Disparità e rappresentazione di genere nell’industria creativa italiana

Le cose si stanno muovendo, ma dove, e a che passo? Lo abbiamo chiesto a 8 giovani professioniste dell’industria creativa italiana.

di Carolina Davalli
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25 febbraio 2021, 4:25pm

DISCLAIMER: i-D crede nel dar voce e spazio a persone appartenenti a qualsiasi genere, orientamento ed etnia, promuovendo una visione inclusiva che si distacchi da dicotomie di genere. Nel caso specifico di questo articolo, il discorso verte attorno all’esperienza di persone che si identificano con il genere femminile perché sostenuta da più modelli di ricerca. Per saperne di più sulla mancanza di ricerche scientifiche rispetto alle esperienze dei membri della comunità LGBTQ+, leggi qui.

Recentemente, hanno fatto breccia nel lessico comune parole come She-cession o espressioni come crisi di genere; una terminologia che affonda le sue radici in ricerche e statistiche che hanno dimostrato come la demografica di genere femminile abbia subìto, sia dal punto di vista sociale che economico, più dure ripercussioni della crisi pandemica rispetto a persone di genere maschile. Queste parole rimarcano (e, a volte, quasi estetizzano) una questione globale complessa e urgente, che non ha fatto altro che amplificarsi ed espandersi durante l’ultimo anno, alimentando fenomeni ormai riconosciuti come il gender pay gap, le disparità sistemiche nella rappresentazione di genere e l’evidente presenza di ancor più glass ceiling.

In media, in Europa, le donne guadagnano il 16% in meno degli uomini, e in Italia questo divario può raggiungere anche il 45% per le libere professioniste, posizionando il nostro Paese al 14° posto nel ranking del Gender Equality Index. La pandemia, dunque, non solo ha acuito una disparità di percezione salariale già presente in Italia, ma ha anche messo in luce delle problematiche insite “nella natura del lavoro stesso”, come la segregazione occupazionale—alimentata da stereotipi, possibilità di accesso e pressioni sociali—che ha come una delle sue conseguenze la mancanza sempre più netta di professioniste di genere femminile in posizioni autoriali, decisionali e di potere.

Dalla cosiddetta Pink Tax a disparità più intime, connesse per esempio all’esperienza della vergogna, è indubbio che le persone che si identificano nel genere femminile abbiano a che vedere, quotidianamente, con diverse forme di applicazioni sistemiche di ingiustizie, retaggio di una società patriarcale, coloniale e sessista. E se prima c’era già il bisogno di un cambiamento radicale delle regole del gioco sociale, nel mondo pandemico la conversazione è diventata ancora più urgente. Così, abbiamo parlato con 8 giovani professioniste per discutere la disparità di genere nell'industria creativa italiana e capire se qualcosa, nel sottosuolo, si sta effettivamente muovendo. 

Leggi le interviste integrali qui.

Gap di genere nell'industria creativa italiana
CGI Design di Alessandra Vuillermin (aka Hardmetacore)

La situazione dell’industria creativa italiana

La natura pervasiva della disparità di genere si ripercuote anche all’interno dell’industria creativa italiana, dove da tempo si riscontrano fenomeni di ineguaglianza in tutti i suoi campi di applicazione. In generale, la percentuale di presenza femminile all’interno dell’industria cambia a seconda dell’ambito specifico, ma in tutti i campi le donne sperimentano molta difficoltà a raggiungere le occupazioni ai vertici e a percepire un salario uguale alle loro controparti maschili.

Uno degli studi più recenti che ha analizzato il gender gap nei settori del cinema e dell’audiovisivo—il report firmato dal progetto anglo-francese Le Collectif 50/50—mostra chiaramente che in Italia, ad esempio, la percentuale di registe donne è solamente il 12%, rispetto all’86% di registi uomini. Un altro problema è sicuramente il gap salariale, dove “nel caso di lavori a progetto, è sempre più difficile stabilire quale sia il salario che ti spetti, e questo vale per tutti i campi dell’industria creativa,” ci spiega la documentarista italiana Perla Sardella. “Questo perché esiste un problema di trasparenza, e ogni budget pone dei limiti e delle imposizioni,” continua. Un’esperienza supportata nel caso del cinema dalle statistiche di 50/50, che evidenziano una differenza remunerativa a discapito delle donne che raggiunge, nel caso delle registe, addirittura il 42% in meno dei salari degli uomini.

