j.w. anderson è lo stilista più stimolante della nostra generazione

Nominato direttore creativo del brand spagnolo Loewe nel 2013, la sua inconfondibile estetica ha consacrato Jonathan Anderson come astro nascente dell’industria. Abbiamo parlato con lo stilista mentre Benjamin Bruno e Willy Vanderperre fotografavano la...

di i-D Staff
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24 aprile 2015, 9:05am

Il 2015 è  l'anno di J.W. Anderson. Dal momento della sua nomina a direttore creativo dell'iconico e lussuoso marchio spagnolo Loewe, nel settembre 2013, la sua vita si è trasformata in un frenetico vortice d'incontri, voli, collezioni ed Eurostar - ed è così che a lui piace. Quando lo incontriamo nel suo studio, un luminoso magazzino a tre piani a Dalston Lane nell'East London, Jonathan ci accoglie indossando i suoi irrinunciabili jeans e un paio di Converse e ci appare palese quanto duro lavoro sia necessario per gestire due brand di incredibile successo. "Poco alla volta ho imparato a controllarmi, come farebbe un atleta", ci rivela, "Non sono ancora riuscito a sbarazzarmi delle sigarette ma tutte le mattine mi sveglio alle 6 per andare in palestra. Ho anche imparato a non abbuffarmi di caffè e KitKat, voglio essere sempre pronto".

"Sempre pronto" è forse il modo migliore per descrivere Jonathan. Da quando è apparso sulla scena nel 2008 con la sua prima collezione di moda uomo, ha lavorato incessantemente per posizionarsi come nuova forza creativa su cui fare riferimento. Oggi, le sue collezioni sono tra le più attese della London Fashion Week; il suo lavoro per Loewe, nonostante sia ancora agli inizi, ha garantito al brand spagnolo una posizione di prestigio nell'Olimpo della moda, contribuendo a definire la giovane promessa inglese come enfant prodige del mondo della moda.

Attualmente, Jonathan passa il suo tempo tra Londra - dove lavora alla sua etichetta - e Parigi - dove invece lavora per Loewe. "Se sei uno stilista non puoi avere 'una giornata no'," spiega, "Devi essere pronto per ogni lavoro e per ogni incontro. Devi essere positivo. Essere in grado di fare l'ammontare di lavoro richiesto. Lavorare con un marchio di livello richiede disciplina." Contando che entrambi i brand si caratterizzano per avere sia una linea femminile che maschile e che J.W.Anderson offre collezioni sia pre che resort, Jonathan progetta il bestiale nonché sorprendente numero di dieci collezioni all'anno. "È da quando sono bambino che non sopporto la noia", ci confessa, "Amo l'adrenalina. Magari tra dieci anni non sarà più così, per ora è una cosa che mi stimola. Mi piace essere sfidato e il mio cervello è sempre carburato. È fantastico!"

Così come qualsiasi cosa nel mondo di Jonathan, diventare Direttore Creativo di Loewe ha comportato un approccio stile tutto-o-niente. "Ho analizzato lo stile adottato fino a quel momento da Loewe, quello che avevano fatto gli stilisti precedenti, e ho pensato che servisse della brutalità," spiega. "Ho dovuto cambiare il logo per riportare il brand alla sua essenza. Ok, Loewe è una maison di pelletteria, ma non gira tutto intorno a quello."

Nominando i leggendari direttori artistici di M/M (Parigi), Mathias Augustyniak e Michael Amzalag, Jonathan ha voluto infondere nuova vita all'eredità del marchio spagnolo, iniziando proprio dal logo. Ispirato da un carattere ideato dal tipografo tedesco Berthold Wolpe, il nuovo logo è moderno quanto emblematico, senza però dimenticare l'originale anima spagnola. "È molto accattivante," concorda Jonathan, "è fresco e sa di moderno, ma senza esagerare. C'è un certo bilanciamento."

Con il nuovo logo pronto, Jonathan ha passato il suo primo anno da Loewe a entrare in confidenza con il marchio, spostando lo studio creativo da Madrid a Parigi, reclutando nuovi membri per il team creativo e passando giornate intere negli archivi, tentando di entrare in contatto con lo spirito del marchio. "C'erano molte persone che volevo salissero a bordo, un sacco di stilisti che avrei voluto assumere," ci confessa. "È stato fantastico andare e dire 'Ehi, facciamo questa cosa insieme!' Credo in Loewe al mille per cento e so esattamente dove sarà tra cinque anni. So benissimo in che direzione stiamo andando."

