alla scoperta dell'hacking e del cyber-femminismo con deep lab

La comunità dell'hacktivismo parla di sicurezza, capitalismo e classi sociali.

di i-D Staff
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21 luglio 2015, 1:20pm

Deep Lab è un "congresso di ricercatori informatici cyber-femministi". In sostanza, si tratta di un gruppo di giovani donne impegnate a sfidare i dogmi della privacy, la sorveglianza, l'arte, il social hacking, la razza e il capitalismo che sono così fortemente radicati nel 21esimo secolo. Nonostante sembri esserci un flusso apparentemente infinito di conversazioni riguardanti il mutamente del femminismo nel 2015, è difficile pensare a qualcosa di più originale di quello che stanno facendo queste donne. i-D ha parlato con Addie Wagenknecht, Harlo Holmes, Joana Varon, Allison Burcht, Jillian York, Simone Browne e Claire L. Evans riguardo lo scavare nel web - senza chiedere il permesso.

Nello studio

Le persone usano il termine "hacker" molto liberamente, tu come lo definiresti?
Addie Wagenknecht: I sistemi creano il controllo e, al tempo stesso, creano mezzi con cui quel controllo può essere sconfitto e sovvertito. Credo che l'hacking sia molto stigmatizzato; per i media la definizione di hacker corrisponde a criminale o terrorista. Cambiare questa visione è stato un processo lungo e difficile che ha appena iniziato a dare i suoi frutti.

Sembra che le persone non percepiscano più l'hackeraggio come un atto di aggressione….
Harlo Holmes: Uno dei cambiamenti più interessanti nella percezione dell'"hacking" è che questa sia passata dall'essere principalmente la militarizzazione del computer a una partica di auto-difesa. Per molte persone questo è inquietante: accettare l'hacking come diritto individuale, significa accettare un cambiamento nelle dinamiche di potere proprio perché prima era visto come un qualcosa che "ti veniva fatto". Ora, invece, è più chiaro quanto l'hacking sia qualcosa che "fai e basta" se vuoi massimizzare le tue possibilità con le cose che compri oppure nei sistemi in cui partecipi.

Vi chiamate cyber-femministe, in che modo il femminismo si intreccia con l'hacking e col vostro lavoro?
Harlo Holmes: Ho lavorato con molti giornalisti ultimamente, e vedere come le organizzazioni stampa si relazionano con la sicurezza ha stuzzicato il mio interesse. Una volta sono stato avvicinato da una giornalista i cui dispositivi elettronici erano stati infettati da virus, rendendo impossibile il usarli - si stava occupando di argomenti davvero delicati - e, dopo che questi sono stati ripuliti dagli specialisti, ci siamo dedicati agli aspetti essenziali della sicurezza digitale. Ho dovuto ricordarle di fare attenzione alla webcam perché molte persone la hackerano. La usano come "attacco ai social media" e possono scattare fotografie in remoto ("selfies-via-RAT") che potrebbero essere usate dai suoi avversari. Un problema con cui i suoi colleghi uomini non avranno mai a che fare.

Nella sede di Deep Lab 

Vi occupate di privacy, sicurezza, sorveglianza, anonimato e abuso di dati. Sembrano preoccupazioni abbastanza universali, in che modo si collegano alle problematiche specifiche del femminismo?
Jillian York: La sorveglianza è una dimostrazione di potere e in quanto donne questo ha un'influenza diversa, così come accade per le persone di colore, le minoranze religiose e così via. Negli ultimi due anni dopo le rivelazioni di Snowden, è sembrato che quello della sorveglianza fosse un concetto appena scoperto dagli americani e che riguardasse tutti in maniera uguale, ma non è così. Molte comunità ne sono a conoscenza già da tempo. Noi donne, ad esempio, siamo ben consapevoli dell'importanza dell'anonimato perché sappiamo quanto difficile possa essere la vita online se non proteggessimo la nostra identità. Vedo Deep Lab come parte di un movimento in crescita che, insieme alle conversazioni sulla privacy, comprende il genere e la razza.

Riprese dalla performance di Deep Lab al New Museum

Siete anche delle ricercatrici. Su che cosa state lavorando al momento?
Jillian York: io sto indagando sugli effetti che l'aumento del controllo societario su Internet - Google, Facebook e simili- sta avendo sui nudi artistici. La mia tesi è sostanzialmente che le attuali restrizioni digitali sono peggio della celebre foglia di fico vittoriana: l'arte del nudo è quasi completamente scomparsa da questi spazi senza nemmeno essere prima stata coperta.
Addie Wagenknecht: io sto cercando la perfetta crema per il viso, la perfetta biancheria da letto e il posto perfetto in cui scappare per qualche settimana in ottobre.
Harlo Holmes: sto continuando la mia ricerca in merito alla sicurezza nelle redazioni come Digital Security Trainer presso la Freedom of the Press Foundation. Sono inoltre impegnata in un progetto dove utilizzo Blockchain per autenticare metadati in un filmato formato da testimonianze video di cittadini e immagini.
Claire L. Evans: sto cercando un libro-progetto riguardo la storia delle donne nel web.
Joana Varon: sto facendo una ricerca applicata sullo stato di protezione della privacy e della sorveglianza nell'America latina. Lo sto facendo attraverso una rete di organizzazioni delle società civile sotto la comunità antivigilancia.com e altre partnership. Solo collaborando possiamo percorrere questa strada. In sostanza questa coinvolge l'analisi delle leggi sulla protezione dei dati, l'importanza della criptografia e dell'anonimato per proteggere la libertà di espressione; la (mancanza) di competenza delle imprese ICT nell'applicare la crittografia e la protezione della privacy; la comprensione del settore della sorveglianza e il monitoraggio delle nuove politiche di sicurezza informatica.
Allison Burtch: io sto cercando di trovare un modo per uscire da questo casino.
Simone Browne: io ho appena terminato un libro sulla sorveglianza delle persone di colore che uscirà questo autunno. Al momento mi sto interessando alla moda e preparando una critica dell'abbigliamento anti-sorveglianza e "indossabile", come computer da indossare e/o dispositivi di registrazione, come le cavigliere o l'abbigliamento a priva di taser o il FuelBand di Nike.

Secondo voi, qual è la più grande preoccupazione globale al momento?
Allison Burtcht: che siamo in un periodo post-democrazia. Cosa si può fare quando tutto è possibile?
Simone Browne: Il riscaldamento, l'acqua, il capitalismo, il debito, la supremazia bianca.
Joana Varon: La mancanza di preoccupazione sulle cose davvero importanti, come il cercare di evolvere in maniera sostenibile o il condividere uno spirito comunitario. Non sembriamo capire che la condivisione è l'unico sentiero possibile per la sostenibilità economica, ambientale e psicologica. 

Nella sede di Deep Lab lo scorso anno

Di che cosa avete paura?
Harlo Holmes: La Gentrificazione. La violenza con le armi da fuoco. Deludere mia mamma. L'estinzione.
Claire L. Evans: Un Internet che ci isoli invece che connetterci. L'ascesa di una cultura tecnologica che usa l'arte come misero contenuto e svaluta il lavoro dell'artista. I terremoti e la siccità.

Che cosa non vedete l'ora che succeda?
Harlo Holmes: invecchiare in questa comunità e con questa comunità.
Addie Wagenknecht: credo ci aspettino molte avventure.
Simone Browne: Il prossimo passo di Deep Lab e la possibilità di nuovi immaginari collettivi.
Allison Brtch: sono incredibilmente grata per questi amici. 

Crediti


Testo Wendy Syfret

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