Eppure, paradossalmente, il gap di genere risulta ancora più evidente in ambienti quasi esclusivamente dominati da donne, come per esempio quello della moda, che conta il 70% della sua forza lavoro, e l'80% degli studenti delle più importanti scuole di moda. “La maggior parte della forza lavoro all’interno della produzione di moda sono donne, ma solo poche riescono a scalare la gerarchia professionale. Questa situazione è evidente anche nei numeri delle iscrizioni alle scuole di moda, in percentuale molto più frequentate da donne, ma fondamentalmente chi riesce ad ottenere un ruolo decisionale e creativo è spesso un uomo,” afferma la fashion graphic designer Lorenza Liguori.

Un’idea condivisa anche dalla designer di moda Martina Rizzieri, che parlando della rappresentazione delle donne ai vertici della moda riflette dicendo che “gli esempi di donne che abbiamo nella moda sono pochi, e spesso sono parte di alcune generazioni più grandi della nostra. È difficile immaginarsi di diventare una designer di quel calibro se il loro percorso personale ha avuto luogo a decenni di distanza dal nostro. Questo anche perché le poche donne che oggi sono a capo delle maison hanno impiegato molto più tempo a raggiungere quelle posizioni, mentre vediamo parecchi designer giovani uomini a capo non solo di una, ma di più maison al tempo stesso. Non solo abbiamo bisogno di esempi, ma anche di riferimenti più giovani in cui possiamo immedesimarci realmente, dal momento che sono cambiate le modalità attraverso cui si articolano immaginari e professioni.”

Per quanto riguarda il mondo dell’arte, l’artista figurativa e illustratrice Irene Montemurro (aka Maura Sappilo) afferma che “il mercato dell’arte rimane comunque un mercato, e anche il ‘woke capitalism’ per sua natura non arriverà mai ad abbracciare posizioni veramente rivoluzionarie e marginali. Un approccio realmente inclusivo (femminista, intersezionale e decolonizzato) alla storia dell’arte non può limitarsi a rappresentare persone che ne rispecchiano gli standard: deve allargare il proprio sguardo ed espandere il concetto di valore (e non sono l’unica a pensarlo). […] L'esclusione sistematica delle donne o di qualsiasi minoranze dalla narrazione della storia dell’arte tradizionale è correlata all’aspettativa che questi soggetti debbano riprodurre lo stesso tipo di creazioni rispetto ai loro contemporanei che invece appartengono alla categoria dominante.”

“E questo è assurdo,” aggiunge, “perché a parità di talento e dedizione, in virtù di esperienze di vita oggettivamente diverse, si svilupperanno necessariamente sensibilità, interessi, competenze ed urgenze diverse.” In questo senso, basta dare un’occhiata alle statistiche di Kooness per individuare le maggiori problematiche di questo ambiente creativo, come la mancanza di artiste donne all’interno delle gallerie, le disparità nella vittoria di prestigiosi premi artistici e nel valore attribuito alle loro opere paragonate a quelle dei loro colleghi uomini.

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CGI Design di Alessandra Vuillermin (aka Hardmetacore)

Il problema degli stereotipi professionali

Che sia causa o frutto della disparità di genere è difficile a dirsi, ma quello che è certo è che esiste una segregazione occupazionale di genere basata su stereotipi, pregiudizi e norme sociali. Alcune professioni interne ad ambiti creativi sono infatti fortemente influenzate da narrazioni di genere, come nel caso del regista nel mondo cinematografico. “Nel cinema esistono ancora molti ruoli tendenzialmente considerati femminili o maschili. Per esempio, il montaggio e la sceneggiatura sono storicamente legati alla sfera femminile, posizioni che non prevedono l'assumere il controllo totale della situazione […] per le donne diventa difficile anche solo immaginarsi occupare altri ruoli,” afferma Perla Sardella, un’opinione che trova riscontro nelle statistiche di 50/50, che mostrano, per esempio, che le registe donne sono solamente il 24% della totalità dei registi, e le direttrici della fotografia solamente il 28%. 

Rispetto a questa problematica, la CGI Designer Alessandra Vuillermin (in arte Hardmetacore)  riflette: “Non credo che il problema sia un’esclusione cosciente da parte dell’industria, ma per qualche motivo le donne in Italia non partecipano, non emergono in superficie o non hanno accesso, per esempio al CGI Design. Sicuramente esiste ancora una visione del CGI molto marginale, e viene ancora associato a progettisti uomini, ma in generale credo che la stessa tecnologia venga ancora attribuita esclusivamente ad un universo maschile—vedi nel gaming o nella programmazione—un immaginario che credo escluda una partecipazione più femminile.” Un’ipotesi che viene confermata anche da vere e proprie barriere di accessibilità alla tecnologia, come dimostra lo studio sul gender digital divide di inGenere.

