Fotografia di Rosario Rex di Salvo 

Intervista a Egreen, il rapper italo-colombiano che dice di aver sbagliato tutto

Da Bogotà passando per Detroit e Ginevra, Egreen ha una formazione culturale e musicale invidiabile. Ma davvero ha sbagliato qualcosa?

di Gloria Maria Cappelletti
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24 febbraio 2020, 4:21pm

Fotografia di Rosario Rex di Salvo 

“Ho sbagliato tante cose (quante?), quante cose che non vanno? (tutte)
Ma qui non sbaglia mai nessuno (eheheh), ma qui non sbaglia mai nessuno (vero?)”



Fa così Ho Sbagliato, il primo singolo del nuovo album di Egreen, che segna una svolta decisiva dopo la firma con l’etichetta discografica Sony Music. Decido di intervistarlo perché Egreen fa parte di una scena underground solida e coerente, quindi ascoltare questa traccia in cui dice di aver sbagliato tutto mi spiazza completamente.

Ma perché ha sbagliato? Se ha sbagliato lui, ho sbagliato anche io, noi, tutti? Mi viene in mente quello che aveva scritto Mark Fisher a proposito di Kurt Cobain nel suo imprescindibile Realismo Capitalista, in cui parlando del leader dei Nirvana diceva che "sapeva di essere soltanto un altro ingranaggio dello spettacolo," "ogni suo gesto era un cliché già scritto" e che "persino questa consapevolezza era essa stessa un cliché."

Accettando il fatto amaro che siamo comunque tutti parte di questo gigantesco ingranaggio, non solo musicale ma sistematico, come facciamo a mantenere la guardia alta? Ho colto l’occasione per incontrare Egreen e fargli qualche domanda per parlare di musica ma non solo.

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Chi ascolterà il tuo nuovo album e il primo singolo Ho Sbagliato sarà spiazzato: descrivi una situazione paradossale, nel senso che, secondo me, non hai sbagliato nulla...
Diciamo che è la conclusione di pensiero alla quale vorrei che giungesse un ascoltatore con cognizione di causa. Credo che l’epilogo di tutto questo pensiero sia fare insieme un percorso che ti porti a trarre una conclusione, e forse sì, non si è sbagliato niente.

A volte si sbaglia inconsapevolmente perché non si trovano i termini giusti per comunicare in modo chiaro quello che si pensa, bisogna sempre mettersi in discussione, non è semplice riuscire a comunicare in modo chiaro. Questa è una grande responsabilità per chi come te ha una grande audience e parla ad un pubblico vasto.
Attraversiamo dei processi di pensiero per i quali l’ascoltatore non è detto che riesca a decriptare il messaggio in modo limpido, quindi è giusto mettersi sempre in discussione.

Nelle liriche che scrivi ci sono per forza dei non detti, dei tuoi vissuti che non sono espliciti, quindi chi ascolta non sempre sa da dove arrivano i tuoi messaggi. Credo sia importante capire la tua formazione, da dove vieni. Sei nato a Bogotà?
Sì, sono nato a Bogotà, in Colombia.

Quanto ha influito nel tuo lavoro? Se fossi rimasto a vivere in Sud America forse la tua musica sarebbe stata diversa?
Sarò sincero: credo che abbia iniziato a influire nel mio processo creativo solo molto tardi. Dopo Bogotà ho vissuto anche negli Stati Uniti, poi a Ginevra, ho fatto sempre avanti e indietro dall'Italia.

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Dove hai vissuto negli Stati Uniti?
Sono stato a Detroit per poco più di due anni. Ma ho preso coscienza di quelle che sono le mie origini negli anni perché ci sono dei pro e dei contro nel viaggiare molto quando sei giovane. I pro sono che ti fai un’esperienza invidiabile, vedi il mondo, impari le lingue, apri la mente. I contro sono una serie di problematiche legate al porsi moltissime domande e al costruirsi delle relazioni. Ho sempre pensato, da purista, che anche se fossi nato in un contesto diverso, avrei comunque fatto musica a questi livelli, questa è la mia strada. Certo è un’incognita che ho, mi pongo molte domande, accetto questi ‘forse’ e sono comunque contento di come sono andate le cose.

