Comprare abiti oversize e poi modificarli: cos'è il "thrift flipping" e perché non è così etico come sembra

Su TikTok, il trend del "thrift flipping" è ovunque. Ma, per quanto ecosostenibile, questa pratica promuoverebbe grassofobia e stereotipi di bellezza.

di Liza Bautista e Meghan Keeney
|
25 gennaio 2021, 11:38am

Still da Lady Bird (2017)

Lo scorso giugno, la TikToker Mariel Guzma ha comprato un paio di pantaloncini di jeans usati. Era un modello da uomo, taglia 44, così Mariel ha fatto un breve tutorial in cui spiegava come li avrebbe tagliati e ricuciti per adattarli al suo corpo. Su TikTok il suo video ha ottenuto più di 500.000 like e 3.000 commenti, ma non tutti erano positivi.

Cos’è il “Thrift Flipping”

Il thrift flipping è l’arte di alterare e personalizzare capi di seconda mano, adattando abiti di taglie diverse al proprio corpo. Come conseguenza della crescente eco-ansia della Gen Z e della costante ricerca verso consumi più sostenibili, l’usato sta vivendo il suo momento di gloria e il trend del thrift flipping è diventato così virale che su TikTok l’hashtag #thriftflip ha più di 750 milioni di views mentre scriviamo.

Così, mentre l’industria della moda produce il 10 per cento dell’emissioni globali di anidride carbonica e circa l’85 percento dei tessuti finiscono nelle discariche degli Stati Uniti, tra la Gen Z stanno prendendo piede abitudini d’acquisto più coscienti e creative, che non distruggono il pianeta e presentano inoltre un importante vantaggio economico.

Perché il “thrift flipping” non così è etico come sembra

Il fatto che questa alternativa alla fast-fashion sia effettivamente tanto etica quanto sembrerebbe in linea teorica resta però oggetto di discussione, perché, secondo alcuni, la pratica del thrift flipping potrebbe favorire la grassofobia. Una delle costanti del genere thrift-flip sono infatti i video in cui ragazze magrissime comprano vestiti in negozi dell’usato e li trasformano in maniera irriconoscibile.

Quando i thrift-flipper cercano nuovi capi per i loro progetti, tendono ad acquistare esclusivamente prodotti di taglie più grandi, ma nei negozi di seconda mano le taglie dalla L in su scarseggiano a causa dell’alta domanda da parte di persone che ne hanno effettivamente bisogno.

Cos’hanno a che fare il “thrift flipping” e la grassofobia?

Anche a livello visivo, lo storytelling dei video thrift-flip presenta alcuni caratteri riconducibili alla grassofobia. Le clip in cui si vede il “prima” e “dopo” dei capi indossati raccontano infatti una triste verità sul modo in cui la società vede le taglie larghe e i corpi che le indossano. All’inizio del video si vede il creator, solitamente magro e dal fisico flessuoso, indossare i vestiti prima di essere modificati: sono brutti, fittano male e lo fanno apparire goffo, sgraziato. Poi il capo viene “aggiustato” e, come per magia, anche il creator appare più attraente e sicuro di sé.

Attorno all’estetica dei corpi grassi c’è sempre stata abbondanza di connotati negativi, spiega Amanda M. Czerniawski, Professoressa Associata di Instruction in Sociology alla Temple Univeristy e autrice di Fashioning Fat: Inside Plus-Size Modeling. “[Questi video] si conformano agli stereotipi sui corpi grassi, che vengono generalmente considerati poco sani, indisciplinati, pigri e indesiderabili.” Il paragone tra capo manipolato e corpo che andrebbe manipolato, secondo Amanda, è proprio davanti ai nostri occhi, e lo descrive così: “È come se io prendessi un capo extra-large e gli dessi una nuova forma, lavorandoci su proprio come lavorerei su corpo grasso, allenandolo e tonificandolo per farlo tornare alla forma corretta.”

Chi resta indietro quando si tratta di “thrift flipping”?

La scusa più comune accampata dai thrift-flipper è che, se non comprassero loro questi capi extra-large, nessuno li prenderebbe e finirebbero comunque in discarica. Ma volendo guardare oltre questo “complesso del salvatore”, non c’è molto di vero dietro queste argomentazioni. Vaughn Stafford Gray, lifestyle writer ed ex Professore Associato di Business presso l’Humber College, spiega: “I pezzi che restano sugli scaffali per circa un anno ritornano nelle raccolte per i senzatetto o in quelle destinate ai centri di accoglienza. Se anche lì dovesse rimanere qualcosa, verrà riciclata e solo in ultima battuta mandata in discarica.” E conclude reiterando il concetto: “Gran parte degli abiti vengono effettivamente venduti, perché ci sono famiglie che possono permettersi di acquistare solamente nei negozi dell’usato.”

