il giappone underground degli anni '70 negli scatti di mitsutoshi hanaga

'Mitsutoshi Hanaga 1000' è il libro fotografico più interessante del 2017.

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27 dicembre 2017, 2:05pm

Hanaga Mitsutoshi è stato un giornalista, reporter e fotografo giapponese relativamente poco conosciuto in Europa e fortemente legato alla scena artistica underground del suo paese. Il suo rapporto quasi simbiotico con le correnti d'avanguardia e con l'universo delle performance artistiche gli ha permesso di fotografare il Giappone da un punto di vista non solo insolito, ma unico.

I suoi rullini sono rimasti in un magazzino per decenni, finchè il figlio Taro non si è reso conto del valore culturale di quei negativi, e ha così dato avvio a un impressionante lavoro d'archiviazione di tutto il materiale fotografico creato dal padre in oltre 40 anni di carriera. Affascinati dall'eccezionalità del processo, abbiamo deciso di intervistare Taro per chiedergli come si affronta la digitalizzazione di oltre 100.000 immagini e quanto di vero ci sia nella leggenda del padre reporter della scena underground giapponese.


Tuo padre si definiva più un giornalista che un fotografo. Quando il suo giornalismo si è evoluto in un fare creativo?
È vero, mio padre parlava di sé come giornalista, non come fotografo. Aveva poco più di vent'anni quando un infortunio gli compromise per sempre la funzionalità di una gamba, rendendolo fisicamente invalido, quindi emarginato in un certo senso. I suoi occhi e le sue mani erano però completamente sani, quindi è diventato un fotografo. Voleva documentare la "diversità": la cultura underground, le avanguardie e le proteste studentesche.

Con che genere di magazine preferiva collaborare?
Negli anni '70 ha collaborato a livello fotografico con Asahi Graph, Mainichi Graph, Bijutsu-techo e altre riviste d'arte. Inoltre, in quegli anni ha scritto diversi articoli come reporter. Nel decennio successivo si è invece occupato principalmente della parte visuale di FOCUS, un magazine ai tempi nuovo, perché il settanta percento delle sue pagine contenevano fotografie e solo il trenta era invece composto da articoli.

Come ti sei approcciato inizialmente al suo immenso archivio?
Cinque anni fa mi hanno contattato gli Hi-Red-Center, un gruppo di performance artists giapponesi, per chiedermi in prestito alcune fotografie scattate da mio padre. Di alcune mancavano i negativi, e per cercarli mi sono immerso nel magazzino accanto casa dove mio padre archiviava i suoi lavori. Durante la mostra, Natsuyuki Nakanishi, uno dei Hi-Red-Center, mi ha detto chiaramente che quelle fotografie erano testimonianze preziose di un'epoca e che avrei dovuto condividerle con il mondo. Nello stesso periodo ho incontrato Aoyama Meguro, direttore dell'omonima galleria, e Naoto Hattori, direttore della Galleria Kochuten; entrambi volevano esibire gli scatti di mio padre alla Tokyo Art Fair. Così abbiamo iniziato a fare ricerca e ad archiviare digitalmente le foto, in modo che artisti e scrittori di tutto il mondo potessero accedere al materiale di mio padre.

In che modo avete gestito l'archiviazione?
Io e i proprietari della galleria abbiamo fondato il “Mitsutoshi Hanaga Project Committee” e insieme abbiamo iniziato a digitalizzare tutti i negativi. Si tratta in totale di circa 100.000 immagini che stiamo gradualmente caricando su Google Drive; oltre all'archiviazione vera e propria, questo processo ci consente di entrare in contatto con curatori, ricercatori e artisti interessati al lavoro di mio padre.

Come descriveresti il modo di fotografare di tuo padre? Si ispirava a qualche altro artista in particolare?
Dopo l'incidente iniziò a interessarsi sempre più alle minoranze, alle fasce più vulnerabili della società e agli attivisti. Probabilmente, la sua esperienza personale l'ha inconsciamente spinto ad avvicinarsi a queste persone e a fotografare scene che i mass media tendevano a tralasciare, come le avanguardie, le culture underground, i movimenti studenteschi e le organizzazioni ambientaliste. Nel suo lavoro si è ispirato principalmente a Man Ray e rispettava molto Shūzō Takiguchi, un artista e critico d'arte giapponese che è stato anche suo maestro.

