La moda rinasce da container di pensiero in giro per il mondo

La visionaria Linda Loppa ci racconta "THE NEW FASHION CONTAINER".

di Alessio de'Navasques​
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09 febbraio 2021, 9:57am

Attraverso posizioni radicali, The New Fashion Container cerca soluzioni ad una profonda crisi creativa che attraversa il sistema della moda, ripensandone il dispositivo stesso nella sua scala di valori e immaginando piattaforme aperte e digitali dove inventare il futuro.

Container come spazi concettuali dove personalità rompighiaccio da tutto il mondo, attive tra arte, design, moda e letteratura, “icebreakers” per l'appunto, sono invitate a dialogare tra virtualità e realtà su temi come scienza, archivio e digitale. Una rete organica, un sistema rizomatico alternativo, che possa generare idee e prospettive di confronto.

Linda Loppa THE NEW FASHION CONTAINER intervista Moda ICEBREAKERS
Linda Loppa, fotografia di Clara Vannucci.

Mastermind del progetto è Linda Loppa, curatrice, art director, educator, figura visionaria e influente della creatività contemporanea, che ci racconta la prima fase del programma. ICEBREAKERS è una rassegna di 11 conversazioni online, dialoghi inediti guidati dalla stessa Linda, prodotta da NAM - Not a Museum, il programma di arte contemporanea di Manifattura Tabacchi.

Quello che intendiamo oggi come moda, in parte, lo dobbiamo a te: da un approccio nuovo e rivoluzionario alla formazione nelle esperienze della Royal Academy di Anversa fino al Polimoda, così come nella visione da direttore al MoMU. Mi piacerebbe ricostruire con te questo background per capire NFCONTAINER. Come nasce il tuo rapporto con la moda?
È difficile rispondere perché non ho tendenza a guardarmi indietro. Tutto quello che faccio è spontaneo, viene dal mio corpo, che mi dice di agire in un modo diverso, ma tenendo una direzione, una qualità. Ad Anversa abbiamo fatto delle mostre per emozionare le persone, per fare in modo che non vedessero solo un abito su un manichino, con una data e un nome. Ho sempre avuto questa voglia di aggiungere un’altra visione: non di cambiare il mondo, ma di aggiungere qualcosa di differente, di più stimolante e appassionante. Questo deriva magari anche dalla mia educazione: ho fatto l’Accademia di Belle Arti ad Anversa ed era un luogo magico in quel momento, era il ’68, e siamo andati per le strade, era una rivoluzione per i giovani.

Sembra che quello che aveva previsto Li Edelkoort cinque anni fa nell’Antifashion Manifesto stia realmente accadendo, cioè che la moda—da sempre anticipatrice di tematiche e questioni del contemporaneo—si sia completamente staccata dalla realtà, diventando autoreferenziale e quindi destinata a morire come dispositivo sensibile.
Sono molto reattiva ai cambiamenti, percepisco quando le cose devono cambiare. Alla fine del 2015 ho iniziato una nuova vita e ho lasciato la direzione del Polimoda. Lo stesso è successo quando ho venduto il mio negozio ad Anversa durante la Guerra del Golfo: l'ho fatto perché ho sentito che il retail non era più al livello di quello che volevo fare. Riesco facilmente a concludere un capitolo e iniziarne un altro. Nel febbraio scorso ho deciso di non andare a Parigi e di mettere le valige di nuovo in deposito, ecco, lì è cambiata, ancora, la mia vita.

Sapevamo già da qualche anno che nella moda c'era bisogno di un’inversione di tendenza, ma c’è voluta questa pandemia mondiale per guardare in faccia la realtà. Negli ultimi cinque anni il sistema era ancora più forte in tutto quello che non avrebbe dovuto esserci, si è andato rafforzando nell’idea di prodotto e di branding. Il mondo della moda è andato al contrario, le mostre costavano sempre di più, quelle del Metropolitan costano non so quanti milioni di dollari, il MET Gala era ogni anno più estremo: non potevamo andare avanti così.

Pensi che la moda sia effettivamente morta?
No, non è morta, non sarà mai morta. Penso che lavorare in smart working o indossare il vintage non siano la soluzione, così come quello che si dice della sostenibilità, come per esempio di riusare sempre i nostri vestiti senza acquistarne di nuovi. Penso invece a degli argomenti più urgenti come il produrre meno e meglio ed essere più coscienti dei materiali che utilizziamo. In questo, il mio progetto è un po’ una soluzione: io non scrivo dei problemi, non scrivo di quello che non va, sono piuttosto qualcuno che fa le cose invece di scriverle. In quel momento in cui avevo chiuso con il Polimoda, sono andata a Parigi, ma la città non mi ha dato gli stimoli che volevo, per cui sono tornata qui. L'Italia è unica nel creare, nell'immaginare, è il luogo dove succedono i miracoli.

