Fotografia di Mirko Gancitano

Cuba durante il COVID-19, fotografata da un italiano rimasto bloccato a L'Avana

"Siamo rientrati il 28 marzo, dopo circa un mese a Cuba. Non avevo mai applaudito a un atterraggio, eppure questa volta l’ho fatto. È stato liberatorio."

di Benedetta Pini
|
27 aprile 2020, 10:21am

Fotografia di Mirko Gancitano

Ripensando a quando sono state attuate le prime misure restrittive a fine febbraio, alla “zona arancione” dell’8 marzo e al lockdown definitivo del 22 marzo, sembra essere successo tutto incredibilmente in fretta, eppure allo stesso tempo ogni singolo secondo di queste settimane è pesato fortemente sulla nostra vita, tanto a livello pragmatico quanto emotivo. Ed è proprio per questa sensazione di angoscia misto a incertezza, di velocità misto a stasi, che prendere qualsiasi tipo di decisione in un periodo come questo è l’azione più difficile che si possa fare, barcamenandosi tra esigenze lavorative, quotidiane e sentimentali e leggi, decreti e autocertificazioni, senza commettere errori.

Il precipitare repentino di una situazione così caotica ha, di fatto, bloccato varie persone in luoghi lontani da casa, familiari e amicizie, e se per alcune si è trattato di situazioni comunque di agio, per molte altre ha significato affrontare queste settimane all’interno di contesti anche parecchio tesi e problematici. È questo il caso di Mirko Gancitano: si trovava a L’Avana per lavoro quando, all’improvviso, è scoppiata l’emergenza e la situazione è precipitata nel giro di pochissimi giorni. Tra chiusura delle frontiere, voli aerei cancellati - o inaccessibili - e xenofobia dilagante, si è trovato dall’altra parte dell’oceano rispetto a casa sua, a dover prendere una decisione che fosse veloce e ragionata. Proprio in questo arco di tempo, Mirko ha deciso che, per la prima volta, avrebbe documentato una sua esperienza tramite il medium fotografico e ce l’ha raccontata.

Ciao Mirko, prima di tutto chi sei? E cosa fai nella vita?
Sono un videomaker freelance e producer per Axb, una società di produzione basata a Milano. Vivo tra Milano e Roma, ma sono nato a Mazara del Vallo, in provincia di Trapani. È una città in cui convivono molte culture diverse, ed è proprio da questa commistione che ho imparato ad apprezzare la pluralità e concepirla come arte.

Avevi già in mente di realizzare un reportage quando sei andato a Cuba?
Neanche lontanamente. Nell’ultimo anno ho raccontato visivamente l'Italia tramite Top (programma di Rai1), ma non l'ho mai immortalata attraverso la fotografia. Poi a novembre 2019, durante un viaggio in Egitto, ho capito che la macchina fotografica poteva essere lo strumento per colmare il vuoto creativo che sentivo dentro di me. Una volta arrivato a Cuba, nelle prime settimane non ho avuto il tempo materiale per scattare, dato che ero lì come producer. Poi tutto è cambiato per via del lockdown e del rinvio dei voli di ritorno, che mi hanno dato modo di concentrarmi su questo progetto personale.

cuba covid-19 reportage fotografia Mirko Gancitano
Il venditore di cose

Da quanto tempo eri a Cuba prima che iniziassero a diffondersi le prime notizie sull'emergenza Covid-19? Cos'è cambiato dopo il lockdown?
Sono arrivato a fine febbraio, quando il coronavirus non faceva così paura come oggi. Era il periodo della presunta psicosi, che si è poi rivelata una banale illusione. Alla diffusione delle prime notizie sull’Isola, la situazione sembrava contenuta e controllabile, come se il problema fosse lontano, ma ci sbagliavamo. Il 10 marzo è stato individuato il primo turista colpito dal Covid-19, proprio un italiano. Nel giro di pochissimi giorni le tv locali hanno cominciato a trasmettere conferenze su conferenze, bar e ristoranti spruzzavano soluzioni fatte in casa a base di cloro, e la presenza dei turisti cominciava a dare fastidio: "Italiano di merda, te ne devi andare a casa," mi hanno gridato una volta. Eravamo diventati gli untori, gli appestati del pueblo. Andavamo cacciati.

