elmgreen & dragset contro il mondo selvaggio

Hanno messo un negozio Prada nel deserto, hanno ironizzato sul nomadismo delle elite culturali e ora raccontano lo stigma che ancora perseguita i sieropositivi. Il duo di artisti ci racconta l'attivismo nell'arte.

di Fabrizio Meris
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04 maggio 2015, 10:00am

Milano in questi primi giorni di Maggio si sente non solo la capitale morale d'Italia, ma dell'intero pianeta, ospitando l'EXPO 2015 dedicata all'alimentazione. Cibo, salute e ben vivere sono i mantra ricorrenti di questi giorni; una specie di patina multicolore che tende a livellare le enormi disparità e a camuffare i problemi della vita quotidiana di milioni di persone. Uno di questi problemi può essere la vita di chi vive in simbiosi con una malattia cronica come l'HIV e la cui dieta quotidiana è composta non solo di cibi ma anche di medicine salva vita, vendute a carissimo prezzo dalla lobby farmaceutica. Il duo di artisti Elmgreen & Dragset con Stigma, la loro nuova personale presso la galleria Massimo De Carlo, invitano con tatto e un tocco di melancolia a riflettere sul senso della malattia e quindi inevitabilmente sul senso della vita. i-D incontra il dinamico duo di artisti scandinavi ripercorrendo alcune tappe salienti della loro carriera, indagando su ciò che li lega all'Italia e al mondo della moda, dimostrando ancora una volta come la contemporaneità abbracci in maniera sempre più ibrida arte, design, architettura, moda, comunicazione e impegno sociale. La speranza è che la caduta, sempre più evidente, delle barriere che hanno diviso queste discipline possa riflettersi nella caduta delle barriere fra le nostre comunità politiche e religiose, per un mondo senza più bisogno di bandiere né nazionalismi.

Usando come palcoscenico il salotto buono di Milano - la Galleria - nel 2003 avete suscitato un dibattito sulla globalizzazione del turismo attraverso la vostra installazione Short Cut, sponsorizzata dalla Fondazione Trussardi; è un dibattito ancora attuale?

Michael Elmgreen: In quel periodo il mondo dell'arte contemporanea ha iniziato ad essere fortemente internazionale, e molti fra gli artisti e curatori più pretenziosi ripetevano all'infinito quanto il loro stile di vita fosse nomade, passando da un aeroporto ad un altro, inseguendo in continuazione il prossimo opening. Sopratutto i Millenials iniziarono in quegli anni a viaggiare estensivamente in Europa e nel mondo, ma il loro tipo di turismo era basato non sulla qualità ma sulla possibilità di raggiungere mete economiche. Questo è, ovviamente, un tipo di nomadismo molto differente da quello a cui ancora oggi la comunità globale dell'arte fa riferimento e che è privilegio di una élite.

Siete mai stati turisti per caso in Italia?

Ingar Dragset: La mia prima vacanza all'estero con i miei genitori è stata in Italia, a Rimini. Dalla Norvegia ci abbiamo messo 48 ore viaggiando su strada e da allora non ho smesso di tornare.

Tre cose da fare in Italia prima che uno muoia?

ID: Venire, per esempio, alla nostra mostra a Milano, e poi forse fare il bagno ubriachi nella fontana di Trevi.

ME: Se poi si viene da un paese protestante, consiglio di provare la confessione cattolica: un'esperienza direi quasi sexy.

Come è nata la vostra fascinazione per la casa di moda Prada che si è sviluppata in Prada Marfa, il vostro progetto di land-art in Texas?

ID: Nel tempo abbiamo sviluppato una relazione di amore e odio con molte cose, e una di questa è Prada. Credo che la scelta di Prada per il progetto a Marfa sia nata innanzitutto dalla convinzione che non ci avrebbero fatto causa. Prada, ovviamente, è sinonimo di buon gusto, ma per noi era importante sapere che Miuccia fosse veramente interessata all'arte, non solo per rivestire un oggetto od un prodotto.

ME: Questo progetto non è iniziato, infatti, come una collaborazione. Siamo stati noi a contattare l'azienda che ci ha, cortesemente, concesso l'uso del loro logo e ci ha permesso di usare le scarpe e le borse della loro collezione del 2005. Parte del nostro lavoro nasce da una riflessione sul mondo dell'arte, del suo dibattito interno e delle sua piccole ossessioni. In quel momento il marchio Prada aveva una grande visibilità e non era strano che la gente dicesse di avere un paio di Prada per andare a questa o quella biennale. Nella nostra scelta ha avuto un ruolo determinante l'attenzione ai minimi dettagli che Prada aveva sviluppato nella creazione dei suoi negozi, un gusto minimalista vicino all'estetica di Donald Judd che abbiamo trovato interessante e che abbiamo pensato potesse funzionare perfettamente con la nostra arte.

