"Taxi Driver" è stato il film sugli incel prima ancora che esistessero gli incel

Ed è arrivato il momento di (ri)guardarlo con occhi diversi.

di Davide Bettelli
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27 agosto 2021, 4:00am

Still dal film "Taxi Driver"

Era il 30 marzo 1981 quando il ventiseienne John Hinckley Jr. esplose sei colpi del suo revolver Röhm Gesellschaft calibro 22 presso l’Hilton Hotel di Washington D.C., indirizzati a Ronald Reagan, nel pieno del suo primo mandato come Presidente degli Stati Uniti. Al ragazzo fu riconosciuta l’infermità mentale, e la conseguente incapacità di intendere e di volere.

Durante il processo, Hinckley affermò che le sue azioni avevano come scopo quello di impressionare una giovanissima Jodie Foster, che all’epoca dei fatti aveva solo tredici anni. Il giovane dichiarò di essersi infatuato dell’attrice dopo averla vista interpretare il ruolo di una prostituta minorenne nel film di Martin Scorsese Taxi Driver (1976), e, per sostenere questa tesi, l’avvocato difensore proiettò il film in conclusione della sua arringa.

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Vi abbiamo raccontato questo episodio non per pura curiosità, ma perché risulta fortemente significativo della potenza del cinema nell’intervenire sulla realtà concreta, nel plasmare le coscienze e persino nel cambiare il vero e proprio corso degli eventi. Taxi Driver è infatti riuscito ad arrivare sotto pelle in particolare a quegli spettatori che condividono il disagio esistenziale del protagonista, oggi diventato una vera e propria icona del nostro immaginario collettivo: Travis Bickle, nei panni noir e spigolosi di Robert De Niro.

Per spiegarci meglio a chi di voi non ha ancora visto il film—ma senza spoiler!—, Taxi Driver racconta le vicende di Travis Bickle, un veterano di 26 anni da poco tornato dal Vietnam e diagnosticato clinicamente depresso. Affetto da un’insonnia cronica che non riesce ad acquietare, decide di sfruttare la notte per guadagnare qualche soldo in più, e diventa un tassista notturno. Con l’incedere del film, ci inoltriamo sempre di più nell’universo del protagonista, che ci carica sul suo sommergibile giallo per immergerci negli abissi di una città sull’orlo del collasso economico, popolata di creature notturne, prostitute, ladri, spacciatori e assassini (o, come la chiama Travis, la “feccia della società”).

A distanza di quasi 45 anni dalla sua uscita nelle sale, il film offre un resoconto ancora veritiero di un particolare tipo di alienazione emotiva che oggi identifichiamo con la categoria definita incel. Neologismo creato dall’incontro dei termini involuntary e celibate, la parola indica i membri di una particolare sottocultura di Internet, composta principalmente da uomini eterosessuali e cisgender che risultano incapaci di trovare un partner sessuale o romantico. Negli ultimi anni—complice un accesso sempre più immediato alle informazioni provenienti da tutto il mondo— capita fin troppo spesso di vedere degli incel, proprio come il sopracitato John Hinckley, occupare le prime pagine dei portali di notizie, rendendosi protagonisti di gravissimi atti di violenza, a volte impulsivi, a volte premeditati.

Travis è uno di loro. In lui, infatti, si condensano due fattori essenziali: il conservatorismo politico di destra e l’incapacità di stringere legami significativi con le donne, dovuta a una loro idealizzazione inconscia e mai decostruita. Guardando oggi il film, è evidente come Travis, nello specifico, soffra del cosiddetto Madonna-whore complex, un disturbo analizzato in modo ricorrente dalle opere femministe di quarta generazione (tra cui la provocatoria serie tv The Handmaid's Tale). Gli uomini affetti da questo complesso finiscono col ricondurre le donne a una netta dicotomia: da una parte le donne angeliche, le salvatrici degli uomini da ogni sofferenza; dall'altra le donne puttane, la causa di tutti i mali degli uomini, delle meretrici ingannevoli, meritevoli solo di morire.

