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la guida di i-D alla biennale di venezia

Dalla performance di Anne Imhof presso il Padiglione Tedesco al lavoro di Pierre Huyghe presso la Fondazione Louis Vuitton, abbiamo esaminato i temi politici e sociali esposti ed esplorati nelle opere della 57esima edizione della Biennale di Venezia.

di Jeppe Ugelvig
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17 maggio 2017, 11:28am

Anne Imhof, Faust. Photography Nadine Fraczkowski

Ogni due anni Venezia ospita la manifestazione artistica più spettacolare e chiacchierata del mondo. Dal 1985 la Biennale di Venezia espone opere d'arte contemporanea in esibizioni su larga scala, in una sorta di Olimpiadi delle belle arti in cui decine di nazioni presentano i loro artisti di spicco in padiglioni sparsi per la città, tra gli storici Giardini e nell'ex cantiere navale chiamato Arsenale.

Inoltre, i numerosi musei e fondazioni di Venezia, insieme ad altrettanti eventi dedicati che gravitano attorno alla manifestazione, saturano l'antica città di mercanti con una quantità così sproporzionata di opere d'arte che una settimana difficilmente basterebbe ad ammirarle tutte. Assistere alla Biennale vuol dire fluttuare ininterrottamente tra esibizioni finanziate dai singoli paesi o da società private, passando da oscure installazioni a esposizioni su specifici momenti storici, da pop-up gestiti direttamente dagli artisti alla Fondazione Vuitton. Come tale, Venezia è un esempio piuttosto riuscito del ruolo dell'arte nella nostra società, in cui diventa di volta in volta strumento di protesta, di marketing aziendale, di espressione personale, di propaganda, di affermazione nazionale, e spesso una declinazione non esclude l'altra.

The Play, Current of Contemporary Art

È in questo spettacolare caos che ha luogo la 57esima Biennale di Venezia, dal titolo Viva Arte Viva e diretta da Christine Marcel, Curatore capo del Centre Pompidou di Parigi. L'esposizione è suddivisa in 9 "capitoli" e ospita le opere di 120 artisti, sviluppandosi in una serie di ampi spazi, dedicati a temi altrettanto vasti come "metafisica", "tempo e infinito" e "gioie e timori". Spiccatamente formale, ricca di lavori interessanti, tattili e colorati, come i tessuti scelti da Frans Erhard Walther per la sua installazione o la scultura di Rina Banerjee, la 57esima edizione è caratterizzata da una commistione di nuove e vecchie opere. Marcel ha riportato alla luce gli archivi del collettivo d'arte giapponese The Play e la documentazione visiva della loro serie di spettacoli Current of Contemporary Art, portato per la prima volta sul fiume Uji di Kyoto nel 1969, in cui il gruppo ha navigato controcorrente a bordo di una zattera in polistirolo a forma di freccia gigante. Nel Padiglione della Terra, il migliore dei nove secondo noi, l'artista americano Chales Atlas presenta un commovente studio di tramonti (The Tyranny of Consciousness, 2017) a cui si sovrappone la voce della drag queen newyorkese Lady Bunny mentre riflette sul cambiamento climatico.

Marcel ha dichiarato che stava creando un'esibizione "ispirata all'umanesimo," e ha mantenuto fede alla promessa. Mentre l'idea di un "essere umano" universale e positivista si fa spazio in superficie, al di sotto si percepisce la sua disillusione e la sua distanza dal mondo contemporaneo. L'esibizione sembra voler comunicare che rotture e conflitti all'interno dei gruppi sociali possano essere appianati attraverso l'arte, concetto che nell'opera di Lee Mingwei The Mending Project, in cui i visitatori sono invitati a portare abiti strappati da far ricucire all'artista, assume una forma concreta e artigianale. Gli spettacoli con riti sciamanici e indigeni delle foreste (Marcos Ávit Forero) o con grandi gruppi in spazi aperti (Antoni Miralda, Joan Rabascall, Dorothée Selz and Jaume Xifra) suggeriscono che l'arte sia una soluzione, o una via di fuga, da complessi temi sociali come il colonialismo—concetto cristallizzato nel lavoro dell'artista per metà danese e per metà islandese Olafur Eliasson, che ha trasformato il suo spazio espositivo in un gigantesco laboratorio in cui alcuni rifugiati creano lampade di fortuna mentre condividono le loro storie con i passanti.

Ma forza lavoro e produzione di valore vanno oltre i meri aspetti economici. In un momento di crisi politica e umanitaria globale causata non solo da situazioni di conflitto, ma anche da una situazione lavorativa precaria, dalle difficoltà della gestione di rifugiati ormai senza patria, da cyberguerre e dall'ascesa di movimenti d'estrema destra, tornare a un concetto idealizzato di "essere umano" è sembrato piuttosto strano, specialmente se questo essere umano è rappresentato dalla figura dell'artista, posizione storicamente privilegiata da cui osservare il mondo.

E infatti, dopo aver attraversato la maggior parte degli spazi, abbiamo capito che l'artista è sempre un uomo (sempre chiamato "Lui" sulle descrizioni appese alle pareti), quasi sempre bianco, che lavora principalmente come pittore e non è spaventato dalle (relativamente) nuove tecnologie. Ma cosa ne è di tutte quelle persone che storicamente sono state escluse da questa concezione di "essere umano"— e cosa ne è dell'essere umano stesso in un'epoca che sta imparando a cambiare il DNA? Domande poste, ma rimaste senza risposta.

