stefano babic ci racconta gli esordi nella moda con franco moschino

Il fotografo che ha creato l'iconica immagine Moschino negli anni '80 mostra oggi per la prima volta il suo archivio.

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dic 28 2017, 10:27am

Alto, imponente, voce roca e sensuale, occhi dolci e sorriso positivo, Stefano Babic ci riceve a casa sua. Iniziamo a guardare immagini e foto, ci apre pian piano il suo archivio ed è un tuffo nella Milano degli '80 e '90. Ci racconta come sono nate le iconiche campagne di Moschino che hanno segnato un'epoca e fatto il giro del mondo. Dal cinema alla moda, ripercorriamo insieme la lunga carriera di un fotografo visionario e sensibile che ha creato un immaginario forte e senza tempo.

Partiamo da quando lavoravi nel cinema, cosa ti porti dietro di quell'esperienza?
Il cinema è un mio grande amore. Per me è un dialogo che non si è mai interrotto. Mentre scatto, scavo nel personaggio e cerco di capire chi ho di fronte. Ho sempre scelto le donne da fotografare secondo criteri cinematografici. Come quando scelsi un'attrice per la prima compagna Cadette, quando la disegnava Franco Moschino. Ho iniziato proprio così, facendo ritratti di attori e attrici, quando vivevo a Roma.

L'incontro con Moschino ha cambiato la tua vita?
È stato come un colpo di fulmine, una scintilla creativa tra me e lui. Era una persona molto intuitiva, vide in me un punto di vista diverso che potesse raccontare il suo mondo. Era la fine degli anni '70, io vivevo a Londra e facevo ritratti di musicisti, band, lavoravo nell'ambiente musicale. Degli stilisti inglesi mi presentarono Franco. Era un giovane designer che dopo aver lavorato per Versace stava iniziando a disegnare Cadette. Ho fatto per cinque anni le campagne di Cadette, iniziando a creare quell'immagine che poi diventò Moschino.

Come sono nate tutte quelle immagini diventate poi iconiche e rappresentative di un'epoca?
Franco era un vulcano di idee, da ogni viaggio riportava oggetti e ispirazioni. Iniziammo da subito con delle immagini forti in bianco e nero, quando tutti usavano il colore. La mia idea di fotografia è cinematografica, dinamica, non posata.

Ce n'è una in particolare che ricordi?
Era una delle prime immagini di Moschino, saranno stati i primi anni '80. In quel periodo vivevo a Roma e Franco mi fece recapitare da una sua assistente un cappello e un paio di occhiali scuri, aggiungendo che voleva qualcosa che ricordasse la famosa foto di Irving Penn della modella con il cappello con la veletta. Voleva un'immagine sovraesposta, molto contrastata, un effetto grafico. C'era l'Alta Moda a Roma, io trovai una modella, comprai una maglietta a Campo dei Fiori e iniziai a scattare con una luce cinematografica. Così nacque quell'immagine che è una delle più famose di Moschino.

Com'era lavorare con lui?
Era un uomo colto e divertente, che si prendeva anche molto in giro. Era davvero stimolante, una mente visionaria e ci capivamo al volo.

Poi che è successo? Come mai è finito il vostro sodalizio artistico?
È stato un rapporto molto travagliato. Avevamo creato insieme quell'immagine che era riconosciuta in tutto il mondo, io venivo visto come un prodotto di Moschino. A un certo punto decisi che volevo fare anche altro.

Ci sono stati altri incontri così speciali nella tua vita?
L'incontro con Capucci è stato un'altra esperienza speciale della mia vita. Ci conoscemmo grazie a un amico comune, Stefano Canulli, e lavorammo insieme, creai anche l'immagine del suo profumo. È un grande maestro che ha saputo raccontare la Roma dei grandi palazzi patrizi e papalini.
Poi anche Gianfranco Ferrè e Dolce Gabbana. Gianfranco era spiritoso e tagliente, lo portai in giro per Roma nei luoghi della mia infanzia e feci quelle foto a Villa Giulia che divennero poi la sua campagna per la linea di alta moda. Quando conobbi il duo Dolce & Gabbana erano davvero all'inizio, lavoravano ancora per Corregiari. Anche con loro ho lavorato tanto, ricordo una volta in cui Domenico fece un cappotto per me, l'ho usato per anni e anni.

Era l'epoca delle super modelle, dalla “Milano da bere”, l'epoca d'oro della moda italiana, cos'è davvero cambiato?
C'era un entusiasmo incredibile, e si faceva tutto divertendosi. Non si guadagnava tantissimo, ma c'era un'energia coinvolgente. Mi piacerebbe ritrovare un'atmosfera così, magari nei progetti di editoria indipendente e online, in cui credo molto. Ho fatto di recente un lavoro per Fucking Young, mi sono molto divertito.

Hai fotografato le donne più belle del mondo, da Linda Evangelista a Naomi Campbell, chi ti ha davvero colpito?
Ho scelto sempre donne in qualche modo interessanti, che non fossero necessariamente delle modelle. Con alcune di loro ho avuto un legame speciale, eravamo anche tanto amici. Ma se devo pensare qualcuno di conosciuto probabilmente penso a Monica Bellucci, quando l'ho incontrata era giovanissima. È rimasta sempre uguale sia nel suo spirito che nella sua bellezza.

Hai usato delle tecniche particolari per creare le tue immagini?
Ho usato tecniche cinematografiche, come quando per una campagna Moschino usai diverse sorgenti di luce in continuo rimbalzo. La modella non capiva da dove arrivava la luce e io scattavo con due o tre macchine fotografiche contemporaneamente, generando un effetto di ripresa.

Come fotografi oggi?
Sono tornato al bianco e nero, uso anche delle pellicole antiche. Guardo alla fotografia degli anni '60, al primo David Bailey. Per me la fotografia è in bianco e nero, il cinema a colori, noi sogniamo in bianco e nero e poi ricordiamo a colori.

Cosa insegni all'Accademia di Brera? Qual'è la prima cosa che dici ai tuoi studenti?
Insegno “ritratto di moda” e spesso porto i miei allievi nella mia "bottega", come si faceva nel Rinascimento. Il rapporto con i giovani è fondamentale, è un travaso di conoscenza, uno scambio in cui anche io apprendo continuamente tante cose attraverso i loro occhi. La prima cosa è la differenza tra il guardare e il vedere. Cerco di trasmettere l'importanza di trovare la propria strada, il proprio stile. Insegno loro il senso del “glamour”, che è difficile da spiegare, è un'attitudine, un'appartenenza, che rende l'immagine un'immagine di moda. Pensiamo al ritratto di Napoleone a cavallo di Jean Louis David, l'atteggiamento di Napoleone è glamour.

Cosa ti aspetti dal futuro?
Sto lavorando da diverso tempo ad un progetto sul ritratto, che diventerà una mostra. È una ricerca legata in qualche modo alla psicologia, che porto avanti da tanti anni e che sto riassumendo in questo nuovo progetto.