Vincenzo Pizzi fa una techno diversa da tutto quello che hai ascoltato finora

Stufi dell’ennesima playlist di elettronica trita e ritrita? Tra quei (pochi) artisti italiani che spaccano c'è Vincenzo, che con i suoi suoni melodici e ritmi fuggevoli spiazzerebbe qualunque ascoltatore.

di Costanza Sciuto
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14 ottobre 2020, 9:09am

Fotografia di Erica Bellucci 

Se pensate che la scena electro e techno in Italia non sia delle migliori, è solo perché non vi siete ancora addentrati nella nicchia di artisti che anima un intricato sottobosco musicale di progetti che vale davvero la pena sentirsi e poi buttare dentro quella playlist presa bene che non aggiorni da un po’ di tempo, e chissà come mai. In un panorama saturo di proposte, i pochi artisti di qualità faticano a emergere: è come se ci fosse un gap tra la domanda sempre maggiore di musica elettronica e l’effettivo accesso alla risposta.

Ma una parte della risposta noi l’abbiamo trovata, e si chiama Vincenzo Pizzi. Saltato fuori da un paesino di 1000 abitanti e approdato su Mixmag con questo pezzo, ha fondato la sua etichetta discografica PYTECA, ha fatto ballare cileni incazzati che rivendicavano i loro diritti, chiuso collaborazioni con Bvlgari, Cavalli, Red Bull e molti altri, e ora è fuori con il videoclip di Apnea, che è un po’ videoarte e un po’ una versione lo-fi anni ‘90 de Il cielo sopra Berlino.

Così abbiamo preso le cuffie, ce lo siamo ascoltato per bene e abbiamo deciso di farci due chiacchiere per parlare di quanto sia importante rendere la techno qualcosa di personale e accessibile anche in Italia, e non solo una scusa per fare festa.

Ciao Vincenzo! Dove sei cresciuto e com’è stato crescere dove sei cresciuto? 
Sono nato a Miranda, un paese di 1000 abitanti in provincia di Isernia. Non c’era assolutamente nulla, al di fuori delle solite cose da paese: uscire con gli amici, giocare a flipper. Fondamentalmente mi annoiavo, così ho iniziato a smanettare con i sintetizzatori e a fare musica elettronica.

Ricordi l’esatto momento in cui hai capito che nella tua vita volevi fare musica e nient’altro?
È stato ascoltando per sbaglio Four Tet. In quel momento ho capito che non mi bastava più “ascoltare”. Ero alla fine delle superiori, producevo per gioco già da qualche anno, invitavo gli amici a casa e registravamo voci, bicchieri rotti… Poi, una volta diplomato, ho pensato: “Forse è ciò che voglio fare da grande.”

Credi che riuscirai a trovare uno spazio tutto tuo in Italia?
All’inizio avevo molti dubbi, non è un percorso facile e non puoi mai prevedere come andranno le cose in questo ambito. Il panorama è saturo, però so che lavorare con cura e passione premia sempre, oltre a farmi sentire realizzato.

Quanto ha influito il lockdown sulla tua produzione musicale?
Ho avuto un blocco emotivo e creativo, mi sentivo oppresso, senza stimoli esterni. Ero sempre incazzato e nervoso, anche perché molti in quel periodo hanno pubblicato album, video, progetti, e io non riuscivo a fare nulla, nonostante il tempo disponibile.

Come racconteresti quello che fai a chi non ti conosce?
Faccio una techno abbastanza dura e ritmata, dai BPM veloci, ma sempre accessibile, anche ai non amanti del genere.

A un orecchio esterno sembra arrabbiata ma consapevole, forte ma accogliente. Pensi sia una descrizione che rispecchia il tuo mood?
Assolutamente sì. Mi piace trasmettere questi due mood perché rispecchiano chi sono: suoni melodici, morbidi, rilassati e riflessivi, in contrasto con ritmiche veloci.

Quindi, descrivi la tua musica in quattro parole.
Riflessiva, dinamica, introspettiva, liberatoria.

Ora descrivi te stesso in quattro parole!
Pigro, pacato, osservatore, ascoltatore.

Sei uno che fa festa?
Sono molto selettivo, non solo quando si parla di musica ma soprattutto con il tipo di serate a cui vado, devo avere un motivo preciso per sceglierla.

Intervista a Vincenzo Pizzi: 15 domande su techno ed elettronica in Italia

Qual è stato il momento più soddisfacente della tua carriera artistica finora?
Uscire su Mixmag e XLR8R è stata una soddisfazione unica, ma meglio ancora è stato quando un DJ in Cile ha suonato il mio brano Caronte durante una manifestazione. Mi hanno mandato così tanti messaggi che ho pensato fosse un virus, poi ho ricevuto il video: vedere questa marea di gente incazzata che ballava sopra al mio brano rivendicando i propri diritti civili mi ha reso orgoglioso e tanto, tanto emozionato.

È uscito il tuo terzo album, Archivio, ci racconti i retroscena?
Il concept deriva dall’arte giapponese del kintsugi. Hai presente quando prendono una tazza rotta e la aggiustano con l’oro? E quindi le danno una nuova vita? L’intento è quello, nell’arte come nella vita. È una raccolta di brani che volevo pubblicare e non pubblicare, con produzioni che ho iniziato anche un anno e mezzo fa che poi ho ripreso, rimodellato, fatto, detto…

Qual è il tuo pezzo a cui tieni di più?
Apnea. Quando l’ho scritto sono impazzito per quanto mi piaceva. Poi dopo un po' l’ho iniziato a odiare, e ci ho messo mano sopra almeno una trentina di volte: c’erano troppi sentimenti dentro ed era come mettersi a nudo completamente. Alla fine ho capito che andava fatto, e sono davvero soddisfatto del risultato finale.

Dicci 3 musicisti con cui vorresti collaborare.
Blawan, è uno dei miei produttori preferiti in assoluto, poi Max Richter e Nina Kraviz.

Come sono nate le collaborazioni con i grandi brand?
La maggior parte sono nate online, tramite contatti o progetti paralleli che si sono intercettati.

Dove ti vedi nel 2030?
Dove sono adesso, e come sono adesso, né più né meno, magari con una maggiore consapevolezza e con più lavori e produzioni. Mi auguro anche un periodo più sereno per la nostra generazione, sperando che qualcosa tra 10 anni sia davvero cambiato.

Crediti

Testo Costanza Sciuto
Foto Erica Bellucci
Styling Virginia Alessandra Carillo
Video Opale
Original Photo Artwork Damiano Giacomello

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