Io non parlo di cose che non conosco: "Titane" e la Cadillac che profuma di Cyberfemminismo

Di quelle parole che hanno bisogno di essere viste oltre che lette e di come il Festival di Cannes riesce ad avere ancora qualcosa da insegnarci.

di Carlotta Magistris
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04 ottobre 2021, 12:51pm

© Carole Bethuel

Iniziamo così: la capacità di un genio intergenerazionale come Nanni Moretti di riuscire a fare finire la sua nota presunzione agée—nonché suo marchio di fabbrica—nei repost delle storie Instagram di almeno un paio di persone che segui, ha portato su Titane, film Palma d’Oro a Cannes 2021, un’attenzione più generalista di quella a cui sarebbe andato incontro nel nostro paese.

È strana la sensazione che trasmette mettere a fuoco come una persona ormai all’alba dei settant’anni—altresì detta boomer, e non ironicamente—, che ha saputo raccontare la propria dimensione generazionale a cavallo tra i venti e i trent’anni con una sagacia rara, ora sia tendenzialmente senza strumenti per comprendere un film che con altrettanta sagacia—per quanto con utilizzi di genere diversi—si relaziona alla propria. La prima sensazione è che Nanni sa quanto il festival di Cannes gli vuole bene, ma non si ricorda dei francesi davanti a qualcosa di francese, soprattutto se si tratta di cinema. La seconda è che, a quanto pare, significa che il film è andato nella direzione giusta.

Titane è classicamente un film che flirta col genere per metaforizzare altre narrazioni. Ancora più classicamente, il genere in questione è il body horror—per semplificare. Protagonista un’identità che spaventa, quella di Alexia: androgina, traumatizzata, violenta fino all’omicidio e all’automutilazione. Un personaggio femminile volto a scardinare tutte le narrazioni ingombranti della donna forte alla manic pixie dream girl. Affianco a lei, non c’è spazio per la figura maschile adibita a curare i traumi causati dalla figura paterna. Alexia è sola con la propria identità, pronta a deturparla e a contaminarla per sentire qualcosa. 

Con lei, l’altra grande protagonista, nonché info principale che si ha sul film: la gravidanza; personaggio principale anche del titolo che ha vinto la Mostra del Cinema di Venezia, La scelta di Anne, sempre francese (L’Événement). In entrambi i casi, gravidanze indesiderate: mentre nel primo, film ambientato negli anni ‘60 e nello strazio di dover abortire in un momento storico in cui era illegale e pericoloso, il focus è sull’amore per la propria libertà e quindi sfuggire a una situazione in cui una disattenzione sessuale faceva mollare i libri, mettere su un grembiule e imparare a cucinare; il discorso in Titane riguardo alla repulsione per il pancione è più complesso.

titane film recensione
© Carole Bethuel​

La famosa perversione sessuale per la macchina derivata da un trauma ha un evidente retrogusto alla Cronenberg, ma l’outcome in chi guarda è del tutto diverso: Crash aveva quell’accezione erotica un po’ sconvolgente che ti faceva salire le vampate e pensare il giorno dopo che in effetti la tua utilitaria ha un non so che ti tiene lì, la Cadillac davanti alla regia di Julie Ducornau provoca invece ai boomer un sorriso cringiato, la voglia di uscire dalla sala o comunque dei mixed feeling che tutto sono tranne che erotici.

Da lì, il film snocciola in maniera pregnante e incredibilmente francese nodi fondamentali dell’attuale teoria femminista e non, inserendoli in una narrazione surreale ma disperatamente terrena. La via crucis della gestazione, peso terribile a cui non sembra possibile poter davvero sottrarsi—Alexia partorirà—, rappresentato con una visione inedita di un dolore fine a se stesso e non in relazione a una nascita che cambierà la vita emotiva di chi partorisce.

titane film recensione
© Carole Bethuel​

Quello che è destinato a uscire dal corpo di Alexia è un imprevedibile cyborg, unione di carne e motore, esito del coito irreale di lei e la macchina in una rappresentazione cinematograficamente letterale del manifesto cyborg di Donna Haraway. Prima ancora, il corpo di Alexia, androgino e carico di sessualità femminile allo stesso tempo, che assume con totale naturalezza l’identità maschile in cui sceglie di incarnarsi per sfuggire ai propri peccati; poi, la sensazione che dà vederlo riacquisire la propria femminilità di colpo, quando la nostra percezione ormai inconsciamente si orientava da un’altra parte, giocando con una potenza sfacciata con la fluidità di genere a cui in Italia ancora ci affacciamo in punta di piedi.

E infine, forse il grande tema della trama di Titane, ovvero dove cercare l’amore che desideri—e come ottenerlo. Come spesso vuole il cinema francese, due solitudini che si incontrano per risolversi con un’imminente violenza che sembra incombere sulla maggior parte dei loro incontri. La risoluzione non sembra accessibile, dato che non si rivolge a una dimensione amorosa ma a due incolmabili vuoti familiari che si incastrano a fatica e che sul finale, però, suscitano a vicenda un sentimento d’amore più totale e destabilizzante di quello a cui ambivano. Perché la famiglia naturale è un costrutto al quale spesso ci ritroviamo a credere come a una religione e struttura il nostro io come nient’altro può fare. Come? Attraverso i traumi

titane film recensione
© Carole Bethuel​

Da lì in poi, il lavoro è tutto nostro. Qualcuno ha scritto un libro che si chiama Xenofemminismo e dentro ci leggi: “Se la natura è ingiusta, cambia la natura.” In Titane è la morte a essere ingiusta, e la morte stessa è il tentativo di cambiare una dimensione familiare che viene rifiutata. La prima notte di quiete si ottiene attraverso l’amore familiare che si sceglie di desiderare e la nascita di una nuova creatura—il cyborg—che si sceglie di accettare.

In Titane, il genere del trash assume i connotati di un trattato estetico. Julia Ducornau mira al paradosso, e colpisce il suo bisogno di appropriazione della vita quotidiana contemporanea e dei nuovi parametri che stiamo costruendo per provare a vivere questo strano ibrido momento storico con tinte pre-apocalittiche fuori e dentro il cinema. Lo fa da donna e a 38 anni. Non parla di cose che non conosce.

Crediti

Testo: Carlotta Magistris
Immagini: © Carole Bethuel​

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