La limpidezza della visione di Jonathan è d'immediata riconoscibilità nello sbalorditivo immaginario che ha commissionato per la casata: da campagne pubblicitaria a look book, in un solo brevissimo anno ha magistralmente creato una precisa identità per i ragazzi e le ragazze Loewe, e noi ne siamo catturati! Per la prima campagna pubblicitaria del brand, Jonathan ha lavorato con Steven Meisel, riappropriandosi di immagini tratte da un vecchio numero di Vogue del '77 - che vedevano protagoniste Amber Valletta e Maggie Rizer - per posizionarle al centro di scenari contemporanei. "Sono molto orgoglioso del risultato," ci confessa. E non poteva essere altrimenti. "Essere in grado di utilizzare immagini del passato e non esserne coinvolti è un modo di porsi alla pubblicità e all'immaginario della moda fondamentale diverso." Jonathan ha lavorato di nuovo con Meisel per la sua campagna maschile della primavera/estate 2015, con un autoritratto dell'artista da calvo mentre bacia un altro uomo.

L'offerta di costanti nuovi modi di approcciarsi e interagire con l'industria della moda d'altronde è niente meno che il pezzo forte di Jonathan Anderson. Collaborando con lo stylist Benjamin Bruno e il fotografo Jamie Hawkesworth, Jonathan ha infatti presentato la nuova linea maschile sotto forma di un catalogo rigido in edizione limitata che, è superfluo dire, è immediatamente diventato feticcio dei collezionisti. "Stavo progettando un nuovo tipo di guardaroba e avevo bisogno anche di un nuovo modo di presentarlo," spiega riguardo la sua decisione di evitare la tradizionale passerella. "Aveva un certo senso, per me, creare un libro o una pubblicazione dato che ultimamente non si parla d'altro che di manipolare il guardaroba maschile".

Per quanto riguarda la linea femminile di debutto per Loewe, è stata presentata al palazzo dell'UNESCO a Parigi. Quel 26 settembre 2014 la tensione era palpabile mentre gli ospiti prendevano posto tra le splendide piante lavorate di Isamu Noguchi. La cover girl di i-D, Julia Nobis, ha aperto la sfilata indossando un abito patchwork in vitello scamosciato con cuciture a vista color deserto. Le gonne erano tagliate diagonalmente dalla vita, così che potessero rivelare i lampi di tessuto stracciato, mentre i top scollati sul retro fasciavano i corpi in uno stile talmente raffinato da ricordare l'antica arte giapponese del Kinbaku. I riflettori erano puntati sui tessuti: grezzi, organici, sensuali e maestosamente sfilacciati. Abiti che non smettevi di desiderare di poter toccare. Pantaloni a zampa in pelle colorata, nera, rossa, rosa, arancio, gialla e blu e t-shirt in seta raffiguranti scena di caccia prese da niente meno che gli archivi di Loewe… uno splendido e competente debutto che ha abilmente stuzzicato le aspettative per la stagione successiva. "È stato un inzio", afferma Jonathan timidamente, "Ci vorranno cinque anni per sistemare la donna Loewe. Una stagione potrebbe essere molto organica e poi la successiva più aggressiva, poi magari non ci sarà pelle ma solo cotone… I consumatori al giorno d'oggi vogliono essere messi alla prova, vogliono la novità, perché, ecco, la novità è il segreto".

Prendendo il caffè, abbiamo parlato di come lavorare per LVMH abbia influenzato il suo processo stilistico, i suoi pensieri sulle attuali condizioni dell'industria e dell'impatto della critica digitale sugli stilisti di oggi.

Leggi mai le recensioni?

Ora sì. C'è stato un periodo, circa un anno e mezzo fa, in cui non lo facevo perché non sapevo a quale punto di vista credere. Ora, invece, ho un approccio molto zen e dopo una sfilata mi immergo per due o tre giorni nei vari commenti. Se una recensione è scritta bene ed è costruttiva, allora capisci che cosa le persone si aspettano da te, mentre è più difficile capire che cosa vogliono se scritta in maniera narcisistica, dove è lo scrittore che vuole mettersi in risalto. Ci sono cose positive e negative in tutto e penso che alle volte ce ne dimentichiamo.

Pensi che la critica sia importante nell'industria della moda?

Certo, estremamente importante. È l'unico regolatore in un mondo guidato dalla pubblicità, e io reputo importante sia la buona stampa che la cattiva. Spesso le sfilate che hanno avuto recensioni più scioccate sono quelle che sono andate meglio, perché sul momento non ne hanno trovato il senso; ed è grandioso. Adoro Suzy Menkes perché ha un punto di vista ben definito. Non c'è nulla di più emozionante che leggere il commento di qualcuno che ha una storia nella moda. Abbiamo bisogno di più giornalisti che lavorino nella moda a livello di pubblicazioni importanti. SI, la moda è una passerella e si concentra sull'immagine e sulla collezione, ma ultimamente si tratta di buoni affari. Questa non è arte.

L'idea della moda come business è una concezione che hai dall'inizio o ne sei diventato più consapevole lavorando con LVMH?

È una cosa su cui sono sempre stato molto schietto. Mi piacerebbe essere un artista, ma purtroppo non lo sono. Io faccio cose, borse, scarpe, magliette e tutte hanno un prezzo e poi tutte vengono deprezzate. Io devo venderti il sogno. Devo farti sentire bene.

