finsta: basta fingere di avere vite perfette su instagram

Su IG condividiamo solo scatti impeccabili, creando una versione tanto perfetta quanto falsa della nostra vita. E non c'è niente di più dannoso per la nostra salute mentale.

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apr 20 2018, 2:48pm

via Instagram

Ieri sera un'amica mi ha scritto: "Ma tutto bene? Ho visto il tuo finsta e mi sembri un po' giù."

Il mio profilo Instagram principale è un susseguirsi di immagini esteticamente impeccabili che raccontano la migliore versione di me e della mia vita, lontana anni luce dalla realtà. Sul mio secondo profilo, cioè sul mio finsta (da fake Instagram), condivido invece selfie orribili, meme e aggiornamenti su quello che mi succede davvero, non su quello che voglio il mondo pensi mi stia succedendo. È un account privato riservato alla mia cerchia di amici più stretti. Qui non ci sono regole su come dovrei apparire, lo uso per postare quello che mi va, quasi fosse un diario segreto virtuale.

Sul mio profilo IG principale metto una foto nuova a settimana, circa. Sul finsta invece condivido anche due, tre o quattro scatti al giorno. Quasi tutti i miei amici hanno un finsta e hanno ritmi di condivisione piuttosto simili ai miei. Anche la tipologia di contenuti è simile: sull'account pubblico foto perfette di una vita perfetta (ma inesistente), su quello privato scatti scompigliati in cui parliamo di depressione, delusioni d'amore e altre cose non esattamente felici.

Per capire meglio la dicotomia digitale tra identità "fake" e "reale" che caratterizza internet oggi, ho parlato con alcuni esperti di social media e con ragazzi della generazione Z.

La scorsa estate uno studio ha scoperto che Instagram è il peggior social media per la salute mentale degli utenti. "La popolare applicazione si è guadagnata questo triste primato perché capace di filtrare ogni imperfezione, facendo sentire i suoi utenti ansiosi, depressi, soli e insoddisfatti—o come si legge spesso online, portando la loro FOMO a livelli insostenibili," ha spiegato Wendy Syfret su i-D a questo proposito. E nessuno si è stupito né dei risultati della ricerca, né della successiva analisi.

Adam Alter, docente universitario presso la NYU e autore di Irreversible: The Rise of Addictive Technology and the Business of Keeping Us Hooked mi spiega: "Le persone curano il loro feed in modo da mostrare solo quell'1 percento della loro vita che ritengono essere perfetto, così da dare l'impressione che se la passino meglio di quanto non facciano in realtà. Non si può dire esattamente lo stesso di Facebook, Snapchat e Twitter, che vengono usati con scopi diversi e sui quali possono essere condivise tipologie diverse di contenuti."

Klyn, studentessa di psicologia di Chicago, è d'accordo con la tesi del Professor Alter. "Facendosi un giro sul mio profilo Instagram, nessuno capirebbe che soffro di depressione." Perché tra foto di party in spiaggia e scatti rubati sui set fotografici non c'è spazio per i problemi di salute mentale. Ma Klyn spera che la società si muoverà in futuro "verso un mondo in cui le persone non hanno paura di mostrare la loro vulnerabilità."

Comunque, oltre a essere una piattaforma dove iniziare a lasciare maggior spazio a difetti e punti critici, i finsta sono anche un modo per sentire tutti i tuoi amici in un colpo solo. "Ci sono i miei amici del liceo, quelli che vivono in Ghana e quelli che ho conosciuto quando vivevo a Parigi," mi spiega Nhyira, studentessa di Georgetown, che ha inoltre notato leggere differenze nell'uso dei finsta nei diversi paesi che conosce e dai quali i suoi amici provengono: "Negli Stati Uniti i finsta servono per condividere foto stupide o ridicole. A casa mia, in Ghana, lo usano invece per tutti quegli scatti un po' inappropriati, quelli che non vorresti tua madre vedesse ecco." In società particolarmente tradizionaliste, come quella ghanese, i finsta possono quindi diventare strumenti per esprimere la propria personalità in modo più libero. Sophia, dal Vietnam, mi spiega invece che "i finsta americani sono quasi sempre autoreferenziali ed egocentrici, ma anche più emotivi e sinceri. I miei amici internazionali li usano invece per condividere foto che un po' li mettono in imbarazzo, tipo i selfie fatti da ubriachi."