E anche se i negozi dell’usato presentano spesso una selezione di capi abbastanza varia, le donne che vestono taglie forti tendono ad essere penalizzate. La scrittrice e Fat Influencer Chaya Milchtein descrive così la sua esperienza con il thrifting: “Se vado da Goodwill non ci sono capi della mia taglia. Nei rari casi in cui li trovo, spesso sono sciatti e fuori moda—di certo non qualcosa che vorrebbe vestire una ragazza di 25 anni come me.” Chaya dice di essere stata anche in negozi di usato specializzati in taglie forti, ma che purtroppo si trovano solo nelle grandi città. “Sono stata incredibilmente fortunata ad aver provato l’esperienza dei negozi dell’usato che si occupano esclusivamente di taglie forti.” La maggior parte delle donne, tuttavia, non ha accesso a negozi specializzati e si devono invece rivolgere a quelli standard, dove il reparto taglie forti è sempre, immancabilmente, poco fornito.

Quali sono le alternative, online e offline?

Se da un lato spinge la Gen Z a consumi d’acquisto più responsabili, il trend del thrift flipping su TikTok aumenta anche il traffico verso i negozi dell'usato, rendendo quindi ancora meno probabile che le persone che ne hanno davvero bisogno trovino abiti oversize. Dunque, dove si possono trovare vestiti alla moda e oversize? Se stai pensando a marchi sostenibili online, ripensaci. I marchi sostenibili più popolari, come Everlane e Reformation, soddisfano solo le taglie "standard", fermandosi di solito alla 44—senza contare che una taglia 44 significa cose diverse per ogni marchio. E poi, ovviamente, c'è il problema del prezzo.

Molti TikToker non sono sicuri di come affrontare la controversia sul thrift flipping. Per Kimberly Lee, una designer di moda per taglie forti, esiste una paura a parlare di questo argomento con altri creator: "Ho davvero paura di parlare di questi tipi di problemi sulla mia piattaforma, perché ho visto i miei colleghi creator essere ridotti letteralmente a brandelli dal proprio seguito." In effetti, la sezione dei commenti dei TikTok che affronta questa forma di fobia è piena di opinioni aggressive: "Sono solo vestiti, non c’è un pensiero così profondo,” scrive un utente. "Stai facendo la posta al negozio dell'usato?" chiede un altro.

L'attivista per la sostenibilità e TikToker Megan McSherry ha deciso di sfruttare il suo seguito sulla piattaforma per parlare ai suoi migliaia di follower dell'importanza del thrift flipping. Nel suo TikTok, Megan riconosce il suo privilegio di taglia, in quanto donna che indossa una size standard che può facilmente trovare capi della sua misura quando ne va in cerca. È per questo motivo che ha smesso di acquistare vestiti che non sono della sua taglia, e incoraggia il suo pubblico a fare lo stesso: "Usa il tuo privilegio per fare spazio alle persone che sono escluse dall'industria della moda sostenibile.” È lei stessa, infine, a notare come la sua voce venga ascoltata all'interno della comunità, mentre tante altre persone che denunciano il problema del sizing vengono costantemente ignorate: "È uno schifo pensare al fatto che serva una persona di taglia standard per far luce su questo problema, facendo sì che la gente si renda conto della sua esistenza e lo consideri un problema reale."

Ovviamente, la colpa non è degli adolescenti attenti all'ambiente e alla moda che parlano di thrift flipping online: l’unica responsabile in tutta questa dinamica è l’industria della moda e le sue stupide regole. Come dice Chaya: "Non è il TikToker che trasforma una maglietta ‘della mia taglia’ in un crop top a ferirmi. A farmi male sono le persone che non mi permettono di avere abbastanza indumenti sostenibili da indossare. Sono loro che stanno creando il problema.”

Segui i-D su Instagram e Facebook

Leggi anche:

Tagged:
vintage
opinioni
fast fashion
sostenibilità
think piece
moda sostenibile
TikTok
grassofobia
thrift-flipping