Taxi Driver lascia libero sfogo alle derive psicopatiche della personalità di Travis, raggiungendo conseguenze estreme che risultano spaventosamente simili a episodi realmente accaduti, come le sparatorie di massa negli Stati Uniti, all’attentato di Toronto o a quello di Macerata (tra le ipotesi del movente, c’è anche quella secondo cui l’omicida, Luca Traini, agì spinto dalla sete di vendetta per l’omicidio di Pamela Mastropietro)—giusto per citarne alcuni, perché gli episodi di cronaca nera riconducibili a contesti simili sono decine e decine. Come nel caso di John Hinckley Jr., l’evento scatenante di queste azioni è il rifiuto da parte di una donna, che nella visione dell’incel passa improvvisamente da angelica a meretrice, diventando il capro espiatorio di un comportamento sociopatico che non ha niente a che vedere con lei o le sue azioni, se non nella mente dell’uomo rifiutato.

L’inettitudine di Travis nello stringere legami significativi si trasforma in frustrazione e poi in violenza cieca con l’incontro di Betsy (Cybill Shepherd), impiegata dello staff elettorale del candidato democratico alla presidenza Charles Palantine (Leonard Harris). Tra i due sembra effettivamente nascere qualcosa, ma al primo appuntamento Travis porta la donna in un cinema a luci rosse, da cui lei fugge disgustata. Incapace di accettare il rifiuto, Travis sprofonda in una lenta e inarrestabile discesa negli abissi della follia e dell’alienazione sociale.

In questo momento, proprio quando Travis si trova sull’orlo del precipizio della psicopatologia, incontra la seconda donna della sua vita: Iris, la giovanissima prostituta interpretata appunto da Jodie Foster. Succede durante uno dei tanti turni di notte di Travis. All’improvviso, tenta di salire sul suo taxi una ragazza, spaventata e ansimante, in fuga dal suo protettore, ma Travis non riesce a reagire abbastanza velocemente per portarla via.

Quell’incontro così breve e inaspettato agisce da catalizzatore per la rabbia, la frustrazione e l’inettitudine accumulate da Travis, che riceve così il suo secondo rifiuto, rimanendo con la sensazione di non venire ascoltato né calcolato anche quando tenta di compiere una buona azione. D’istinto individua come capro espiatorio il candidato Palatine, in cui vede racchiuse le ipocrisie e le corruzioni dell’intero sistema statunitense, alla fonte di tutti i fallimenti della sua vita. Travis inizia così un intenso programma di allenamento fisico per prepararsi ad attentare alla vita del candidato Palantine, e come andrà a finire lo scoprirete da voi.

Evitando gli spoiler, ci soffermiamo sulla scena finale, in cui il carattere onirico e allucinato del film viene accentuato al massimo: non sappiamo se sia tutto frutto di un’allucinazione della mente psicotica di Travis o se sia tutto reale, di fatto viene mostrato nelle vesti di un eroico salvatore, socialmente assolto dagli omicidi di cui si è macchiato, del tipo che il fine giustifica i mezzi.

Questa assoluzione morale, che sembra così surreale eppure così vicina a situazioni di cui si legge nella cronaca, rappresenta l’elemento più disturbante del film: è la dimostrazione che la nostra società, e dunque la società patriarcale, non è in grado di diradare l’aura di fascino attorno alla figura dell’uomo-vigilantes, dell’uomo che assume una pretestuosa autorità morale e si fa giustizia da sé, dimostrandosi un vincente. Gli ultimi fotogrammi, però, questa retorica viene decostruita: nello specchietto retrovisore del taxi compare uno sguardo ossessivo, una nuova somatizzazione della follia sopita di Travis. Non è un uomo risolto, è ancora una bomba in attesa di esplodere di nuovo.