Quando il 24 marzo 2020 hanno indetto il lockdown, come ti sei sentito? Come hai affrontato l'isolamento?
In quel momento abbiamo pensato solo: "Oh cazzo." Il 23 marzo è stato annunciato il lockdown con effetto per il giorno immediatamente successivo: i turisti avrebbero dovuto spostarsi in alberghi attrezzati appositamente, girare per strada era diventato un reato e i tassisti sarebbero stati multati o persino arrestati se li avessero trasportati. Nessuno ci ha avvisati, ce ne siamo accorti da soli guardando Telesur e abbiamo dovuto trovare autonomamente un hotel in cui soggiornare, a nostre spese. Abbiamo passato diversi giorni segregati e ammucchiati, è stata solo una questione di fortuna se non abbiamo contratto il virus.

All’inizio l'abbiamo presa davvero male. Mi sembrava tutto cosi surreale che ho poi convertito paura, sconforto e preoccupazione in risate. Nell’attesa abbiamo conosciuto diversi italiani che ci hanno raccontato le loro storie, ed è stato davvero importante avere questo scambio di conforto e solidarietà. Un mio amico, Alex, aveva una chitarra e ci improvvisati animatori. Era l’unica cosa che potessimo fare per risollevare il morale di tutti nell’attesa di ricevere notizie da ambasciata, compagnie aeree e Farnesina.

cuba covid-19 reportage fotografia Mirko Gancitano
Giovani Scacchi

Poi, circa un mese dopo il tuo arrivo, il 28 marzo ti è stato permesso il rimpatrio. Vuoi raccontarci meglio queste dinamiche? Sei anche stato tra i più fortunati, perché alcuni sono ancora bloccati lì...
In quei giorni cercavamo il volo di rientro, ma molti erano stati cancellati. Dopo le innumerevoli liti con le compagnie aeree per via del costo esorbitante dell’unico volo disponibile e le pressioni del governo Cubano, finalmente è stato introdotto un nuovo volo a un prezzo accessibile. Siamo stati portati in aeroporto con un mezzo speciale, sempre a nostre spese, e il 28 marzo siamo rientrati a Roma. Non avevo mai applaudito a un atterraggio, eppure questa volta l’ho fatto. È stato liberatorio.

Intanto, immagino tu sia rimasto in contatto con l'Italia, che analogie e differenze hai riscontrato avendo vissuto entrambe le situazioni di emergenza?
Mi ritengo molto fortunato perché ho saltato il periodo più difficile e drammatico dell'emergenza in Italia. Trovandomi in un paese dove a stento prende il Wi-Fi, ho avuto una percezione parecchio ridotta della situazione italiana. Fin troppo. Potevo farmi un'idea solo grazie al contatto con amici e familiari, e alle notizie che arrivavano agli altri italiani in isolamento, ma non ho capito fino in fondo cosa stava accadendo.

Il mio arrivo in Italia è stato come l’ingresso improvviso in un mondo a me sconosciuto: un passaggio decisamente meno graduale rispetto quello vissuto da tutti gli altri italiani. Ora sono a casa, in Sicilia. Appena arrivato ho trascorso 15 giorni in isolamento, lontano dalla mia famiglia, mi lasciavano il cibo fuori dalla porta del mio appartamento. Poi sono stato sottoposto a tampone (con esito negativo) e ho potuto finalmente riabbracciare i miei cari. Lavorativamente parlando, i progetti vanno a rilento, ma stiamo pensando al futuro.

cuba covid-19 reportage fotografia Mirko Gancitano
Acsir 2020
cuba covid-19 reportage fotografia Mirko Gancitano
La saggia senza nome

Ma torniamo al tuo progetto fotografico, un effetto collaterale decisamente positivo dell'essere rimasto bloccato a Cuba. Che tipo di approccio ed estetica hai deciso di adottare, e come mai?
Queste foto sono nate in modo spontaneo, e il progetto è un po' improvvisato, potremmo dire. La mia visione ha una matrice documentaristica, ma rivisitata in chiave personale: non mi limito a immortalare ciò che accade, cerco di raccontarlo emotivamente. Non mi ero prefissato di raccontare Cuba, non mi interessava. Sarebbe stato semplice immortalare un'atmosfera anni '50, quella che si associa banalmente al paese. E forse sarebbe stata anche più d'impatto, ma non era il mio obiettivo e lo trovavo un approccio scontato.

