Tutte le immagini per gentile concessione di TIMVISION

storia dell'afro beat, l'elettronica che dal ghetto di lagos è arrivata ovunque

"Ragazzi di strada, banditi, prostitute: nessuno ha mai fatto musica per loro. La gente fa musica per il mondo, non per i bassifondi di Lagos. Ed è lì che mi sono inserito io."

di Benedetta Pini
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13 agosto 2019, 10:23am

Tutte le immagini per gentile concessione di TIMVISION

Penso che la musica sia quello che ci dà gioia in Africa, è quello che ci aiuta a portare avanti la cultura, e un giorno la cultura sarà in primo piano. [...] Sta già succedendo. [...] Come Africa siamo un solo sound. Ascoltiamo tutti lo stesso tipo di suoni e gli elementi sono simili, ma declinati in maniera diversa in base al luogo e al momento.

- Young John, producer e compositore nigeriano

L’attuale musica elettronica africana è proprio così: un mosaico formato da tante tessere diverse, tutte con caratteristiche uniche, ma poste a stretto contatto e in costante dialogo tra loro. "L’Africa è uno stato mentale," ci spiega Dapo Tuburna, cantante e compositore nigeriano. "Puoi essere ovunque e sentirti ancora africano, puoi trovarti ovunque e fare musica africana. Va al di là dei singoli generi musicali, è piuttosto uno stile di vita."

I pensieri di Young John, Dapo Tuburna e molti altri artisti appartenenti al mondo della musica elettronica africana trovano finalmente una voce internazionale nella mini docu-serie Taxi Waves, firmata da Tommaso Cassinis per TIMVISION. Ogni puntata è un viaggio di 30 minuti fatto di morbide carrellate, primi piani sugli intensi sguardi in camera e planate sulle baraccopoli, inoltrandosi nella musica e nella cultura, nei suoni e nei colori di una scena e un’industria di cui ancora si sa troppo poco—basta fare una breve ricerca su Google per (non) trovare praticamente nulla. Un viaggio non solo visivo ma anche sonoro, perché c'è anche l'omonima playlist Taxi Waves per sentire con le vostre orecchie di che cosa stiamo parlando.

Taxi Waves - TIMVISION

Il viaggio inizia a Lagos, in Nigeria, la patria dell’Afrobeat. “L’Afrobeat è qualcosa di organico," afferma Dozotun, conduttore radiofonico e MC per Cool FM 96.9. "È il risultato di una grande fusione, è un nuovo modo di avventurarsi nel campo della musica. L’Afrobeat è vita, è qualcosa che gira attorno a noi. È una cultura, un movimento, non è propriamente un genere. È la madre della musica, è semplicemente Il Sound.”

Di fatto, è un tipo di sonorità sviluppato a partire dall’Alkayida, la musica tradizionale del Ghana chiamata anche "pon-pon" per via dell’uso delle percussioni con un effetto "rimbalzato", a cui sono state aggiunte le melodie—come spiega Young John—, i sound di diverse tribù africane, i dialetti locali (Pidgin, Yoruba) ed elementi di generi stranieri (come l'Afro Hip Hop).

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Ad esempio, lo Shaku Shaku è la versione nigeriana della house, insaporita da emozioni, energie e colori tipicamente africani. Affascinante la storia raccontata da Dapo Tuburna: il nome di questo genere musicale deriva dalla parola Jaku Jaku, che storpiata dagli inglesi per via delle difficoltà nel pronunciarla è diventata Shaku Shaku.

La leggenda vuole che per Lagos girasse un pazzo che amava ballare, ma non aveva ritmo, così i bambini iniziarono a imitarlo e non sapendo come si chiamasse quella danza scelsero loro un nome: Jaku Jaku. Ma non era il momento giusto per la nascita di questo genere: in città andavano solo le canzoni con ritmo lento e suono "pon pon", quindi non c’era spazio per lo Shaku Shaku, che venne relegato nel ghetto.

