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Fotografia di Talia Chetrit

"ogni vagina è unica"

Sarah Moroz

Gli autoscatti della fotografa Talia Chetrit suscitano reazioni a dir poco contrastanti, ma il messaggio che trasmettono non può che essere positivo.

Fotografia di Talia Chetrit

Con la sua macchina fotografica Talia Chetrit esplora l'intimità femminile da diverse prospettive. In quanto finalista (insieme a Invernomuto e Diego Marcon) del MAXXI BVLGARI Prize, le sue opere saranno esposte fino al 28 ottobre al museo MAXXI di Roma. Il fil rouge delle fotografie selezionate è la scoperta della sessualità dal punto di vista dell'adolescente e della donna; tra autoscatti recenti e vecchie immagini provenienti dal suo archivio personale, la ricerca di Chetrit si concentra sul corpo e sul modo in cui esso si rapporta con lo spazio circostante.

Ecco allora un autoritratto in cui indossa una tuta in plastica trasparente di Norma Kamali che la fa sentire "completamente nuda e allo stesso tempo completamente vestita," un primissimo piano della sua pelle su cui poggia un insetto ("vedere una mosca che si posa sul tuo corpo è qualcosa di estremamente privato," ci dice), una sorta di scatto rubato mentre fa sesso all'aperto con il suo fidanzato e un close-up del suo viso pesantemente truccato da Corey Tippen, makeup artist conosciuta per aver lavorato con Antonio Lopez e Andy Warhol negli anni '70. Ma ci sono anche scatti risalenti alle scuole medie, in cui le amiche di Chetrit fanno quello che fanno tutte le adolescenti: indossano magliette di MTV, mangiano caramelle e orchestrano finti omicidi ("in quel momento ho capito che anche nella fotografia si può giocare con la finzione—tutto può entrare a far parte di un'immagine," commenta).

Potevamo non intervistarla, date le premesse? Esatto, no.

Come sei arrivata a selezionare le immagini per questa mostra?
Ho deciso di unire diverse tipologie di scatti. Ci sono fotografie delle mie amiche che ho scattato quando andavo al liceo (1995-1997 circa), ad esempio. Passavamo i pomeriggi a casa mia giocando, travestendoci e spogliandoci. Le ho inserite perché trasmettono una sorta di vulnerabilità. Prendi quella in cui una ragazza ha un lecca-lecca in bocca: a 14 anni capivamo che era una mossa sexy, ma non perché lo fosse, o a cosa facesse riferimento. Era un'incomprensione rappresentativa, e contemporaneamente un tentativo di capire la nostra sessualità. L'ho trovato molti interessante, specialmente perché io, in quanto fotografa, avevo la stessa età della mia amica; quell'immagine non era stata pensata per essere condivisa. Se l'avessimo scatta oggi, sarebbe già su Instagram. Oggi si fotografa in modo diverso, con un diverso obiettivo in mente.

Un'altra sezione della mostra racconta invece l'approccio alla sessualità delle donne adulte. Ci sono foto di sesso e spesso si vede parte delle mie apparecchiature. È chiaro che sono io ad avere il controllo e che si tratta di una performance realizzata con lo specifico intento di essere fotografata. Inoltre, c'è anche un video dei miei genitori che ho fatto un paio di anni fa in cui ho cercato di riprendere le dinamiche esistenti tra noi.

Come gestisci la tua dualità di essere al contempo chi fotografa e chi viene fotografato?
Quando appaio nell'immagine non ci sono dinamiche di potere. Sono un soggetto libero di esprimersi come preferisce. In questo modo, di fronte alla macchina fotografica ho soggetto completamente, totalmente a suo agio. Ho iniziato con gli autoritratti dopo il video dei miei genitori, perché sentivo di averli tirato fuori il loro lato più intimo e vulnerabile, così ho voluto fare lo stesso con me stessa. La prima serie a cui ho lavorato è stata Bottomless, che è una sorta di parodia della figura della fotografa oggi.