La tua formazione cosi internazionale è peculiare. La vita a Bogotà è molto meno "ovattata" rispetto all’Italia, così come lo sono le situazioni, oserei dire alienanti, dei suburbs americani. Ci sono delle amplificazioni di interazioni sociali e violenza quotidiana che qui in Italia esistono ma in dinamiche molto diverse e sicuramente più circoscritte. Anche l’idea di "rispetto" ha delle sfumature diverse.
In Sud America c’è una cultura della violenza radicata nel popolo, che va dal Venezuela e arriva fino in Argentina, per tantissime problematiche socio politiche. È una terra che da sempre ha risolto tutto nel "prima ti accoltello e poi ne parliamo;" in Colombia tuttora c’è un processo faticosissimo di demilitarizzazione, è un paese molto violento.

Negli Stati Uniti c’è invece un gigantesco, enorme problema, che credo non verrà mai debellato, quello del razzismo e della discriminazione. Lentamente, negli anni, per fortuna gli afro-americani stanno riuscendo ad emergere sempre più ma certo ci sono dei contrasti enormi per cui la violenza può scoppiare molto facilmente. Ma la violenza degli Stati Uniti è comunque molto diversa da quella che trovi in Sud America.

Negli USA la violenza è più velata…
Esatto. Collegandoci a questo, la subcultura dell’hip pop è stata interpretata e messa in atto in diversi scenari. Quindi pensiamo le differenze tra West Coast, Mid West, East Coast, Latin America, la cultura delle gang anche così diverse tra loro. E’ uno scenario molto complesso. Quando poi pensiamo all’Europa siamo in un contesto ancora diverso. Per tornare al discorso di prima, il secondo spunto interessante, legato all’idea di ‘rispetto’, anche questo viene interpretato e cambia moltissimo a seconda del paese in cui questa sottocultura della musica rap e tutto quello che ne è venuto fuori è fiorita.

E qui in Italia?
Per me e per la mia generazione il discorso è sempre stato quello del ‘è molto più importante in primis essere rispettato dalla comunità della quale fai parte a livello artistico, non sociale, perché il rap a livello di tessuto sociale ha attecchito veramente da pochissimo, quindi io preferisco essere rispettato dal mio collega, dal pioniere, dal produttore, dal veterano, avere dei riconoscimenti di natura etico-morale piuttosto che fare soldi. Almeno, questa è la “mentalità” che abbiamo ereditato dalla generazione prima, dalla “vecchia”. Non sono più d’accordo o quantomeno, ricevere rispetto dai colleghi o da una casta di “eletti” non è più una mia priorità, al tempo stesso non voglio più giudicare, dico solo che sicuramente negli anni anche in Italia c’è gente cha ha fatto i soldi con il rap senza essere mainstream però è sempre stato un tabù quello dei soldi. In Italia fino ai Dogo i soldi sono sempre stati un tabù.

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Invece negli Stati Uniti mi sembra che non funzioni così, nel senso che it’s OK to make money, anzi il problema è opposto, se non li fai.
Esatto, because you have to get out of the hood. Negli anni ’80 pensiamo ad esempio a Slick Rick e le sue n-catene addosso, c’era il culto dei suoi medaglioni, era quello che li aveva più grossi, non c’era il problema di ostentare ricchezza, anzi. Dall’altra parte c’erano i Public Enemy, che creavano un bilanciamento, erano due fronti che si nutrivano a vicenda. La rope chain d’oro è stata comunque proprio un’icona del rap, più era grossa meglio era. Penso per esempio ad un meme di Jay Z che mi diverte sempre, in cui lo si vede ritratto pieno di gioielli nel periodo in cui usci Reasonable Doubt, suo album di debutto del ’96, sotto la caption Jay Z when he was worth 50K, affiancato da un’immagine di adesso, pulitissimo senza loghi, senza catene, ma ora vale 1B.