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Paradossalmente, questa fu la sua fortuna: “Quando ti inoltri in certe parti di Lagos, quelle di cui la gente non parla molto, dove ci sono i motel, gli stripclub… Insomma il dark side di Lagos, incontri quelli che chiamano i "Downfall Drivers", gli autisti, la gente di strada, i banditi, le prostitute. Nessuno ha mai fatto musica per loro. La gente fa musica per il mondo, non per i bassifondi di Lagos. Ed è lì che mi sono inserito. La maggior parte delle mie canzoni è per quella gente, come se fossi il 2Pac di Lagos: grazie alla mia musica non hai bisogno di andare nel ghetto di Lagos per sapere che cosa succede lì, ti basta semplicemente ascoltare le mie canzoni," spiega Dapo Tuburna.

Se nel ghetto c’era lo spazio, mancavano i soldi, ma internet corse in aiuto agli artisti: le basi venivano create a partire dai beat di canzoni vecchie dal ritmo molto veloce, come quelle di Mophorisa, Babes e Uhuru, che potevano essere scaricati tranquillamente online.

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Ecco com’è iniziato tutto, racconta Simi, cantante e compositrice nigeriana: “Internet è stata una benedizione per gli artisti, soprattutto per quelli indipendenti ed emergenti, che ora possono fare molte più cose da soli senza passare necessariamente per un produttore o un’etichetta. Internet ha tolto loro un po’ di potere per darlo direttamente agli artisti.”

Ed è grazie a questo potere che la musica può diventare una piattaforma attraverso la quale diffondere a un pubblico vastissimo, di ogni età e ceto sociale, un messaggio di unione. "Come artista hai molto più potere per influenzare il popolo del presidente. La gente ascolta musica, ama il lifestyle, vuole sapere quello che hai da dire. Quindi puoi usare la tua musica per generare un cambiamento," spiega Teni, rapper e cantante nigeriana.

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Per fare arrivare un messaggio tramite una musica basata sui testi serve un linguaggio che le persone possano capire, sottolinea Ajebutterzz, rapper e cantante nigeriano. Per questo l’Afrobeat utilizza la lingua e il lessico dei bassifondi di Lagos, così che tutti la possano ascoltare, ballare, capire e sentire propria, andando a costituire un collante sociale potentissimo, essenziale in una città che ha nel proprio DNA contraddizioni insanabili.

“Lagos è il posto dove realizzi i tuoi sogni," continua Ajebutterzz. È un ambiente aspirazionale. Quando una persona povera vive di fianco a una ricca può parlarci, può toccarla, ci si può relazionare, e vuole essere come lei. Ognuno vuole intraprendere un grande cammino verso il successo.” Ed è da questa radicata disparità economica che sorgono tuttavia anche enormi difficoltà all’interno del tessuto sociale: “I giovani africani farebbero di tutto per avere subito ciò che desiderano, credo sia questo uno dei nostri problemi maggiori: non siamo abbastanza pazienti”, spiega Ms Kizz, rapper e cantante nigeriana.

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Questa fretta, infatti, porta a vedere nella musica un business redditizio da sfruttare in qualsiasi modo, con qualsiasi cosa funzioni, rischiando di accantonare l’arte per privilegiare le marchette agli hypeman, o persino entrando nel giro delle truffe su internet. Tutto per disperazione, per cercare un modo di farcela nella vita.

A rendere la situazione ancora più drammatica, continua Ms Kizz, è l’abuso di potere da parte della polizia, che “sta rendendo i giovani sempre più aggressivi. Sono consapevole dei crimini commessi in Nigeria e ci stiamo lavorando, ma non credo che loro stiano gestendo la situazione nel migliore dei modi."