Stereotipi, pregiudizi e strutture che rendono un lavoro più femminile di un altro sono sintomo di disparità radicalizzate e, come afferma Lorenza Liguori, questo potrebbe essere un problema per occupazioni ibride e giovani come la sua. “Considerando che esistono talmente tanti stereotipi legati a specifiche occupazioni, mi spaventerebbe l’idea che anche in nuove professioni ci sia il rischio che si instaurino queste strutture patriarcali e vengano associate o identificate ad un genere specifico,” afferma.

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CGI Design di Alessandra Vuillermin (aka Hardmetacore)

Una cultura visuale genderizzata

L’attaccamento a una visione binaria del mondo si ripercuote anche all’interno delle industrie, specialmente quella creativa, parte integrante della cultura visuale collettiva, e alla base della produzione di immaginari e prodotti culturali. Il come appaiono o vengono mostrati alcuni ambienti di lavoro, influenza dunque la tipologia di utenza che si trova a parteciparvi attivamente.

Questa mancanza di una narrazione inclusiva concerne tutti i generi, come ci dimostra Elisa Maisenti, make-up artist e parte di un mondo professionale occupato maggiormente da donne. “Soprattutto all’interno della cultura visuale dei brand di make-up italiani, a dominare sono immaginari legati esclusivamente alla donna e questo influenza inevitabilmente il bacino di persone che si approcciano a questo tipo di professione. La stessa cosa accade per i prodotti da uomo, iper-mascolinizzati e strettamente collegati ad una visione binaria di genere, in cui l’uomo viene mostrato esclusivamente prestante, sportivo e muscoloso,” afferma Maisenti.

Anche nella fotografia, ci spiega la fotografa Valentina Neri, esistono ruoli considerati più maschili, come quello del fotoreporter, e altri più femminili, come nella fotografia di cerimonie ed eventi, “dove si riscontra molta serenità nel vedere la presenza di una donna all’interno del team di fotografi, etichettandola forse subito come più sensibile, organizzata o responsabile. Cosa ovviamente falsa in quanto dipende solo ed esclusivamente dall’individuo e non dal genere.” Ma Neri riflette anche sulla responsabilità della critica fotografica, in cui “persiste ancora una narrazione della fotografia improntata su dicotomie di genere abbastanza superate. Una fotografia cruda o documentaristica non si può definire maschile, così come una più dolce o poetica non può essere definita femminile,” ci spiega.

Rispetto a questa visione binaria, la fumettista Giulia Spagnulo (in arte ZUZU) riflette sulla percezione del fumetto in questi termini: “C’è da chiedersi, nel momento in cui si nota una maggioranza maschile nel mondo del fumetto, come venga collettivamente percepita questa pratica. In Italia, almeno, questa arte è ancora molto legata alla sfera dei fumetti seriali da edicola—in generale molto legati ad una cultura visuale tradizionalmente maschile—e questo effettivamente fa avvicinare meno donne al fumetto. La questione dell’accesso a questo mondo viene ostacolata da un tipo di cultura e immaginario ancora limitante sulla materia, e questo può essere uno svantaggio e un ostacolo al mestiere. Nel caso del fumetto, la prima grave mancanza è legata a come lo raccontiamo, ed è importante che anche la stessa industria abbia il coraggio di mostrarsi nella varietà che lo contraddistingue.”

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CGI Design di Alessandra Vuillermin (aka Hardmetacore)

Le ripercussioni della disparità di genere sull’esperienza lavorativa

La disparità di genere e ciò che comporta, come il non vedersi rappresentate ai vertici professionali o trovarsi all’interno di team in cui si è la minoranza, innesca delle ripercussioni su come le donne vivono il proprio ambiente lavorativo, percepito ancora in maniera radicalmente diversa tra generi.

Quando Irene Montemurro ha vinto un percorso di residenza annuale assegnatole insieme ad un premio in funding per realizzare una mostra personale, racconta di aver vissuto un’esperienza simile alle vincitrici donne che l’hanno preceduta. Racconta: “In quell’occasione Sarah Pickstone RA, pittrice ed insegnante che avevo scelto come tutor per il percorso di residenza, mi raccontava che la maggior parte delle vincitrici donne veniva immediatamente assalita dalla Sindrome dell’Impostore, non riuscivano a giustificare il proprio ruolo, vivevano il premio come un gran senso di colpa, e sentivano di doversi riguadagnare il posto assegnato.”

