (Eleonora Conti) a scuola viene additata come “maschiaccio” e “lesbica di merda”, mentre vive il dramma di abitare un corpo femminile in cui non si riconosce. Si fa infatti chiamare Zen, che è chi vorrebbe essere: un ragazzo che gioca a hockey e che, magari, è pure fidanzato con Vanessa (Susanna Acchiardi), la compagna di classe di cui Maia è innamorata e che, ovviamente, sta con il bullo di turno. A hockey, però, Maia ci gioca davvero ed è l’unica femmina della squadra locale. Una dinamica non particolarmente originale, ma solo in apparenza, perché il grande valore di Zen è tutto racchiuso nell’inno all’anticonformismo che eleva: bisogna lasciare andare gli stereotipi di genere, le convenzioni sociali, i pregiudizi e, in generale, ogni divisione stagna. Liquide, fluide e inquiete, le due ragazze intraprendono un intenso percorso di ricerca della propria individualità. E riescono a farlo in modo genuino, libero, reso davvero emozionante dalle interpretazioni fortemente intimistiche delle due protagoniste. Forse per la prima volta in Italia, il film insiste su un punto fondamentale: identità di genere e identità sessuale sono due istanze indipendenti l’una dall’altra e non vi deve per forza essere una corrispondenza. Se siete incazzat* per bullismo, generalismo, disinformazione, pregiudizi, bigottismo e stereotipizzazioni, Zen è il film che fa per voi.

Bonus
Non siamo riusciti a limitarci a cinque registi, quindi ecco qui altri nomi che ci sembrava valesse la pena fare: Cloro, 2015, Lamberto Sanfelice. Cuori Puri, 2017, Roberto De Paolis. I figli della notte, 2017, Andrea De Sica. Ride, 2018, Jacopo Rondinelli (prodotto da Fabio&Fabio).

Segui i-D su Instagram e Facebook.

Nel cinema internazionale invece c'è un nuovo trend: far vedere il sesso per quello che è nella vita reale. Trovi qui la nostra analisi:

Crediti


Testo di Benedetta Pini
Immagine di copertina dalla locandina del film La Terra dell'Abbastanza