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Ma se l’Afrobeat in Nigeria affonda solidamente le sue radici nei bassifondi di Lagos, guardando invece all'Etiopia vediamo come questo paese ancora arranchi nell’individuare una propria identità definita, ma sia determinato nel diffondere nuovi generi, pronti per diventare lo stimolo di nuove sonorità ancora inesplorate. La musica elettronica etiope si chiama Ethiopian Electronic, si ispira principalmente alla musica tradizionale locale e riesce a parlare di un’intera generazione, di una wave in corso in questo momento.

Una ricerca identitaria che paradossalmente si è avviata proprio grazie a un genere straniero: “L’Hip Hop mi ha fatto capire che devo guardare meglio alla mia cultura. Loro hanno cercato di portare le proprie radici nel mainstream, nel tentativo di capire chi sono realmente. Io, essendo africano, non ho bisogno di trovare me stesso, io sono qui. Questa consapevolezza la vedo come una benedizione e voglio usarla," afferma Ethiopian Records, producer e beatmaker etiope.

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Ciò non vuol dire rifiutare le influenze esterne, ma anzi accoglierle e mischiarle, come nel caso dello Sheelela e Karitu, un genere simile all’Hip Hop per velocità, ritmo e lunghezza dei brani. Ed è davvero qualcosa di eccezionale. “Quando faccio musica ci deve sempre essere un elemento che mi spinga a dire "ok, questo pezzo è africano!" Anche se mi ispiro ad altri artisti, non deve mai mancare un elemento che affondi le radici in Africa, così che anche chi ascolta possa dire "ok, questo pezzo è africano'," racconta Ethiopian Records.

Ma, allora, qual è il problema? Tre: prima di tutto la globalizzazione, come spiega Ethiopian Records: “Siamo la prima generazione davvero esposta al mondo esterno per via di Internet, quindi possiamo vedere di più di quello che c’è là fuori ed essere assorbiti, volenti o nolenti, dalla pop culture. La vedo come una grande entità che pesca elementi un po’ da ogni parte e cerca di livellare tutto per renderlo simile. È una macchina egemonizzante che ingoia tutto e a un certo punto uccide quello che tocca. Non mi dice nulla.” Ma è forse un compromesso necessario per poter sopravvivere allo spietato mercato discografico.

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E poi i preconcetti nei confronti dei musicisti, fortemente radicati nella cultura e nella mentalità dell’Etiopia. Betty G, rapper e cantante etiope, racconta infatti: “In passato essere una cantante era visto come un mestiere degradante. Cantare poteva rovinarti a vita. Attualmente la situazione è migliorata, il disprezzo è venuto meno e la professione è più rispettata, ma dai ricchi viene ancora considerata un passatempo e non un vero lavoro,” perché non è redditizia e, quindi, dal loro punto di vista non ha valore.

L’etimologia del termine "Asmari", con cui vengono definiti i musicisti in etiope, è esplicativa della situazione: deriva dalla parola “Zamara” - letteralmente “pregare Dio in musica” -, ed è utilizzata per descrivere i gruppi di fedeli che si recavano porta a porta per portare la parola di Dio attraverso la musica, finendo con l’essere mal visti dalla comunità perché cantare era considerato un peccato, se non in occasioni specifiche, come a capodanno o ai matrimoni. E, infine, la mancanza di finanziamenti, che non è un caso ma è strettamente legata a un altro pregiudizio: secondo molti etiopi l’arte di qualità può provenire solo dall’esterno. La conseguenza è una penalizzazione dell’arte tradizionale locale e della sua capacità di analizzare e preservare la memoria storica del paese, in favore di un’arte che aspira a essere internazionale e globale, ma che non potrà mai essere davvero tale, “è una bugia”, afferma Ethiopian Records.

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Ma la speranza per il futuro c’è, ed è forte. “Sono in corso grossi cambiamenti politici ed economici, mentre la cultura e la musica stanno prendendo forma e cercano di riflettere su quello che sta succedendo e verso dove stiamo andando," spiega l’imprenditore etiope Yonaiel Belete. In questo senso, internet potrebbe rivelarsi lo strumento della svolta, e Yonaiel ci crede fermamente, tanto da sognare davvero in grande: una versione etiope di Art Basel.