“La conversazione con Sarah,” continua, “mi ha dimostrato di non essere stata l’unica né la prima a essermi sentita così, spiegandomi che la più grande sfida per un’artista donna non sono tanto le barriere esterne, quanto il dover decostruire l’idea di non appartenere ad un determinato spazio, di non poter sostenere un ruolo di rilievo e di riconoscimento. Un premio come quello che ho ricevuto implica anche un tipo di responsabilità che non siamo educate/abituate ad assumerci, una visibilità che non sappiamo come gestire. Questo spesso ci blocca in partenza, e se arrivare al punto zero (ovvero giustificare la propria esistenza come artiste) è così faticoso, lo sarà a maggior ragione fare tutti i passi dopo per costruire la propria carriera. È chiaro che non tutte si rivedranno in questa analisi, io sicuramente sì.”

In questo senso, Lorenza Liguori aggiunge che vivere l’ambiente lavorativo come unica donna di un team la spinge a cambiare la propria esperienza di performance lavorativa. “Quando mi trovo a lavorare in un ambiente prettamente maschile tendo a impormi, anche solo subconsciamente, la pressione di dare il 110%, come se dovessi dimostrare quanto valgo agli occhi dell’altro. La stessa cosa mi capita anche lavorando in un team di donne, ma in quel caso sento di avere un atteggiamento più rilassato e self-confident.” 

Rispetto invece alle responsabilità e alle pressioni legate al concetto di famiglia, Valentina Neri fa luce su come questo può influire sulla propria professione. “Ricordo una discussione tra me, una collega e un collega—entrambi fotoreporter—e quanto fosse evidente la differenza di prospettiva tra noi donne e lui, parlando di un lavoro che richiede viaggiare, allontanarsi e delegare responsabilità. Non esiste una visione giusta o sbagliata, è un tema estremamente personale, ma sicuramente c’era una netta discrepanza tra percezioni, pressioni e premure rispetto al concetto di famiglia, vissuto in maniera radicalmente diversa tra generi, il che è sicuramente sintomo di una problematica che va affrontata.” 

Un altro sintomo degli stereotipi di genere applicati all’ambiente lavorativo è la messa in discussione delle qualità e competenze di una professionista che canonicamente non dovrebbe appartenervi, o a una feticizzazione del suo ruolo. “Ogni tanto mi capita di essere misgendered dai miei follower su IG, che, guardando il mio feed e i miei lavori, presuppongono direttamente che io sia un uomo,” ci racconta Alessandra Vuillermin. “Quando ho comprato il mio nuovo computer, per esempio, ho ricevuto tantissimi messaggi in cui mi venivano chieste le specifiche a mo’ di interrogatorio, come per mettermi alla prova se effettivamente fossi cosciente e informata del mio acquisto. Esiste un presupposto che una ragazza finga di essere competente e informata rispetto alla tecnologia—magari per una feticizzazione di questo tipo di ideale—, ma di feticizzazioni di questo tipo ne esistono in molti altri ambiti e non dovrebbe essere l’ideale o considerata una realtà effettiva,” afferma.

In questo senso, anche Giulia Spagnulo riflette sulla stessa pressione di subentrare per forza in narrazioni binarie, guidate da tematiche o approcci radicalmente diversi tra generi. “Durante le interviste, mi capita molto spesso che si converga sul discorso della sessualità e del sesso,” afferma, “anche se il mio è un fumetto in cui il sesso non c’è quasi per nulla. Sembra quasi che se una donna tocca anche solo lontanamente l’argomento della sessualità diventi inevitabilmente una questione di scelta, diventi uno statement politico. Ho letto tantissimi fumetti di uomini dove il sesso è molto prevalente e nelle interviste invece questo viene poco, o addirittura per nulla, menzionato. Come vengono raccontate le opere, come vengono esposte, viene insomma travisato dalla critica e letto ancora attraverso il genere dell’artista, dando così una visione distorta di questo mondo e togliendo una voce autentica delle minoranze,” conclude.