Quando mi sono immerso nei barrios di Vedado, nelle stradine dell’Havana Vieja e nei mercati di strada, ho capito quello che potevo e volevo realizzare. Ho trascorso i primi giorni in modo normale, scoprendo che Cuba non era proprio come me la immaginavo. Solo vivendola ti innamori del suo fascino decadente, è un microcosmo che contiene tutto l’indispensabile, perché non serve altro al popolo cubano per vivere: solidarietà, sapori incredibili e tanta musica popolare. Poi è cambiato tutto, ma davvero tutto.

Il tuo reportage ritrae persone che sembrano personaggi di un racconto, con una storia e una caratterizzazione, come li hai trovati e, diciamo, selezionati?
Attrazione emotiva. Non ho percorso a piedi Cuba per fare un lavoro giornalistico. Nelle mie foto non c’è tecnica, c’è solo verità. Ho cercato di cogliere quanto di più reale e immediatamente attrattivo incontrassi tra i miei passi. Mi dispiace tanto non aver potuto continuare il progetto, magari lo farò in futuro.

cuba covid-19 reportage fotografia Mirko Gancitano
cuba covid-19 reportage fotografia Mirko Gancitano
Senza Sesso

Uno in particolare mi ha colpita: il personaggio Senza sesso. Vuoi raccontarci qualcosa di più e contestualizzarlo?
Que la vida es un carnaval di Celia Cruz è la canzone che canticchiava quando l’ho incontrata/o in una stradina dietro il capitolio. Senza un perché, se non per esprimere felicità, come omaggio all’arte. Non saprei collocare, né mi interessa, questa persona nello spettro del gender. Al posto del reggiseno indossava una maglia annodata, e quando gli ho chiesto cosa faceva nella vita, mi ha detto di essere un* modell*. La non collocabilità in una società che ama etichettare ha attirato la mia attenzione e ha reso questo essere umano un soggetto insostituibile nella mia serie.

Lo scatto Cuba is Lebron James ritrae invece una situazione in cui Cuba sembra scimmiottare un'attitudine americana, è così? L'hai notato in altri aspetti della società cubana?
Proprio così, ed è per questo che amo quello scatto micromosso. Il signore seduto di spalle, al fine di incitare un un suo pupillo, urla “Lebron Lebron Lebron”, in una Vedado ancora molto lontana dagli Stati Uniti d’America. È l’apoteosi del buffo, del grottesco. Se ci pensi, è assurdo il fatto che in uno stato socialista pseudo ostile al vicino impero capitalista venga preso come modello a cui aspirare un campione dell’NBA.

Per descrivere Cuba potrei essere retorico e raccontarti delle mitiche auto d’epoca americane, del sapore dei sigari e delle spiagge paradisiache, ma non ti parlerei di Cuba per davvero, ti parlerei della visione commerciale di questo stato insulare dell’America Centrale. Trovo più interessante, invece, concentrarmi sulle sue contraddizioni e apparenti assurdità, perché credo raccontino molto più di questo paese e dei suoi abitanti.

cuba covid-19 reportage fotografia Mirko Gancitano
Cuba is Lebron James
cuba covid-19 reportage fotografia Mirko Gancitano
Esta es Cuba

Segui i-D su Instagram e Facebook

Crediti

Testo di Benedetta Pini
Fotografie di Mirko Gancitano

Tagged:
cuba
Fotografia
reportage
interviste di fotografia
COVID-19
quarantena
Mirko Gancitano