Sul tuo finsta, insomma, puoi essere esattamente chi vuoi. Ed è propri sul suo profilo privato che John, fotografo di stanza a New York, ha fatto coming-out. "Volevo che i miei amici più stretti lo sapessero," commenta con un'alzata di spalle.

Online le critiche sono frequenti, ma feriscono comunque chi le riceve; e i finsta sono il luogo perfetto per sfuggire alle cattiverie gratuite degli sconosciuti. "Instagram è uno dei metri di giudizio più immediati e deleteri di cui la nostra generazione fa uso," mi dice Sarah, studentessa alla University of Arizona. "Guardi quanti follower ha una persona e in mezzo secondo ti sei fatta un'idea di chi è. Oggi Instagram è tutto." E non ha paura ad ammettere che anche lei segue le regole di questo perverso gioco, truccandosi e vestendosi bene solo per farsi un selfie. "I social media sono una forma d'arte. Puoi ingannare chiunque."

Un'altra mia amica, Vienna, è quella che tutti definirebbero un'influencer. Il suo profilo su IG pubblico ha 7 mila follower. Quello privato non arriva a 70. Per lei, il suo finsta è un "diario visivo" che usa per "separare l'apparenza dalla vera Vienna." Stessa cosa per Viona, che invece vive a Parigi, e che aggiunge però una riflessione legata alle nostre abitudini comunicative: "Mandiamo decine di DM al giorno e pensiamo che la persona che li riceverà corrisponda esattamente al suo alter-ego virtuale. Ma non è così, perché su Instagram nascondiamo tutti i tratti della nostra personalità (ma anche del nostro aspetto fisico) che consideriamo negativi. È impossibile non farlo. Ormai, incontrare qualcuno nella vita reale ci sembra assurdo, molto più strano che parlarci su internet."

Dopo aver ascoltato tutti questi punti di vista, ho iniziato a pensare a conseguenze ed effetti legati all'uso che facciamo dei social media. E se provassimo tutti a essere sempre noi stessi sui nostri profili online? E se smettessimo di fingere, nascondere, photoshoppare e migliorare tutto ciò che non è al 100 percento perfetto?

Lili (da Toronto) è una delle poche che lo sta già facendo. Sul suo profilo Instagram principale condivide infatti ciò che molti altri metterebbero invece sul loro finsta: droghe, crisi di nervi, crolli nervosi e insonnia. "Voglio che il mio account principale sia una sorta di finsta aperto a tutti," mi spiega. Scelta apparentemente facile, ma che in realtà presenta numerose difficoltà, quella di Lili ha però un enorme lato positivo: la sua ansia da social media è nettamente diminuita. "Molti dei miei follower mi scrivono in DM per dirmi che si rispecchiano in ciò che condivido, perché alla fine tutti affrontiamo gli stessi problemi." E conclude poi: "Vedo i finsta come una strategia di adattamento, ma non so se sia davvero la soluzione giusta. La maggior parte delle strategie di adattamento non lo sono."

Dovremmo tutti prendere esempio da Lily? L'ossessione per l'immagine di noi che trasmettiamo sui social ci sta facendo perdere il controllo delle nostre identità? Stiamo diventando brand viventi o le nostre personalità si stanno facendo più sfaccettate?

Nella mia testa continuano a formarsi domande su domande. Forse questa è la vera soluzione: non seguire passivamente mode e trend, ma interrogarci sul perché e come agiamo online. Altrimenti la differenza tra persone reali e persone virtuali si farà sempre più ampia, fino a diventare incolmabile.

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