L’importanza che riveste oggi internet per un continente come l’Africa si dimostra drammaticamente vera in Mozambico, ma per i motivi opposti. L’enorme problema della scena musicale del paese è proprio la difficoltà nel diffondere le produzioni locali per la mancanza di canali di comunicazione efficienti. Ed è un peccato enorme, perché, come spiega Matilde Conjo, rapper e cantante etiope: “I nostri ritmi dovrebbero essere esplorati più a fondo e sostenuti economicamente per portarli all’estero, perché piacciono. Gli altri paesi, anche dell’Africa, fanno così. È l’unica cosa che ci serve davvero.”

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Da questo limite, infatti, si genera una serie di problemi che come una palla di neve si ingigantisce sempre di più e rende davvero difficile sperare in un cambiamento futuro. Andre Manhica, conduttore radiofonico di radio Cidade 97.9, fornisce una lucida analisi della situazione: “Abbiamo molti ritmi tradizionali che si possono fondere con quelli attuali e stranieri, ma il problema è che non sono molto commercializzati. Abbiamo anche imprenditori e cittadini che investono nella musica mozambicana, ma non sono molti, quindi non si riesce a guadagnare da questo lavoro.”

Ma la grande frustrazione che deriva da questo quadro non ha impedito agli artisti del Mozambico di creare la loro musica elettronica. Come il Pandza, una fusione di sonorità locali con generi importati dall’estero; in particolare il Reggae per via della sua affinità col Marrabenta, la musica tradizionale del Mozambico piena di chitarre, guarimbe e percussioni. E a fare la fortuna del genere sono stati proprio i giovani: nei locali notturni non c’era spazio per la musica tradizionale, che chiaramente faceva storcere il naso a chi voleva solo lanciarsi in pista, ma allo stesso tempo continuare a imitare tutto ciò che arrivava dall’estero tramite la televisione stava diventando noioso, e così il Pandza è stata la risposta.

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E poi c’è anche l’Afrohouse, il risultato dell’unione dell’house music con la musica Afro che ha fatto nascere uno stile di ballo proprio del Mozambico. Come spiegano i ragazzi del collettivo Moz Afro Gang: "Abbiamo preso le mosse delle danze tradizionali provenienti da tutta l’Africa e le abbiamo riattualizzate usando molto l’espressività, ma anche tutto il corpo, dai piedi alle braccia, fino alla testa, per mostrare cosa comunica la musica. Traduciamo il contenuto della musica in movimento, come nell’Hip Hop.”

Se internet è un problema, non lo è però l’identità musicale mozambicana, che anche se ibridata da elementi internazionali mantiene le proprie particolarità. Lo spiega bene Polegar Beatz, producer e beatmaker etiope: “Io prendo solo ispirazione dalle produzioni internazionali per poi plasmare qualcosa di simile ma diverso nel modo di masterizzare e far suonare il beat. Una delle particolarità della musica mozambicana è l’uso della voce, quindi il risultato è l’unione della parte sentimentale nell’uso degli strumenti alla parte ritmica dei beat della base.” Il modo in cui le nuove generazioni mozambicane ascoltano la musica internazionale è tra i più sani che si possano immaginare: non da fan ma da competitor, per cercare di fare sempre di più, sempre di meglio e crescere costantemente.

Una solidità non da poco, perché se internet è “solo” una questione tecnica, la ricerca dell’identità rientra in un percorso storico, politico, sociale e culturale molto complesso che la musica può veicolare in modo consapevole e che non può assolutamente essere dato per scontato. Soprattutto oggi, soprattutto in Africa.

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Crediti

Testo di Benedetta Pini
Tutte le immagini per gentile concessione di TIMVISION

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