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chi non usa i social network è penalizzato nel mondo del lavoro?

Viviamo in un mondo in cui chi ti segue (o non ti segue) su Instagram determina buona parte del tuo status sociale. Inutile negarlo. Ma questo che impatto ha sulla nostra vita professionale?

di Briony Wright
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30 ottobre 2017, 4:31pm

Immagine via Social Media

Dal momento in cui ti sei seduto di fronte al tuo enorme iMac a metà degli anni '00, caricato il tuo selfie scattato con Photo Boot e compilato la sezione "relazioni" sul tuo profilo MySpace nuovo di zecca, ecco, lì hai piantato i semi della tua oggi rigogliosa personalità online. Erano tempi emozionanti, ma ripensandoci ora non erano che gli albori di una nuova epoca digitale.

Passa un decennio o più, e oggi la posta in gioco è nettamente più alta. Abbiamo imparato nel modo più imbarazzante possibile è impossibile cancellare definitivamente da internet la foto di quella serata in cui hai fatto pipì dietro un'auto. E ci è anche stata insegnata l'importanza di una buona rete di amici virtuali: influencer, blogger e star di Instagram ricevono tutti lavori, regali, viaggi e posti a sedere in #frontrow. Ma come sempre accade, alcune persone sono più brave di altre nell'accaparrarsi questi supposti privilegi.

Viviamo in un momento storico in cui chi ti segue—o meno—sui social network determina buona parte del tuo status sociale, inutile negarlo. E quali sono le conseguenze per chi proprio non riesce a venir bene in foto, per chi non sa dosare l'ironia o per chi semplicemente non vuole avere una forte presenza online? Cosa implica questo meccanismo per chi è troppo timido, occupato o terrorizzato dall'idea di farsi un selfie? Se non riesci proprio a tenere il ritmo di questa folle corsa digitale, questo ti mette in una posizione di svantaggio rispetto agli altri? E se supponiamo che questa tesi sia vera, cosa possiamo fare per cambiare le cose?

Per capirci qualcosa in più, abbiamo parlato con la Dottoressa Peggy Kern, Professore di Positive Psychology che concentra i suoi studi proprio sul modo in cui vita e social media si intersecano. Peggy conferma che una generazione abituata a giudicare sulla base di una veloce rassegna di IG, Facebook e affini, coloro che hanno una forte presenza online partano "da una posizione migliore in alcune circostanze."

Sentiamo parlare tutti i giorni di modelli, creativi, artisti, e celebrità che devono le loro carriere quasi esclusivamente a internet. Ci sono storie meravigliose, come quella che ci ha raccontato l'attivista e modella Paloma Elsesser, che la leggendaria make-up artist Pat McGrath ha scovato su Instagram; c'è Jake Levy, scoperto da Katy England sul suo sito web personale; e c'è Slick Woods, altra incredibile modella diventata celebre proprio grazie al suo profilo IG.

Oggi è prassi comune per molte agenzie creative avere Excel in cui riuniscono e aggiornano periodicamente il numero di follower di brand e influencer. Anche se c'è qualcosa di incredibilmente schifoso in tutto ciò, sono molti i clienti che fanno leva su queste cifre. Parlando con diversi agenti e recruiter, comunque, tutti mi hanno confermato che non è affatto facile dare il giusto peso all'importanza del nostro seguito online.

Jon Duval, direttore della Duval Agency, ammette che sia qualcosa di cui dovremmo essere sempre più scettici. "Quando sono a una cena e vedo questi influencer darsi delle arie, non riesco a non pensare che la maggior parte di loro ha pagato cento o più dollari per avere 10.000 follower in più. Mi preoccupa, e fa capire che tutta questa importanza è forse molto relativa. Credo sia importante guardare alla cosa da una prospettiva più ampia. Preferisco le persone che hanno altre ambizioni."

In modo simile, anche Sunni Hart, che dirige l'azienda Folk Co., trova che l'affidabilità dei social media come parametro di giudizio si sta assottigliando sempre più. "Sì, spesso i talenti con cui firmiamo arrivano da Instagram, ma ultimamente è chi ha un seguito molto ristretto a rendermi davvero curioso. È qualcosa di nuovo, fresco. Mi piace l'idea che non siano ossessionati dal loro profilo sui social media e che non usino tutte le loro energie per curarlo. Credo che ciò che dimostra Instagram sia solo che alcuni sono bravi a fare marketing su sé stessi, altri meno. Ed è un'ottima capacità, ma non abbiamo necessariamente bisogno che i nostri talenti ne dispongano."

Ammette anche che potrebbe essere un'indice fuorviante, dicendoci che "d'altro canto, ci sono persone che non assomigliano minimamente alle foto di loro che scelgono di condividere su internet. Le persone stanno sempre più imparando che un account non è sempre l'esatta rappresentazione di una persona." Messa in termini ancora più semplici: lo scetticismo dell'industria nei confronti di questi meccanismi è sempre più palese e diffuso.

E, se siete persone timide per natura, Peggy Kern suggerisce di usare i social media non tanto per mettervi in mostra, ma per aiutare gli altri utenti. Prendiamo ad esempio l'artista 22enne Molly Williams, che dopo essersi osservata a lungo ha deciso di parlare dei temi fondamentali per la sua generazione proprio su Instagram. Attraverso l'account @feministthoughtbubble, Molly unisce le sue doti come illustratrice a fumetti che analizzano con sagacia ciò che i millennials considerano oggi una generazione antiquata e sessista. Così facendo, l'artista non solo espone i suoi lavori, ma spinge anche gli utenti a discutere un tema importante. Come spiega la Peggy, "le persone sono attratte da questo tipo di energia positiva. Il lato opposto del classico guardami-e-guarda-come-sono-bella che vediamo ovunque su internet. La chiave rimane esaminare ciò che è più importante per te e trovare il modo giusto per parlarne sui social media."

Se avete bisogno di un modello a cui ispirarvi nel vostro astensionismo dai social media, esistono comunque numerose figure creative il cui successo non ha niente a che fare con l'uso che loro fanno di internet. Julia Nobis, una delle modelle più famose del mondo, continua a mietere consensi nonostante non abbia una forte presenza online.

Si potrebbe anche dire che mantenere un'aura di mistero abbia i suoi vantaggi, evitando di presentare al mondo una determinata personalità e preferendo invece indossare panni sempre diversi da una passerella all'altra. In un universo di Kendall, Bella e Gigi in cui Instagram può essere considerata una parte essenziale della propria personalità, l'astensione parla molto più della sovraesposizione.

E se non ci sono ormai più dubbi che una presenza sui social media aiuti la propria carriera, non vale comunque la pena disperarsi quando non succede. Alla fine, la tecnologia continuerà ad avanzare ed evolversi. Mentre Facebook, Twitter e Instagram potrebbero addirittura essere sostituiti da nuove piattaforme—dove tutte le cifre verrebbero ri-azzerate, ovviamente—una personalità interessante, una buona etica lavorativa e un pizzico di mistero nella vita reale rimarranno caratteristiche inalterabili.

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