no, il "suspiria" di guadagnino non è un remake, e va benissimo così

La trama sarà anche la stessa, ma le differenze con la pellicola di Dario Argento sono enormi. Non che ci dispiaccia, eh.

di Benedetta Pini
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04 gennaio 2019, 2:33pm

Immagine via Instagram @suspiriamovie

Se ne discute animatamente già dallo scorso settembre, quando è stato presentato in anteprima al Festival di Venezia, e ora finalmente Suspiria è arrivato anche nei cinema italiani. Prevedibile risultato della bagarre mediatica: una netta divisione di pubblico e critica in due schieramenti opposti. Da una parte chi considera Suspiria un grande film, dall'altra chi è convinto sia una grande schifezza. E non ci aspettavamo nulla di diverso, dato che si parla di Guadagnino, autore che (nel bene e nel male) suscita critiche e plausi da tifoseria calcistica.

Ancor prima che Guadagnino accendesse le macchine da presa, l'idea che avrebbe messo mano al capolavoro del Maestro dell’horror italiano aveva scandalizzato i cinefili più conservatori, non lasciando indifferente neanche il pubblico generalista. Ma Guadagnino, che piaccia o no, è un regista intelligente, e scrive tutta un’altra storia, a partire dalle coordinate spazio-temporali in cui prende vita la sua nuova creatura cinematografica. Siamo infatti a Berlino, non più a Friburgo, ed è il 1977. Susie (interpretata da Dakota Johnson) arriva in città per far parte della prestigiosa accademia di danza Markos Tanz Company, che si rivelerà essere una terribile congrega di streghe. Il talento della ragazza colpirà profondamente la coreografa Madame Blanc—l’eterea Tilda Swinton, insospettabile interprete anche di altri due personaggi, la rivale Markos e lo psicoterapeuta Josef—e sarà l’inizio della fine.

Se la vicenda fin qui ricorda il capolavoro di Dario Argento, le differenze contenutistiche e visive sono notevoli, soprattutto da un punto di vista storico e politico: nella pellicola di Guadagnino c’è il muro di Berlino, sono in corso gli attacchi terroristici della RAF e l’Europa sta ancora facendo i conti con gli strascichi di quel Male indecifrabile che è stato il nazismo. Un contesto assente in Argento, e su cui invece Guadagnino insiste, intrecciandolo a maglie strette alla storia dell’accademia di danza con un continuo gioco di rimandi tra fatti storici e soprannaturali.

Dunque meno suggestione onirica, più concretezza. Questo il punto essenziale in cui i due film si distanziano e prendono strade diverse. Suspiria di Guadagnino è infatti una celebrazione continua del corpo umano, mai sessualizzato né oggettificato. Nelle numerose scene di danza è infatti centrale lo sforzo fisico delle ballerine, di cui lo sguardo del regista si fa compartecipe insistendo su movimenti, muscoli, ossa, sudore e sangue. La carne che si contrae, si contorce e si deforma si impone anche sulla colonna sonora, innestando nelle musiche di Tom Yorke i rumori dei piedi che atterrano e strisciano, dei muscoli che si tendono, del respiro affannato, dei corpi che si librano nell’aria e rotolano per terra, dei gesti rituali delle mani e delle ossa che scricchiolano. Movimenti di corpi che, come posseduti, tendono soprannaturale: l’effetto è terrificante e disturbante.

Liberando finalmente l’ horror dal sesso, da quello sguardo voyeuristico e compiaciuto tipico del genere, Guadagnino toglie di mezzo ogni gerarchia di potere nel rapporto macchina da regista e attrici-personaggi. Per capirci meglio, non è un film a-sessuato, la tensione sessuale c’è ed è palpabile, ma non è inscenata dal regista perché possa goderne lui e chi si identifica nel suo sguardo: è tutta interna alla storia, tra alunne e insegnanti, tra Dakota Johnson e Tilda Swinton, e la macchina da presa la asseconda, abbandonandosi al fascino magnetico delle sensuali dinamiche interne all’accademia.

È stato definito un film femminista, ma sarebbe un’etichetta fuorviante: Suspiria è semplicemente un film non maschilista, che attraverso uno sguardo posto alla pari delle interpreti non reitera le dinamiche di potere patriarcali. Lo stesso per quanto riguarda i rimandi simbolici e metaforici: la congrega di streghe, esclusivamente femminile e matriarcale, mette in discussione l’immaginario stereotipato della rappresentazione femminile che rimanda a dolcezza, bellezza, bontà, comprensività ed emotività. Ma, ancora una volta, Guadagnino è intelligente e non cestina a priori né in toto le specificità del genere femminile: riflettendo da un rinnovato punto di vista sul legame biologico e inscindibile che esiste tra la donna e la generazione della vita ne mantiene i simbolismi, ma li mette in discussione portandoli all’estremo e declinandoli in chiave horror; dunque nazionalismo (balli folk), l’uso di questo potere contro gli uomini (ovvero Josef) e, ancora più terribile, contro altre donne (dinamiche interne alla scuola).

Quindi no, il Suspiria di Guadagnino non può essere considerato un remake dell’omonimo film di Dario Argento. Potremmo piuttosto dire che ha "rubato" l’idea, l’intuizione, e se ne serve esclusivamente come spunto da cui partire per fare riflessioni totalmente diverse dalla pellicola originale.

Crediti


Testo di Benedetta Pini

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