Il mondo radicale e contro ogni logica di Simon Cracker

"Cercano di identificarmi, darmi un nome. Stilista, scultore, designer o pittore. Ma io ogni giorno urlo che le etichette le voglio eliminare, cominciando dal mio brand."

di Amanda Margiaria
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17 ottobre 2019, 9:33am

Simon Cracker è un brand italiano, anzi romagnolo che va sempre, orgogliosamente controcorrente. Lo fa fin dal 2006, anno della sua creazione. Grazie alla radicale etica professionale del suo designer e fondatore Simone Botte, questo marchio se ne frega delle leggi del mercato e propone capi fortemente destrutturati, creati con materiali di recupero. La visione su cui pone le sue basi è pura, fiera e radicata nell'artigianalità del prodotto. Vi facciamo solo un esempio: questo completo giacca e pantalone è stato realizzato partendo da un tappeto. Sì, un tappeto è diventato un due pezzi sartoriale.

Se volete conoscere meglio la storia di questo brand e la filosofia che guida il suo Direttore Creativo, c'è questa nostra intervista che fa al caso vostro, realizzata in occasione della sfilata A/W 19 che si è tenuta in un salotto milanese. Per approfondire invece la sua ultima collezione, abbiamo voluto lasciare carta bianca (o quasi) a Simone e il fotografo Gabriele Rosati, che condividono qui le loro impressioni, insieme alle immagini scattate da Gabriele stesso per immortalare la S/S 20 di Simon Cracker.

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SIMON CRACKER

Mi sento sempre più distante dalla MODA. Non riesco a seguire linee e regole di questo mondo. Anche quando sono consapevole dei limiti da rispettare, la prima cosa che faccio è romperli. Mi sono sentito dire tante volte che ci deve essere armonia cromatica e tattile, ma le mie color palette se sono armoniose o in regola con le tendenze non mi soddisfano. Devo vedere toni e texture che combattono tra di loro, come le consistenze dei tessuti, materiali croccanti in contrasto con tessuti leggeri, morbidi o soffici. Amo ad esempio plastificare la maglieria, che in genere è morbida ed avvolgente. Dubito che nel mio settore mi capiscano. Cercano di identificarmi in un qualcosa di preciso. Stilista, scultore, designer o pittore. Ma io ogni giorno urlo con tutta la mia voce che le etichette e le differenze le voglio eliminare, cominciando dal mio brand.

Sono stato un ragazzino grasso che si vergognava a dire la propria taglia. Ho avuto a che fare con compagni che ridevano dei miei strani abbinamenti e del mio modo di estraniarmi con le cuffie nelle orecchie. Non ringrazio queste esperienze orrende per avermi insegnato qualcosa. Sono cazzate, perché si sta meglio se non si vive il bullismo. Ancor prima, da bambino, mia madre mi portava con lei ai mercatini dell'usato e lì mi chiedevo chi fosse a decidere che tutti ci dovevamo vestire uguali. Perché avremmo dovuto mettere magliette a righe in una determinata stagione. Sinceramente, ancora oggi non ho capito il grande mistero dei trend. Grazie a mio nonno, invece, ho imparato che ogni oggetto può cambiare forma e funzione. Anche quelli apparentemente da buttare.

Con le mie collezioni vorrei che la gente giocasse, vivesse e si divertisse ad essere quello che vuole. Mi è sempre piaciuto Gabriele perché rispetta quello che faccio, lo sente e lo interpreta. L'interpretazione delle mie collezioni da parte di altri artisti è energia per i capi, che vengono utilizzati, scattati, indossati ed esposti in maniera differente, mimandosi ad altre menti creative. Odio l'idea di imporre uno stile preciso su tutto quello che faccio. Sarebbe come stabilire fin dal primo istante la data del decesso dell'abito in questione.

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GABRIELE ROSATI
Lavorare con Simon Cracker è stato senza dubbio una delle esperienze più folli e cinematografiche della mia vita. Ci siamo conosciuti a Milano due anni fa circa, nel suo vecchio appartamento pieno di maglioni, vernici e pezzi di plastica ovunque. Mi ero già perso dentro il suo grande immaginario fatto di piccoli dettagli, quelli che fanno la differenza. Credo che la visione di Simone sia molto vicino alla mia, non a caso ho voluto fortemente lavorare con questa collezione perché è, per me, il Manifesto della Libertà.

Non ci sono generi, taglie o stagioni che possano limitare chi lo indossa. Una persona autentica, in carne ed ossa. Si chiama Buona Visione, e questo nome nasce da una citazione del designer stesso: "È come se questa sfilata fosse il mio film; questa volta le regole le faccio io." Con quella frase, ho capito che il mio intento sarebbe stato quello di congelare diversi frame di questa metaforica pellicola disegnata da Simone e visivamente armonizzata dall'occhio di Beatrice Vesprini, mia fedele collaboratrice.

Un aprire continuo di varie custodie che contengono le molteplici vite dello stesso personaggio. Una persona, più storie. L’immaginario grottesco di Fellini che si fonde con le luci sinistre e cupe di Lynch, ripulite, a loro volta, dalla composizione clinica di Hopper. Il tocco surreale dell’assemblaggio, dove il protagonista è esposto in diverse stanze, ma nello stesso momento rimanda a quell'impronta onirica che Simone ha dato alla sua collezione. Dire che vorrei nuovamente lavorare con Simone è come quando, al cinema, ti chiedono se vuoi i pop- corn. "Certo che sì. Formato maxi, grazie!"

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Qui tutte le foto della sua ultima sfilata:

Crediti

Fotografia di Gabriele Rosati
Styling di Beatrice Vesprini
Modello Alessandro Pizzuti
Assistente Giorgia Bonifazi
Un ringraziamento speciale a Bianca Maria Cerolini

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SS 2020
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