Come vi siete sentiti quando l'installazione è stata vandalizzata e le scarpe e le borse di Prada rubate?

ME: Se un artista è troppo nervoso per la reazione del pubblico non dovrebbe creare opere d'arte pubblica, perché il mondo là fuori è selvaggio. Quando decidi di uscire dalle sale dei musei e della gallerie bisogna mettere in conto che cose del genere possono succedere. Non è difficile immaginare come una piccola costruzione nel mezzo del nulla diventi il target perfetto per dare sfogo alla frustrazione di adolescenti o di artisti bisognosi di attenzione.

Cosa avete imparato da quella esperienza?

ME: Abbiamo appreso molto dalla comunità locale e dalla loro reazione. L'intera comunità si è mobilitata per aiutarci a restaurare l'installazione. Il loro supporto ci ha fatto capire che fosse giusto tenere vivo questo progetto il più a lungo possibile. Quest'anno Prada Marfa compie 10 anni.

Stigma, la vostra nuova mostra milanese presso la galleria Massimo De Carlo, affronta il problema dell'HIV e della vita di milioni di persone la cui sopravvivenza dipende dalla terapia combinata: come è nato questo progetto?

ME: Negli anni 90 artisti come Félix González-Torres o il collettivo General Idea hanno fatto molto per parlare di AIDS ma il loro messaggio non ha subito una vera evoluzione parallela all'evoluzione della malattia, che nel tempo si è cronicizzata. All'apparenza sembra che l'intera crisi sia finita e c'è poco dibattito su questo tema nel mondo della cultura. Da quando la gente a smesso di morire l'AIDS non fa più notizia e le problematiche di 30 milioni di persone che convivono con il virus dell'HIV sono molto meno mediatiche.

Ci potete parlare del titolo della mostra, perché Stigma ?

ID: La mostra vuole affrontare il pregiudizio che colpisce le persone affette da HIV nel mondo in generale, ma anche all'interno della stessa comunità gay. In Germania, per esempio, non è inusuale che un dottore suggerisca di non comunicare il proprio stato di salute sul posto di lavoro e neppure alla propria famiglia se è molto conservatrice, proprio a causa della ignoranza e lo stigma appunto che circonda questo tema, ma soprattutto per la mancanza di visibilità e dibattito sui media.

Pensate che Generazione Z abbia una vera consapevolezza su temi come l'HIV o Sesso Sicuro?

ME: Il numero di nuove infezioni tra giovani gay è allarmante e particolarmente in città come Londra o Berlino. I ragazzi molto giovani hanno una visione distorta della realtà, pensano che non ci siamo più rischi nel contrarre l'HIV: basta prendere una pastiglia e tutto sarà OK. Non considerano i complessi effetti collaterali e le conseguenze sul fisico nell'assumere per il resto della propria vita medicine così dannose.

ID: Si dovrebbe parlare di più anche del tema del Sesso Sicuro. Il sesso non protetto è etichettato come pericoloso e non naturale ma a ben guardare è innaturale sono a partire dagli anni '80. Oggi in molti paesi come gli Stati Uniti è raccomandata un terapia di profilassi conosciuta come PrEP il cui uso tocca anche aspetti morali. Ignorare un dibattito sul Sesso Sicuro non aiuterà in nessun modo a far sì che il problema dell'HIV trovi una soluzione.

L'arte è una forma di attivismo sociale?

ME: Da un certo punto di vista lo può essere perché l'arte affronta anche temi sociali. L'arte è creata da essere umani e tutti gli essere umani dovrebbero occuparsi dei problemi che riguardano le loro comunità.

Quindi vi sentite degli attivisti?

ID: Non direttamente. Se volessi essere un'attivista troverei, sicuramente, forme più efficienti e concrete per fare la differenza.

L'arte contemporanea ha degli effetti collaterali?

ID: Mi piace credere di sì. Ma non negativi come i farmaci di cui parliamo nella nostra mostra. L'arte può stimolare la consapevolezza e portare al cambiamento e miglioramento della società.

Ognuno dei vostri lavori ha in se un po' di ironia o humour: quale è la vostra barzelletta favorita?

[ridono] Ci dispiace deludere i lettori di i-D, ma siamo terribili a raccontare barzellette …infatti non lo facciamo mai.

massimodecarlo.com

elmgreen-dragset.com

Crediti


Testo Fabrizio Meris
Foto Elmar Vestner

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