Hai sempre saputo quale sarebbe stato il modo in cui volevi esprimere la tua creatività?
Ho iniziato a sviluppare i miei rullini quando avevo circa 13 anni, perché sentivo di fare qualcosa di bello e interessante. Poi ho frequentato un'accademia d'arte, ho dipinto moltissimo e ho fatto un sacco di performance. La fotografia come atto in sé catturava meno la mia attenzione di quanto non facesse ciò che la circondava: l'idea che possa alterare la realtà, ma anche la sua vicinanza alla verità. Era questo ad attrarmi davvero. Mi piaceva giocare con la poetica che emana questa forma d'arte.

Credi che il tuo lavoro abbia un'intrinseca connotazione politica?
Sì. La rappresentazione della donna, ovviamente, è qualcosa con cui tutte noi dobbiamo fare i conti per tutta la nostra vita. Spesso uso la posizione dominante del fotografo sul soggetto come metafora per parlare delle dinamiche di potere in generale. Credo che la fotografia sia sempre una metafora del femminismo, in qualche modo. E spero che il nostro lavoro dia vita a nuove conversazioni su questo tema.

Il sesso è un tema visto e rivisto, ma una fotografa donna che sceglie di parlarne nei suoi scatti suscita spesso qualche sguardo perplesso. Ti è successo di non essere stata capita?
Ti racconto questo aneddoto. In una mostra hanno esposto una mia fotografia in cui si vede una vagina accanto a un'immagine di Mapplethorpe in cui ha una frusta infilata nel sedere, uno scatto estremamente forte e diretto che è completamente incentrato sul deretano. Lo adoro, credo sia una delle fotografie più aggressive di sempre. Nella mia, invece, la vagina occupa forse lo 0.02 percento dello spazio complessivo.

Alla mostra, le spettatrici osservavano le mie vagine con facce schifate, poi volgevano lo sguardo al culo di Mapplethorpe e il loro viso rimaneva inespressivo. Zero reazioni. Assurdo.

E anche quando ho cercato ragazze disponibili a farsi fotografare per questo progetto, la risposta standard era: "Oh, ma che figo questo progetto! Però io ho una vagina un po' strana." No, tu non hai una vagina strana. Ogni vagina è unica, non ne esistono due uguali."

Difficile avere una scala di "stranezza" delle vagine!
[Ride, NdA] Neanche le conosciamo davvero le nostre vagine! L'ho trovata una reazione.

Cosa ti ha spinto a passare in rassegna l'archivio fotografico della tua adolescenza?
Mi incuriosiva il modo in cui quelle immagini si contrappongono a quelle dell'epoca in cui viviamo oggi, che è dominata dai social network e da Instagram. È interessante vedere come cercavamo di rappresentarci e di trovare una nostra identità. L'immagine in cui una mia amica posa di fronte a un pannello di legno con pantaloncini di jeans, t-shirt bianca e un bel po' di trucco, ad esempio, ricorda moltissimo una campagna Calvin Klein uscita proprio quell'anno. Imitare le pubblicità era il nostro modo di sentirci grandi.

Ironicamente, oggi scatti davvero le campagne pubblicitarie dei grandi brand. Ricordo quelle per Acne Studios e Céline. Come si differenziano dai tuoi autoritratti dal punto di vista creativo? Amo la botta di adrenalina che senti nel corpo quando stai scattando. Cerco di avere pochissime persone sul set, ma spesso lavoro comunque di fronte a un "pubblico". Devi lavorare sodo tutto il giorno, farti bastare quello che hai e dare il meglio. Tutto il lavoro preparatorio si conclude in quelle quattro, otto o dieci ore, quindi ci vuole una bella dose di problem-solving. Dopo uno shooting mi prendo sempre un giorno di riposo, senza eccezioni.

I lavori dei tre finalisti del MAXXI Bulgari Prize sono esposti a Roma fino al 28 ottobre.

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