Le detenute del carcere femminile di Pozzuoli si raccontano

"Ritratte Libere" è il progetto con cui l'artista Giotto Calendoli unisce moda, sostenibilità e seconde opportunità.

di Enea Venegoni
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17 novembre 2021, 5:00am

Citando il rapporto sulla detenzione femminile redatto dal Ministero della Giustizia nel 2015, la maggior parte delle detenute vive all’interno di istituti progettati e costruiti “da uomini per contenere uomini”—inclusi i soli quattro istituti penitenziari esclusivamente per donne presenti sul suolo italiano—, e che dunque non tengono conto dei bisogni specifici di chi li abita.

La predominanza maschile all’interno di chi gestisce questo settore, inoltre, si concretizza in una serie di discriminazioni che hanno come conseguenza quella di rendere detenute più fragili. Per esempio, nelle sezioni femminili dei penitenziari non sono presenti aree per lo studio, il lavoro o lo sport, e alle detenute non è permesso l’accesso alle sezioni maschili dove queste strutture sono invece presenti. Questo comporta l’esclusione dai percorsi di rieducazione e formazione che sono alla base del reinserimento in società. Come riportato da uno studio dell’Università Luigi Bocconi, infatti, dei 154 euro al giorno che il popolo italiano spende per il mantenimento di un detenuto, solo 35 centesimi vengono stanziati nei progetti di rieducazione—un dato che contribuisce a al 68% di recidiva, che scende al 19% quando si applicano misure alternative di detenzione come il reinserimento nel mondo del lavoro.

“Ho conosciuto donne lucide di mente, consapevoli dei loro sbagli,” ci racconta Giotto Calendoli, creative director e founder di Handle With Freedom, realtà di moda sostenibile in collaborazione con Palingen da cui ha preso forma il progetto Ritratte Libere con l’obiettivo di dare concretamente quella possibilità di reinserimento alle detenute. Quelli di HWF, infatti, sono capi confezionati riutilizzando materiali di scarto provenienti da tutto il mondo, ai quali viene ridata vita evitando così che vengano abbandonati e contribuiscano all’ingente problema dell’inquinamento causato dalla fast-fashion.

Al progetto Ritratte Libere, realizzato in collaborazione con il carcere femminile di Pozzuoli al motto di “We believe in second chances”, hanno preso parte sette detenute. “Sono donne che al netto dei loro errori hanno ancora la possibilità di migliorare il loro presente per un futuro dal sapore libertà,” continua Giotto, che ha lavorato con le donne coinvolte per dare loro l’occasione di prepararsi alla reintegrazione in un contesto lavorativo attraverso la realizzazione di borse e bandane.

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Il punto di partenza del progetto è stato chiedere alle sette detenute di scrivere delle lettere in cui mettere nero su bianco, senza filtri, cosa significa per loro il senso di libertà. Queste parole sono poi state integrate nel design del prodotto finale, realizzato 100% handmade dalle detenute. “Mi hanno toccato la resilienza di queste donne e il rispetto che hanno l’una per l’altra, cosa che faccio fatica a ritrovare nel mondo esterno,” racconta Giotto. “Riuscire a trovare il bene nel quotidiano è servito loro come allenamento mentale nel prepararsi a un futuro migliore.”

Il concetto di second chances è proprio il punto di congiunzione che collega i materiali alle donne che li hanno lavorati: una seconda opportunità per il futuro delle detenute, una seconda opportunità per le materie prime, recuperate all’interno del carcere grazie alla collaborazione con Caritas.

Il fulcro del progetto è proprio il senso di speranza, essenziale in un paese come l’Italia, dove il tasso di suicidi in carcere è in crescita dal 2018—61 solo nel 2020—e la giustizia è schiacciata tra le maglie del sistema penitenziario. “Questa esperienza è stata una lezione di vita per me, ho imparato tanto. Il mio pensiero sul sistema penitenziario era del tutto astratto,” racconta Giotto.

La condizione del carcere, infatti, è spesso deformata dalla narrazione mediatica e politica o altresì del tutto ignorata, nonostante—prendendo a prestito le parole di Nelson Mandela da Lungo cammino verso la libertà—il vero valore di una nazione può essere giudicato solo dopo averne visto le carceri. “Nel nostro mondo frenetico, se sbagli vieni marginalizzato e vieni spinto a non farne più parte. Invece, per diventare una persona migliore, devi costruire la consapevolezza di poter cambiare per te e per chi ti circonda.”

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La cosa che mi ha colpito più delle donne che ho conosciuto sono i loro occhi,” dice Giotto, che con le sue foto restituisce il loro spirito di resilienza e di empatia, decostruendo la narrazione disumanizzata che viene costruita dal discorso pubblico per rendere le detenute distanti, spingendole al di fuori della società di cui invece sono parte. “Credo molto nel contatto visivo, specialmente se non conosci chi hai difronte, e da loro emanava un’energia potentissima, quasi da abbassare lo sguardo senza riuscire a reggere il confronto.”

Il cuore di ritratte Libere sono proprio loro, le donne che hanno creato quei capi e hanno imparato a trovare dignità, forza e speranza anche in un ambiente che tende a inibire la crescita personale. “La mia idea era chiara sin dal primo giorno: questo progetto doveva parlare di loro, del loro senso di libertà. Grazie al rispetto reciproco, abbiamo lavorato in armonia, diventando giorno dopo giorno sempre più parte di un gruppo affiatato.”

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Crediti

Montaggio & video: Alessandra Coppola
Fotografia: Gesualdo Lanza
Sartoria sostenibile: Palingen
Creative director: Giotto Calendoli
Testo: Enea Venegoni

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