cinque cose che il fondatore di #reclaimthebindi vuole che sappiate

Abbiamo parlato con il fondatore del movimento sul mettere la parola fine all'appropriazione culturale e sul potenziamento delle donne dell'Asia Meridionale.

di Isabelle Hellyer
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27 aprile 2015, 4:20pm

Negli anni '90, Gwen Stefani ha rivoluzionato l'ideologia popolare, trasformando il 'bindi' da emblema culturale e religioso dell'Asia meridionale in un accessorio di tendenza. Con il recente revival anni '90, il 'fashion bindi' è tornato alla ribalta sulla fronte di diverse celebrità tra cui Katy Perry, Kendall Jenner e Selena Gomez, così come sulla fronte delle festaiole durante appuntamenti come il Coachella e il Glastonbury.

La settimana dedicata a 'Reclaim The Bindi' cerca di mettere un freno a questa tendenza, di sensibilizzare il problema dell'appropriazione culturale e, principalmente, riportare il bindi a coloro cui appartiene. La scorsa settimana, #reclaimthebindi ha preso d'assolto le classifiche dei trending topics. Donne hindu e asiatiche di tutto il mondo hanno fatto sentire la loro voce sui social media, condividendo immagini di loro stesse indossando il bindi, in un tentativo di combattere l'appropriazione culturale. La campagna è infatti volta ad aumentare la consapevolezza che il bindi ha un intrinseco e ampio valore culturale e che perciò non dovrebbe essere 'preso in prestito' solo per far spiccare il proprio volto in mezzo alla folla.
i-D ha parlato all'anonimo fondatore del movimento Reclaim the Bindi per capire quale sia il punto della questione. Ecco cinque cose che dovete sapere.

Il Bindi significa molto per molte persone.
"È una colonna portante dell'identità culturale degli abitanti dell'Asia del sud. È un promemoria di quali siano le mie origini e della cultura cui appartengo, è parte integrante della mia identità religiosa, un segno del mio terzo occhio nonché un ricordo del mio essere Hindu".

Non è difficile capire chi non può portare il bindi.
"Chiunque non abbia un retaggio sud-asiatico con cui identificarsi. È davvero così semplice. Apprezzare una cultura può essere fatto anche senza appropriarsene e, fino a quando questo non sarà riconosciuto, io non smetterò di lottare".

Una cultura non è alla moda per un periodo e fuori moda per un altro.
"Non si deve prendere artefatti culturali con immense quantità di significato e ridurli in misere e becere dichiarazioni di stile: mentre voi vi sentite appagati ad essere definiti 'trendy' o 'hipster', io sono costretto ad affrontare molestie e razzismo a causa del colore della mia pelle. Io sono abbandonato per sempre allo stigma della mia cultura".

I grandi festival, in cui dilagano le appropriazioni culturali, possono fare qualcosa per fermarle.
"I festival potrebbero applicare politiche volte a regolare quali articoli culturalmente sensibili i partecipanti possano indossare. Il festival canadese Bass Coast Festival , ad esempio, ha scelto di vietare l'ingresso di copricapi dei nativi d'America Prevenire questa appropriazione è quindi possibile: se il Coachella vietasse alle persone di indossare il bindi, copricapi indiani e altri oggetti culturalmente significativi oppure si impegnasse a sensibilizzare i giovani sulla questione, allora la questione stessa  sarebbe definitivamente alleggerita".

La campagna è incentrata sul potenziamento delle donne dell'Asia del sud.
"Possiamo raccontare le nostre storie e finalmente le persone ci ascoltano. I racconti di molestie basate sulla sola identità culturale vengono spesso fatte passare sotto silenzio perché le persone tendono a pensare che loro e la loro esperienza non siano importanti. La campagna è un modo per gli abitanti dell'Asia meridionale di mostrare orgoglio verso la loro cultura e per far capire in che modo l'appropriazione culturale sia così dannosa e irrispettosa verso le loro esperienze di cittadini dell'Asia meridionale. E non partecipano solo le donne, tutti i generi possono indossare il bindi! Sono così felici che le persone stiano finalmente iniziando a farsi ascoltare e abbiamo una piattaforma sicura su cui farlo". 

Crediti


Testo Isabelle Hellyer

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