Anne Imhof, Faust. Photography Nadine Fraczkowski 

I padiglioni dei singoli paesi tendono a riflettere—come ci si aspetta—su tematiche più prettamente nazionali. Gli 86 padiglioni di questa edizione spaziano dall'iper-critico alla propaganda più estrema. L'artista coreano Cody Choi evoca con successo le tensioni all'interno della traslazione culturale e della stereotipazione nella sua presentazione al Padiglione Coreano, dove ha installato un'enorme parete di insegne luminose al neon che fonde iconografie da casinò tra Las Vegas e Macao. La pratica digitale e i problemi legati all'avvento della tecnologia sono due temi finalmente affrontati da Katja Novitskova e Sidsel Meineche Hansen nel Padiglione Estone e Bosniaco, in cui gli artisti si rapportano allo status di immagine digitale e alla sua relazione con la materialità fisica, con la natura e con il corpo.

Ma la vera star della Biennale è presto diventata Anne Imhohf, artista tedesca che ha strabiliato gli spettatori con una performance rivisitata del Faust nel Padiglione Tedesco. Adattandosi all'architettura fascista dell'edificio in cui il padiglione è ospitato, la Imhof ha creato una topologia spaziale tormentata e angosciante dell'identità tedesca contemporanea attraverso strutture industriali, cani di razza Doberman e un esercito di performer in abiti sportivi. Nel corso delle cinque ore il gruppo ha eseguito una coreografia attentamente studiata, guidando il pubblico attraverso un registro misantropo di emozioni e interazioni sociali dall'atmosfera cupa. Una cruda colonna sonora industrial ha fatto da sottofondo alla spettacolarizzazione di pattern di controllo sociale, auto-sorveglianza e disagio nel nome dello stile e della moda, con schemi familiari al vuoto esistenziale del capitalismo contemporaneo.

Wolfgang Tillmans, The State We're In

C'è sempre un'esibizione che a Venezia serve da antitesi necessaria alle mostre ufficiali (nel 2015 l'opera di Danh Vo Slip of the Tongue presso Punta della Dogana ha attratto tutte le lodi mancate dall'allora curatore Okwui Enwezor), e in questa edizione si tratta senza dubbio dell'installazione Construction Space Force - Contemporary and Soviet Art in Dialogue presso Palazzo delle Zattere. Unendo opere d'arte antica e contemporanea con materiali d'archivio e iniziative sociali, il lavoro del v-a-c vuole rivisitare la promessa radicale del Costruttivismo Russo degli anni '20 e '30 nell'Unione Sovietica, tracciandone l'influenza esercitata sino ai giorni nostri.

Il costruttivismo mira a trasformare artisti e designer in attivi partecipanti alle rivoluzioni politiche nei luoghi più disparati: nelle fabbriche, a scuola, negli spazi artistici e anche sul campo di battaglia, se necessario. Gustav Klutsis ha prodotto un multimedia kiosks politico, El Lissitzky e Aleksei Galaktionov hanno disegnato elementi d'arredo e Varvara Sepanova ha costruito complesse decorazioni teatrali che rispecchiassero lo stile rivoluzionario. Attraverso la figura dell'artista, l'installazione dimostra che è possibile ribaltare la natura della politica e dei suoi meccanismi attraverso una reale immersione nella società, e non attraverso distaccate contemplazioni in atelier. L'artista cubana Tania Bruguera e il fotografo tedesco Wolfgang Tillmans sono due figure i cui lavori offrono strumenti per ripensare alla declinazione politica della figura dell'artista contemporaneo; Bruguera attraverso performance sociali di lunga durata che coinvolgono grandi folle, Tillmans attraverso le sue lotte per difendere l'Unione Europea in tempi di neo-nazionalismi.

Lucy McKenzie, La Kermesse Héroique

Al contrario, la pericolosa utopia della propaganda di massa viene derisa dall'artista cinese Cao Fei in un video chiamato People's Limbo in RMB City (2009), nel quale i tre leader marxisti Mao, Marx e Lenin assemblano e disassemblano teorie rivoluzionarie nella meta-città di RMB che l'artista ha costruito virtualmente nel videogame Second Life nel 2007. Nel complesso, Space Force Construction crea il tipo di critica multivalenza prospettica che ci si aspetterebbe da esibizioni che cercano di ridefinire l'arte politicizzata di oggi. Non lontano dal Palazzo delle Zattere, presso la Fondazione Bevilacqua La Masa, l'artista scozzese ora residente a Bruxelles Lucy McKenzie ha presentato con altrettanto successo un'ambiziosa performance personale. McKenzie lavora con e attraverso le cosiddette "arti decorative" per studiare la storia delle ideologie in relazione alla loro rappresentazione; a Venezia ha utilizzato manichini, graffiti e confezioni.

Ultimo tema dei tanti trattati a Venezia è il riscaldamento globale collegato ai cambiamenti climatici, fenomeno che interessa da vicinissimo la città a causa dell'innalzamento del livello dell'acqua nei suoi canali. Alla Fondazione Louis Vuitton, Pierre Huyghe ha mostrato una serie di video girati al Polo Sud che documentano una spedizione in un'isola di recente formazione, emersa a causa dello scioglimento delle calotte polari, che si dice abitata da un solitario pinguino albino. Come artista, Huyghe sfida sé stesso nell'impossibilità di rappresentare la natura, tema sublimato nella pellicola A Journey That Wasn't (2005) in cui cerca di mettere in scena la topografia dell'isola in una pista di pattinaggio a Central Park. Il lavoro di Huyghe rievoca la Biennale Antartica, progetto che porta gruppi di artisti a bordo di una spedizione verso l'Antartico, luogo inabitato e ufficialmente diviso da tutte le nazioni. Fare spazio a temi ambientali, umani e sociali in una terra di nessuno vuole essere un necessario commento al mondo dell'arte contemporanea, ancora ossessionato da confini nazionali e identità.

Pierre Huyghe, A Journey That Wasn't

Crediti


Testo Jeppe Ugelvig