Per operare una rilettura aggiornata del film, dobbiamo prima essere consapevoli dei suoi stessi limiti: nonostante Scorsese, in un’intervista a Roger Ebert, abbia definito Taxi Driver “la mia opera femminista”, il film non partecipa alla creazione di un immaginario sociale in cui le donne siano autodeterminate al pari degli uomini. Prima di tutto, Taxi Driver non supera il famoso test di Bechdel, uno strumento creato dalla fumettista americana Alison Bechdel per misurare la rappresentazione delle donne nella cultura mainstream e determinare se un film è femminista o meno. Tra i parametri, ad esempio, c’è la presenza di almeno una scena in cui due donne parlano tra loro di un argomento che non sia un uomo. Nel corso degli anni, il test è diventato sempre più popolare, fino a proporsi come vero e proprio strumento in mano ai critici (per rendersi conto di quanti film NON soddisfino questo semplice requisito, vi basta dare un’occhiata a questo archivio).

E poi, lo sappiamo, Scorsese non è un asso a scrivere personaggi femminili di spessore, incentrando il suo cinema su storie prevalentemente di uomini. Questo non toglie, però, che la sua cinepresa sappia delineare ritratti di uomini complessi, irrisolti e disturbati, avviluppati in quel groviglio di aspettative e schematizzazioni imposte dal patriarcato, che sono alla base della disparità di genere. In altre parole, si tratta di mascolinità tossiche e conseguenti atteggiamenti tossici, abusivi, manipolatori, che serpeggiano tutt’oggi nella nostra società.

Basti pensare ai discorsi misogini e razzisti dei colleghi di Travis: è fin troppo facile immaginarsi di leggere le stesse parole di odio vomitate su siti come 4chan o in una chat di Telegram. E questo vale anche per le parole che Travis scrive sul suo diario: oggi, invece che finire su un pezzo carta, verrebbero condivise sul proprio profilo Facebook o in un gruppo dell’Alt-right. Lo slogan del candidato Repubblicano alla presidenza, “A RETURN TO GREATNESS”, vi ricorda qualcosa? Eppure vi ricordiamo che il film usciva nel 1976…

La decostruzione dell’uomo machista può oggi avvenire attraverso due processi, entrambi necessari: la modifica del sistema simbolico dell’oppressore e il decentramento dei privilegi in favore dell’oppresso. Taxi Driver si ferma al primo passaggio: lascia al centro la figura maschile, cisgender, eterosessuale e bianca, ma ci trascina nel vortice della sua follia, seguendo il meccanismo di una mente che deflagra in un’esplosione di violenza.

Assistiamo così all’incapacità di un uomo di esternare i flussi della propria sfera emotiva, ormai completamente scollata dalla realtà, e anche nei pochi momenti in cui un sentimento riesce ad affiorare lucidamente, come quando confessa a un collega i suoi pensieri violenti, comunque non viene ascoltato davvero, né preso in carico dall’ambiente circostante. Taxi Driver è l’ennesima messa in scena di una società tossica e machista, dove la repressione e la negazione sono le uniche risposte concrete all’emotività. Non c’è spazio per l’ascolto, la comprensione, la vulnerabilità e l’aiuto reciproco.

Per quanto il film ci porti a empatizzare con Travis, in quanto, prima di essere un carnefice, è anche vittima di una società storicamente guerrafondaia come quella americana, non lo riconosciamo mai come un personaggio dalla parte del “giusto”. Il film mette in luce, senza giustificarla in alcun modo, quanto l’eruzione di violenza come quella messa in atto da Travis sia una normale conseguenza delle condizioni di esistenza in cui vengono posti i veterani di guerra, uomini repressi, carichi di danni psicologici e risentimento. Roger Ebert, nella sua recensione del film, scrisse che “Tutti ci siamo sentiti soli come Travis. La maggior parte di noi è semplicemente più brava a gestire la cosa.” Taxi Driver è una potente arma nella lotta femminista contro la mascolinità tossica, in quanto ci mette di fronte a uno specchio: vogliamo davvero lasciare che la nostra società si riempia di Travis?

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Crediti

Testo di Davide Bettelli
Immagini: still dal film

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