quarant'anni (o quasi) di folli notti al plastic in foto d'archivio

È il club che ha scritto la storia delle notti milanesi. Abbiamo frugato per voi tra migliaia di scatti del suo archivio, e qui trovate i migliori.

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05 aprile 2018, 7:00am

La prima volta che sono stato al Plastic avevo più o meno 18 anni anni ed era più o meno il 2007. Era venerdì. Da quella sera ci sono tornato qualcosa come un milione di altre volte. Ci ho ballato, festeggiato, bevuto, dormito, lavorato, qualche volta anche vomitato. Di quella prima volta mi ricordo una specie di sensazione, magari sono gli anni passati e che si stava meglio quando si stava peggio, però non ne sono convinto. Era qualcosa che aveva a che fare con la condivisione, con l'appartenenza a un club che sceglieva i suoi iscritti tramite regole che per me al tempo erano incomprensibili e che poi con il tempo ho imparato a conoscere. Era il sentirsi parte di un'entità orgogliosamente e incontestabilmente cool, prima ancora che politica, colta o artistica.

Mi ricordo anche il momento esatto in cui è successa questa epifania notturna. Erano circa le tre del mattino quando la Susy, DJ del London Loves—serata creata da Dorian, oggi mente dietro a Malibu1992—, ha sparato in pista Happy When It Rains dei Jesus and Mary Chain, un pezzo shoegaze del 1987 che parla con un certo distacco di una storia d’amore finita, rimettendone insieme i pezzi e facendone un dolceamaro bilancio postumo ("And we tried so hard / and we looked so good / and we lived our lives in black"). A quei tempi era la mia canzone preferita. Ma i Jesus and Mary Chain non li ascoltava nessuno, almeno non tra le persone che era solito frequentare un teenager gay residente a Erbusco, in provincia di Brescia. Quando invece qualcuno metteva su i Jesus and Mary Chain a un volume da sangue dal naso in quel buco bizzarro infilato tra le case al 120 di Viale Umbria, una massa compatta di adolescenti con i capelli gonfi e gli occhi truccati che magari non si erano mai neppure scambiati due parole scendevano in pista e iniziavano a ciondolare a tempo, fissandosi i piedi. Ognuno per conto proprio però anche tutti insieme.

E a quel punto non ti importava più tanto di essere bruttino e di vivere in provincia e neanche forse di essere innamorato di uno stronzo o di non aver ancora viaggiato o letto o sentito e visto abbastanza. Eri dalla parte giusta del mondo e dei tuoi vent’anni. Bastava e avanzava. E non era una questione di essere accettati, e non c’entrava niente con l’essere gay. Il mondo è pieno di posti dove sentirsi accettati e coccolati e accolti e stronzate del genere. Era questione di sentirsi promossi in un sistema diverso che aveva regole diverse. Un mondo di possibilità che si spalancava davanti a te, dove il bello non era più quello che funzionava ma quello che interessava, sfidava, sconvolgeva. Una forma mentis più che un’enciclopedia estetica. E questo negli anni non è cambiato, e chi oggi ha 10 o 15 anni meno di me vive la stessa trasformazione radicale. Io non più perché sono ormai troppo vecchio per conoscerla dall’interno, ma ancora abbastanza aperto per appoggiarla acriticamente. The youth is always right.

Nell’introduzione al libro This is Plastic—uscito nel 2005 in occasione del 25simo compleanno del club—è riportata una frase che esprime al meglio quella voglia e quell’orgoglio, quella Different Class, per citare il discone epocale dei Pulp. È una citazione di Nicola Guiducci che racconta di come tutto è poi forse cominciato:

Once we really used to dress up to go out, I mean out in the street in the daytime... And shock people while the police would always be stopping us and warning us, saying we were under their control. So we decided to close ourselves in a ghetto. A very provate, golden one.

Oggi il Plastic (pronuncia inglese, non à la francese) sta per concludere il suo 37imo anno di attività e non è mai stato così bene. Nel frattempo è passato attraverso infiniti mutamenti, un cambio di sede, un ambrogino d’oro, documentari, leggende e banalità. Quando se ne legge ci sono storielle che ritornano sempre: le code interminabili e la selezione creativa all’ingresso, Keith Haring e Grace Jones che prendevano l’aereo apposta per venire a ballare a Milano (e del resto da New York venirci in bicicletta avrebbe fatto decisamente più scalpore), le parole trasgressione e nightlife che vogliono dire tutto e niente, la musica che qui arrivava e arriva ancora prima e meglio. È tutto vero, ma ancora è niente.

Per capirci qualcosa in più, ho cercato di tirare le fila di questi quasi 40 anni di rivoluzione e frivolezza in una conversazione aperta con i miei amici Nicola Guiducci e Andrea Ratti. Nicola del resto il Plastic se l’è inventato. Ma come? "Facevo l’assistente vetrinista per Elio [Fiorucci, NdA] e per altri, ma non mi piaceva. Avevo 19 anni, appena finito il liceo. Scientifico poi, vai a sapere perché. Ero venuto a Milano per questa offerta di lavoro e bazzicavo un negozio di abbigliamento che si chiamava C33, di proprietà di Lino Nisi ed altri amici. Lui aveva affittato un locale che era bruciato, si chiamava Studio Eva. A parte Elio, perché da lui potevi creare delle storie e inventarti una narrazione, con gli altri era soprattutto stare lì a mettere su le camicie con gli spilli. E non era quella la mia storia." Una buona dose di escapismo e anni '80 insomma, ed è iniziato tutto. Ma questa storia nasce come un luogo o come un party? "Non saprei, ma forse era proprio un club sin dall'inizio. Quattro casse, due luci. Il bancone c’era già, perché quello non era bruciato. Era il 23 dicembre 1980. Poi dopo due o tre mesi abbiamo fatto una festa di carnevale e lì non si è più fermato. Era una roba new romantic e post punk, e pirates di Vivienne Westwood. Ma non è che fossero temi, eravamo noi così. C’erano anche tutti dei ragazzi che facevano vestiti al Camden Market... Poi più avanti, un paio d’anni dopo forse, ho conosciuto la Jordan. Era venuta in viaggio di nozze con Kevin a casa di Mizio e da lì poi con la Vivienne [sempre Westwood, NdA]. La moglie lavorava come manager di un suo negozio. Poi io anche io mi sono fidanzato con un ragazzo che lavorava dalla Vivienne e così... Sarà stato l'82 o l'83."

Questa cosa di conoscere il mondo restando tra quattro mura non è mai cambiata. Ed è sempre stata evidentemente una questione di affinità elettive e gin and tonic. Anche probabilmente di privé accessibili in base all’attitude e non al conto in banca e a tavoli indiscutibilmente non prenotabili e non bottigliabili, così da rendere fluido un meltin' pot rock'n'roll in cui l’ultimo arrivato poteva tranquillamente trovarsi seduto di fianco a Anna Piaggi o Micheal Stipe, senza nemmeno accorgersene. Al sottoscritto una volta Katie Perry ha bussato sulla spalla per fare i complimenti causa t shirt fatta di simil-carta stagnola. E da qui anche forse quell’idea di festa mobile elettiva che, se nel posto giusto, ti fa sentire a tuo agio a Milano come in certi club di Manhattan, di Amburgo o della provincia di Mantova. Il sodalizio con Londra comunque nasce subito: "All'inizio andavo al Blitz, dove mi aveva mandato Der