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CGI Design di Alessandra Vuillermin (aka Hardmetacore)

Come stanno cambiando le cose

La situazione dell’industria creativa non è sicuramente ideale, ma qualcosa sta cambiando grazie a una conversazione sempre più aperta e informata, incentrata su un discorso paritario, inclusivo, non binario, decoloniale e intersezionale. 

Sicuramente l’ambiente dell’autoproduzione, quello che nasce dal sottosuolo, è uno scenario molto vivo e molto inclusivo, dove persone di tutti i generi, orientamenti ed etnie riescono a prendere il proprio spazio, o se lo costruiscono direttamente su misura. Però sicuramente in altri ambienti più istituzionali, vivendo in un mondo fortemente patriarcale, è difficile scappare da una disparità sistematica,” afferma Giulia sull’universo culturale dei fumetti. Anche nel cinema esistono realtà che si occupano di fornire uno spazio inclusivo, anche se ancora marginali e di nicchia. “Penso al Sicilia Queer Festival, l’Integrazione FF, il Lovers FF,”  afferma Perla, “e poi c’è la newsletter di Chiara Zanini Cineaste, che si occupa di cinema, diversity ed inclusività, fornendo dati, news e riferimenti essenziali per dar voce ai talenti emergenti del cinema italiano ed internazionale.”

L’ambiente digitale sembra essere in questo il veicolo di accesso e di promozione migliore per questo tipo di discorso, come racconta Martina Rizzieri rispetto al mondo della moda: “Attraverso i social media si sta dando voce a persone, progetti e azioni inclusive, varie, slegate dal binarismo di genere che ribaltano la situazione e mettono in discussione delle tradizioni, e che sono convinta che daranno forma ad nuova percezione della moda. Credo che nel mondo indipendente si sia creato un ambiente fidelizzato basato sulla fiducia, dove designer, stylist, fotografi e art director freelancer si sentono più liberi e in cui i sistemi patriarcali hanno meno accesso proprio per la natura indipendente, di nicchia e da outsider del digitale. Instagram è un canale fruttuoso per questo tipo di network, ed è diventato il raggio d’azione per la costruzione di un nuovo ambiente professionale più positivo e meno corrotto.” 

Anche nel mondo del beauty stanno nascendo progetti che sovvertono le norme e che stanno cercando di riempire un divario di genere attraverso nuove narrazioni. “Penso a brand come espressoh o SUPERFLUID, che stanno sdoganando una visione binaria rispetto al beauty. Sono brand creati da persone che hanno vissuto questa mancanza, questa lacuna nella rappresentazione di genere e che hanno cercato di sopperirla in maniera genuina e autentica. Poi ci sono delle comunità che, pur non essendo istituzionalmente legate al make-up, fanno parte del mondo del trucco e ne sovvertono le regole. La presenza di sempre più drag queen sui social media o nei club delle città italiane sicuramente sta dando un nuovo volto al beauty, rompendone le regole e scacciandone lo stigma, […]  Le norme estetiche di genere sono molto radicate ad una visione tradizionale di performatività di genere, che l’industria creativa ha in qualche modo la responsabilità di cambiare.” afferma Elisa Maisenti.

Vediamo azioni come Il Campo Innocente e podcast e documentari sul tema (come The Great Women Artist o Whoever Heard of a Black Artist? Britain’s Hidden Art History) nel mondo dell’arte, piattaforme come DIGI-GXL e SERRA nell’ambito dei visual, la nascita di brand inclusivi nella moda e nel beauty e più accessibilità a concorsi di fotografia o festival di cinema di nicchia. I cambiamenti sembrano però essere relegati ad una dimensione indipendente e underground, e difficilmente riescono a sfondare la barriera del mainstream. Quello che è certo, come dice Elisa, è che l’industria creativa, essendo alla base della costruzione dei nostri immaginari e della cultura che influenza come percepiamo il mondo, ha forse ancora più responsabilità di altri ambiti a dirigere la conversazione sulla disparità di genere e a reagire massivamente perché le cose effettivamente inizino a cambiare. 

Leggi le interviste integrali qui.

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CGI Design di Alessandra Vuillermin (aka Hardmetacore)

Crediti

Testo di Carolina Davalli
CGI Design di Alessandra Vuillermin (aka Hardmetacore)
Intervistate: Perla Sardella, Giulia Spagnulo (aka ZUZU), Alessandra Vuillermin (aka Hardmetacore), Lorenza Liguori, Irene Montemurro (aka Maura Sappilo), Valentina NeriElisa MaisentiMartina Rizzieri

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