A proposito di tagli con il passato: questo sembra un momento di ridefinizione di alcuni valori. Riusciremo a liberarci da questa onda del passato, da questo revival continuo?
Penso che se potessimo chiudere gli archivi sotto chiave per cinque anni, potremmo avere un’autentica innovazione nel design. Non è una provocazione, gli archivi servono per capire un sistema manifatturiero, un sistema sartoriale: non rispetto alla forma, ma rispetto alla sua esecuzione, dunque quello è l’aspetto più interessante.

Penso che dobbiamo anche sperimentare delle strutture meno verticali, ma orizzontali. Il mio progetto è basato non su gerarchie, ma nella qualità delle persone di trovare delle soluzioni in altre culture in altre filosofie. L'idea non è di negare il sistema, ma far capire che può esserci un altro modo, un’altra possibilità, che parte dal dialogo e dal confronto. La moda continuerà ad essere sempre affascinante e attrattiva: magari la visione sul mondo ha cambiato intrinsecamente anche la visione di come e dove creare la moda, facendo nascere comunità nuove, inaspettate, animate da autentica passione ed energie. Connecting people, cities, countries, ideas, neighborhoods è l’headline di New Fashion Container.

Partendo proprio dal titolo del progetto, lidea del container evoca un luogo materiale, fisico, ma anche di un viaggio delle idee. Il progetto ha anche un sapore di Avanguardia: ci sono un manifesto, dei propositi, potrebbe essere un movimento, tu lo hai inteso in questo modo?
Sì, l’ho pensato in questo modo, come una pagina bianca. La parola container è nata così molto facilmente, ho provato a sostituirla, ma non ho trovato un’alternativa giusta. Il container ha qualcosa di moderno, di “rough”, di concettuale, possiamo interpretare questa parola in diecimila modi. Più che un manifesto vorrei che fosse una vera azione. Ho scritto il progetto in una settimana e quando l’ho rivisto non ho cambiato una parola, questo per me è un vero successo personale, una soddisfazione. Ho scritto questa idea diversi mesi fa e ci credo ancora oggi.

Uno dei punti del progetto è il concetto di now”, ovvero di una riflessione che sia di adesso.
È proprio così: senza formulare definizioni filosofiche, significa agire, senza guardare al passato. Per me sono interessanti solo oggi e domani, quello che faremo, ogni giorno è un giorno importante. Per me è faticoso ricordare il passato, perché non mi stimola, mentre credo nelle cose che possono migliorare il nostro modo di vivere e comunicare. Siamo molto isolati nelle nostre case, non psicologicamente o filosoficamente, perché possiamo parlare con tutto il mondo grazie alla tecnologia, ma siamo troppo focalizzati sulla nostra storia, sul nostro passato.

Il progetto prende delle posizioni radicali rispetto ai grandi momenti di comunicazione come Biennali, fashion week e fiere internazionali, in particolare rispetto al fallimento di un aspetto social. Pensi che possa esserci un contrasto intrinseco in questo? Che la divulgazione digitale sia un sistema che rischia di appiattire le intuizioni, senza soddisfare realmente un bisogno di un confronto?
Penso che adesso siamo stressati per i deficit tecnici di questi strumenti informatici. Siamo all’inizio di una nuova era, di qualcosa di mai visto nella storia dell’uomo e stiamo ancora effettivamente apprendendo l’uso del digitale. Quando saremo più maturi nella pratica di questi mezzi tecnologici, allora torneremo a confrontarci fisicamente con gli altri in un modo più umano, più personale e in tempo reale. Siamo nel mezzo di una curva, quando avremo capito come dominare queste due forze e sapremo utilizzarle al meglio, allora riusciremo realmente a vivere in maniera migliore e scoppierà una creatività incredibile.

ICEBREAKERS THE CRITICAL CONTAINER: Linda Loppa, Anna Yudina e Angelo Flaccavento.
ICEBREAKERS THE CRITICAL CONTAINER: Linda Loppa, Anna Yudina e Angelo Flaccavento.