Tuo padre aveva un'idea precisa del suo ruolo nell'arte?
Mio padre mi diceva spesso che le sue fotografie sarebbero state capite venti o trent'anni dopo la sua morte, perché è impossibile capire il vero valore di un'avanguardia nel momento in cui è in atto. Era amico di artisti e performer, li fotografava quotidianamente e scelse di farne il suo lavoro. Peccato che questa scelta ci abbia fatto diventare poveri, vista la poca rilevanza che al tempo avevano i suoi scatti!

Faceva parte di una subcultura specifica o si sentiva più un osservatore esterno?
Non sono certo che mio padre abbia mai dichiaratamente fatto parte di una subcultura precisa. Ricordo solo il periodo di Video Open Space, un gruppo fondato nel 1972 che si prefissava di usare il videomaking—che ai tempi era ancora un medium del tutto nuovo—come strumento creativo. In generale, era sempre emotivamente legato ai soggetti dei suoi scatti, era contemporaneamente fotografo, giornalista e parte integrante del momento che immortalava. Quello che davvero gli interessava era il processo creativo, non tanto l'opera completa. Per questo le sue immagini sono così emotive, perché sono la testimonianza di legami che andavano ben oltre il semplice rapporto tra fotografo e artista. Come ha detto Kato Yoshihiro, lui "non era un fotografo, era un nostro complice".

Qual era il rapporto tra tuo padre e il Teatro Butoh? Che rapporto aveva con Kazuo Ōno o Mitsutaka Ishii?
Le relazioni con artisti, ballerini e attori underground del Teatro Butoh esulavano dalla sfera professionale. Al di là dei servizi fotografici su commissione partecipava a molti dei loro incontri. Il suo rapporto con Kazuo Ōno, Tatsumi Hijikata e Mitsutaka Ishii era particolarmente stretto, io stesso li conosco da quando sono nato. Da quando ho iniziato questo percorso di archiviazione e digitalizzazione del lavoro, ho incontrato più di venti degli artisti che ha ritratto. Quando li conosco per la prima volta porto sempre con me le loro immagini, chiedendo subito che tipo di fotografo fosse mio padre secondo loro. Quando mio padre era ancora in vita non ero molto interessato alle sue fotografie, non gli ho mai chiesto di parlarmene in modo approfondito. A volte odiavo i suoi scatti, perché la nostra famiglia ha dovuto affrontare momenti molto complicati a causa del suo lavoro. Per decenni ho cercato di prendere le distanze da quelle immagini, ma poi cinque anni fa è nato mio figlio e lì ho capito: era mio padre e non potevo voltare le spalle al suo lavoro.

Che visione aveva dell'Occidente? C'erano scene o città che gli interessavano particolarmente?
Gli piaceva molto l'Europa, dov'era stato nel 1982 in occasione del Festival di Avignone, in Francia. Da lì si è spostato a Parigi—di cui mi ha spesso parlato successivamente—e poi in molte altre capitali del continente.

Il progetto a cui hai a lungo lavorato è ora un incredibile libro fotografico. Come si è sviluppato il processo di editing?
La pubblicazione di questo libro è frutto di un enorme lavoro di cooperazione tra molte persone diverse. L'idea iniziale è stata di Aoyama Meguro, che ha sviluppato un primo concept, trovato un editore e un grafico a cui affidare la parte di design. Insieme, abbiamo deciso di seguire un ordine cronologico così che chiunque possa capire meglio il Giappone degli anni '60 e '70 attraverso le fotografie fatte da mio padre in quel periodo. È a questo punto che è iniziata la parte davvero difficile, quella editoriale, di selezione del materiale. Ci siamo serviti dell'aiuto di Noriyuki Kurokawa per l'editing, un esperto di culture underground orientali che per il progetto ha scelto di collaborare a sua volta con Gento Matsumoto.

Cosa puoi raccontarci dei tuoi progetti per il futuro?
Esporre le fotografie di mio padre a Paris Internationale e Paris Photo quest'anno è per me stato fantastico, perché voglio che il suo lavoro inizi a essere sempre più conosciuto anche fuori dai confini giapponesi e del mondo orientale.

Crediti


Testo Mattia Ruffolo
Fotografia di Mitsutoshi Hanaga su gentile concessione di Mitsutoshi Hanaga Project Committee / Aoyama Meguro