Che ruolo gioca il digitale nell'industria della moda?

Ho sempre amato il digitale. Il digitale non può essere apprezzato a livello aziendale perché si tratta di un medium organico e la cosa meravigliosa è che dà potere alle persone, ed è proprio questo che mi piace.

Sotto molti aspetti il digitale ha preso il posto delle riviste, permettendo agli stilisti di trasmettere direttamente il loro messaggio…

Credo sia un'ottima cosa. Voglio essere in grado di interagire con i miei clienti. Se vendo loro qualcosa allora loro devono poter credere in quello che faccio. Se decidi di diventare uno stilista non puoi pensare di startene seduto in un angolino perché non è questo quello che vogliono i giovani. Vogliono sapere che cosa stai facendo e più il tempo passa, più è difficile stare al passo con loro. Nell'ultimo anno e mezzo la mia vita è cambiata completamente. La mia agenda è piena fino alla fine dell'anno, ogni ora, ogni giorno.

Questa cosa non ti fa diventare matto?

No perché non sono io che devo averci a che fare. Le persone mi dicono dove devo essere, ed io sarò lì. Ogni tanto mi devo solo pizzicare per ricordarmi dove sono.

Posso immaginare, specialmente perché in questo periodo devi essere qualcosa di più di uno stilista, devi essere un intrattenitore nonché il volto del tuo brand.

Ed è parecchia pressione. Posso andare in Giappone e fare venti-trenta interviste una dopo l'altra. Una settimana posso avere dodici sfilate o dodici servizi fotografici. Questo lavoro non si limita a Londra ma anche Taiwan, l'America Latina, il Nord America, il Canada… Ci sono tutti questi paesi diversi e a ognuno di questi devi dare la stessa cosa. Non darò mai di più ad un'intervista o a un servizio piuttosto che a un altro. Soltanto, ecco, ci sono dei momenti in cui non sai più chi sei.

E riguardo le sfilate? Pensi siano ancora importanti?

Ho passato alcuni momenti in cui credevo che le sfilate sarebbero morte, ma in realtà sono equivalenti al teatro. Solo perché è comparso il cinema, la gente non ha smesso di andare a teatro. Anzi, la passerella è diventata ancora più importante nell'era digitale perché i contenuti prodotti da ogni singolo evento sono davvero massivi: ci sono le riviste che commentano, le immagini sui social media, le icone dello street style… non fai in tempo a concludere una passerella che le immagini sono ovunque. Tecnicamente, la passerella diventa la parte fondamentale.

Ti piace progettare le passerelle?

Lo adoro perché è la parte conclusiva. Un video non mi da una conclusione, ma quando finisce una sfilata… allora è finita: hai finito la collezione e puoi passare a quella successiva.

Quale pensi che sia il luogo comune più sbagliato su di te come stilista?

La moda ti porta ad avere una certa personalità. La gente pensa che io sia estremamente difficile, ma a me non importa. Io so quello che voglio. Alcune persone credono che io sia ossessionato dal genere quando invece non lo sono. Non c'è niente di più noioso dell'idea del genere. Mi piace l'idea della mondanità che è solo ed esclusivamente abbigliamento. Non sopporto l'androginia, è una cosa che m'infastidisce molto.

Se potessi cambiare qualcosa nell'industria della moda quale sarebbe?

Mi piacerebbe vedere più giovani, vedere la mia generazione andare avanti. Abbiamo bisogno di nuovi punti di vista. Il mondo è cambiato e anche il modo in cui le persone comunicano è cambiato. La moda è incentrata sulla comunicazione e questa nuova generazione (completamente diversa dalla precedente) che sta iniziando a spendere ora i suoi soldi, comunica in maniera diversa rispetto a noi. I loro punti di riferimento sono diversi. Se gli editor e gli stilisti non iniziano a comunicare con loro nel modo giusto allora è tutto inutile. È arrivato il momento del ricambio generazionale. Nessuno permetterà a un dodicenne di governare il mondo, ma si spera che entro i trenta ci possa almeno provare. 

loewe.com

Crediti


Foto Willy Vanderperre
Moda Benjamin Bruno
Capelli Mari Ohashi at LGA Management
Make-up Lynsey Alexander at Streeters
Nail technician Anatole Rainey at Premier Hair And Make-Up
Set design Emma Roach At Streeters
Lighting technician Romain Dubus
Assistente foto Corentin Thevenet
Digital operator Olivier Looren at Dtouch.
Assistente moda Natalie Cretella, Shaun Kong, Priscilla Teko, Sabrina Diamantopolous
Assistente capelli Rogerio Da Silva
Set assistance Warwick Turneroakes, John Karsenty
Production Floriane Desperier
Modelle Louis Bauvir at Hakim Model Management. Nick M at Tomorrow is Another Day.
Tutti gli abiti Loewe primavera/estate 15 womenswear.

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