D’altronde la catena d’oro era un messaggio socio-culturale molto diretto di riscatto, dal dolore della schiavitù all’emancipazione. Un simbolo feroce e potente.
Le esigenze di riscatto cambiano a secondo del territorio in cui nascono. L’esigenza che accomuna queste manifestazioni diverse è comunque sempre quella di far rispettare determinati valori, che però appunto oggi sono cambiati rispetto a quelle che erano le esigenze dei primi rapper che hanno firmato con etichette negli anni ’80 negli Stati Uniti. In Italia questa cosa è stata interpretata a suo modo, appunto perché troviamo differenze in ogni paese.

Il messaggio comune credo dovrebbe sempre avere un sottofondo politico, anche se oggi noto molta confusione rispetto questo pensiero originario. Vedo uno scollamento tra valori iniziali e un fenomeno che oggi può essere associato in molti casi ad un contesto superficiale di immagine. Questo crea molta confusione perché i messaggi non sono più chiari, e rischiano di perdere valore.
Purtroppo nel 2020 vale tutto, il gioco è cambiato, lambisca anche, si è tutto mischiato. Dopo anni in cui ho scritto e cantato decine di strofe dedicate a questo problema… devo dire mi sono davvero stufato. I had enough.

È pericoloso creare confusione e minare una memoria di problemi che non sono stati superati, ci sono ancora tante forme di discriminazione, diluire i messaggi è una mancanza di rispetto nei confronti di chi lotta per valori sociali molto urgenti e seri.
Per questo credo stia diventando una lotta, e io le mie battaglie le ho solo combattute all’interno del recinto del sottogenere e della sottocultura alla quale penso di far parte, ma ho davvero notato che questa situazione è un problema reale. Credo molto nella sensibilizzazione di questa generazione di adesso, la Gen Z, vedo come vengono veicolati i messaggi, spero sia possibile sensibilizzare i giovani in modo corretto. Basterebbe guardare e ascoltare a ritroso quello che, e non sono il primo e non sarò l’ultimo, ho detto e fatto per capire che c’è gente che ci prova sempre a spada tratta, a gomiti alti.

Però in molti casi e molte situazioni ci troviamo in un ambiente dove in parallelo con l’idealismo e la dimensione etica ti devi scontrare con il mercato, e questo vuol dire combattere con le spade di legno contro gli AK-47. Non ho mai fatto rap politico, ma ho sempre cercato di veicolare messaggi. Pensa che ho aspettato 10 anni prima di firmare con un’etichetta. Sono stato in prima linea con il coltello fra i denti per tanti anni.

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Quindi quando ti hanno approcciato hai lasciato il coltello sul tavolo?
Mantengo comunque la mia visione, i miei messaggi sono sempre sani, rimangono identici in quello che faccio e dico. Il punto è anche che con questo singolo la gente si sta ponendo delle domande, ovviamente non posso snaturarmi, ho un mio codice che ho sempre seguito e questo è comunque un disco di Egreen che prova ad usare degli strumenti contemporanei.

Com'è stato lavorare con un’etichetta così affermata come SONY Music? Ti hanno lasciato libero di esprimerti?
SONY Music non mi ha limitato in questo. Quando ho chiuso il deal, il mio disco era pronto già da mesi. Quindi questa collaborazione può essere vista come una coincidenza astrale, la possibilità di amplificare il mio messaggio. C’è stato un ottimo scambio.

Come sono state le prime reazioni al singolo?
Con mio grande stupore, estremamente positive. Il mio zoccolo duro non fa che ripetere: "siamo con te." Sono contento che i feedback della mia fanbase più forte siano stati così positivi.

Perché pensavi che non ti avrebbero supportato in un momento di passaggio così importante?
Il mio timore era che si potessero sentire traditi, invece non è stato così e ci siamo tutti trovati in una situazione win-win. Un’altra grande paura era quella dell’indifferenza, invece i feedback positivi sono stati davvero tanti, stiamo vedendo un numero altissimo di interazioni.

Bene, i fan ti hanno capito e supportato…invece i tuoi colleghi come hanno reagito, si sono espressi?
Silenzio totale. Negli anni mi sono abituato a questo silenzio.

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Crediti

Intervista di Gloria Maria Cappelletti
Fotografia di Rosario Rex di Salvo

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