Inoltre c’è la nostra rappresentazione, una sorta di narcisismo digitale che ci obbliga a degli standard d'immagine imposti dagli stereotipi dell'advertising, o dalle vite irreali degli influencer.
È un discorso complesso, ma tutto questo non può durare. Non penso che sparirà, ma non avrà questa importanza negli anni a venire. Nel futuro ci sarà un’altra filosofia di vita, un altro “understanding” delle culture diverse. I livelli di percezione saranno molti più di prima—guarda quanti layer abbiamo, tantissimi—come pure i movimenti da capire: ci sarà più qualità, una percezione diversa, non più stressata dalle influenze esterne, raggiungeremo un equilibrio tra qualità, comunicazione, parole. Proprio di questo ho parlato con Angelo Flaccavento durante il Critical Container: a lui avevo chiesto del ruolo della poesia, perché dobbiamo trovare un nuovo linguaggio che non sia solo “interno” alla moda. La moda è fatta di tutte le industrie creative. Abbiamo già iniziato a creare un altro mondo: abbiamo voglia di legami, di collegamenti sia digitali che nella realtà. Io vedo un grande cambiamento positivo.

A questo proposito, hai deciso di iniziare NFCONTAINER con un confronto tra Icebreakers”, figure di rottura per lappunto, pensatori, visionari, che ragionano su determinati temi del contemporaneo, in che modo sono nate queste discussioni? 
Gli undici temi sono quelli sviluppati nei diversi container alla base del progetto. Quando ho scritto il documento a fine agosto 2020 mi sono chiesta a chi spedirlo, e ho pensato alle persone con cui negli ultimi anni avessi avuto delle discussioni, persone che ho a cuore e che non ho mai dimenticato. Il bello è che ha funzionato: tutti mi hanno risposto con un entusiasmo autentico. Questo ha rappresentato un risultato importante, mi ha fatto sentire che avevo qualcosa di prezioso, che questo documento era qualcosa di diverso. Non qualcosa che dovevo spedire ad un’azienda o ad un’istituzione, ma solo a persone che avessero la capacità di entrarci dentro.

Sembra davvero un ritorno allumanità nellapproccio e nel metodo.
È proprio così. Non ho mai avuto un dubbio su nessuno. Quando l’ho spedito a Sam Cotton, ho subito pensato che lui era perfetto per lo Speakers Corner perché avevo la sensazione che avesse qualcosa da dire. Quando ho pensato con chi sviluppare il confronto, mi è venuta subito in mente Anne Timerman, che lavora sul mercato e con l’artificial intelligence, due mondi all’opposto. Questa non è solo un’intuizione: significa conoscere profondamente i propri interlocutori, le loro passioni. C’è un’onestà incredibile in quello che è venuto fuori, qualcosa di davvero unico al giorno d'oggi.

Ci sono dati e rivelazioni importanti emersi da queste discussioni?
Piuttosto delle conferme sulle persone che non sono cadute nella trappola del successo. Sono nate delle idee di possibili collaborazioni, perché il format non era quello di un’intervista, ma di un dialogo per capire la moda e scoprire altri modi di vivere la moda. Partendo dal rischio di mettere a confronto delle personalità, che era l'aspetto più importante.

ICEBREAKERS THE SPEAKERS CORNER: Linda Loppa, Anne Timerman e Sam Cotton.
ICEBREAKERS THE SPEAKERS CORNER: Linda Loppa, Anne Timerman e Sam Cotton.

Anche questa è una scelta forte, un segno radicale nel mettersi in gioco. Quali sono le prossime fasi del progetto?
Penso che vorrei in ogni città un Little History Container o un Digital Container, o un Science Container: un progetto agile da produrre e da connettere con situazioni nuove rispetto a quelle già note dell’industria della moda. Tra maggio e giugno ci sarà la pubblicazione di un catalogo, che sarà l’introduzione al progetto vero e proprio dei container.

Potrebbe essere lItalia il punto di partenza per questa riflessione?
Non c’è un centro da cui partono i progetti. Ci sono centri creativi anche in posti sconosciuti ovunque nel mondo, da New Delhi, a Melbourne, a Londra, a New York, a Lagos o Vikeland. Partono dalle persone che hanno un’idea valida e la volontà di creare connessioni con altre realtà.

Ogni settimana a partire dallo scorso 14 gennaio con cadenza settimanale sul sito e sul canale Youtube di Manifattura Tabacchi e sulla IGTV di NAM – Not a Museum,  è possibile seguire gli 11 dialoghi inediti guidati da Linda Loppa.

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Crediti

Testo di Alessio De’Navasques

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