vi presentiamo edmund ooi, il nuovo designer ospite all'armani teatro

Abbiamo chiacchierato con lui di come è stato scelto da Mr Armani, di come un consiglio ti può cambiare la vita e di come tutto gira per il verso giusto quando inizi davvero a divertirti.

di Marta Stella
|
16 gennaio 2015, 5:55pm

Alessio Costantino

Oltre al fatto di essere il nuovo designer ospite di Giorgio Armani, per ora riguardo al suo nome le cose delle quali si sente vociferare di più tra gli addetti ai lavori (e che si possono tranquillamente googlare) sono principalmente tre. Edmund Ooi è un giovane designer nato in Malesia, ha studiato e vive in Belgio ed è già stato notato in passato da Nicola Formichetti, che ha presentato e messo in vendita la sua linea nel suo pop-up store di New York.

Lo incontro alla vigilia della sua sfilata autunno/inverno 15 nell'open space dell'ufficio stampa che lo segue a Milano, e lo trovo intento ad aiutare alcuni assistenti ad aprire gli scatoloni pieni di scarpe che porterà domani in passerella. Nato in una piccola isoletta a Nord della Malesia, oggi Edmund ha 27 anni e un percorso che ricorda tanto quel compagno di scuola iper-preciso e iper-concentrato, ma con quel quid in più che potrebbe fare la differenza. Quello che so prima di incontrarlo è che dopo essersi laureato in marketing, fashion design e sartoria in Malesia, a 19 anni è stato il designer più giovane di sempre ad essere premiato alla Malaysia Fashion Week con il 'Most Promising Designer Award' e il 'Best Avant-garde Designer'. Ha poi lavorato nel menswear di Mugler, e oggi è - o quantomeno si mostra - pacato e rilassato come se domani avesse solo una sfilata di routine invece che il debutto alla settimana della moda milanese in casa di Mr Armani. Se qualcuno si stesse chiedendo come funziona in questo casi, ci ha confessato che in realtà non l'ha ancora incontrato di persona ma che naturalmente non vede l'ora.

Di te sappiamo che sei malese e che ora vivi a Bruxelles. Raccontaci qualcosa di più sul tuo background.
Sono nato a Penang, in un'isola piccolissima a Nord della Malesia. A 16 anni mi sono spostato nella capitale per studiare moda, per poi trasferirmi a 21 anni ad Anversa per studiare alla Royal Academy of Fine Arts. Dopo qualche anno ho iniziato a lavorare nel menswear di Mugler.

Il tuo sembra un percorso sorprendentemente molto lineare.
Sì, passo per passo posso dire di essere riuscito a costruirmi un mio percorso. Credo di amare la moda praticamente da quando sono nato. Mia madre è una sarta e l'ho sempre vista cucire sin da quando ero un bambino. Mi piaceva stare in mezzo alle sue stoffe e giocare nel suo laboratorio. Lei è la mia prima fonte di ispirazione. Conta che a Penang quando io ero adolescente la moda come la intendiamo noi del settore praticamente non esiste. E poi non c'era neanche internet, tutto quello che potevo fare era sfogliare vecchi giornali di moda. Dall'altra parte però non sempre quello che vedi sulle riviste è il mondo reale, quindi sono cresciuto sognando di fare parte del mondo che i giornali stavano proponendo in quel momento.

Come hai fatto a lanciare la tua prima linea?
Ho iniziato a 19 anni con una linea femminile, grazie ai fondi che ho ricevuto dopo essere stato premiato alla Malaysia Fashion Week. Ma non è andata come speravo, ero troppo giovane e non avevo ancora una visione precisa. Anche perché al tempo non avevo mai viaggiato, non ero mai uscito dalla Malesia. Ecco perché ho deciso di fermarmi con il mio brand e di andare a studiare ad Anversa. A un certo punto per il mio corso ho dovuto scegliere tra il menswear e il womenswear, e in quel momento i miei professori mi hanno detto che avrei dovuto dedicarmi all'uomo.

Un consiglio che ha cambiato la tua vita, praticamente.
Esatto! Da quel momento ho iniziato a disegnare per l'uomo, mantenendo però un tocco femminile. Su questo ho basato il mio brand, con l'aggiunta di un po' di ispirazione dalla scena del clubbing. Voglio vestire tutti gli uomini del mondo, ma vorrei anche che gli uomini si sentissero liberi di sperimentare. Quando parlo di tocco femminile non intendo il vestirsi da donna, ma il fatto di essere aperti nell'esprimere loro stessi, anche con un po' di sensibilità. Credo che questo piano piano stia cambiando, e non solo sulle passerelle.

Hai lavorato per Mugler, hai lanciato il tuo brand nel 2013 e ora ti troviamo qui a Milano ospitato da Giorgio Armani. Com'è andata?
Sono sincero. Quando mi hanno chiamato per dirmi che ero tra le opzioni all'inizio ho pensato che per me fosse una mossa troppo affrettata. Con alle spalle solo due stagioni, pensavo che il mio brand fosse davvero troppo piccolo per questo passo. Ma poi mi sono detto: 'è un'occasione irripetibile, lo devi fare'. Così tre settimane dopo circa sono stato contattato di nuovo e mi hanno comunicato che mi avevano scelto. Immaginami urlare 'oh my Goood'. Quella notte non sono riuscito a dormire.

Anticipaci qualcosa della collezione che vedremo domani.
All'inizio mi sono ispirato a dei costumi storici di fine '700 e inizio '800. Mi piacciono le tecniche usate a quel tempo, si avvicinano un po' alla couture e richiedono molto tempo nella realizzazione - cose che in quest'epoca di fast fashion credo che la gente non apprezzi più. Questa era la prima direzione verso la quale mi sono mosso. Poi mi sono fermato, ho riflettuto e ho visto che tutto appariva troppo controllato, troppo pulito. Così ho deciso di cambiare, aggiungere l'elemento emotivo che mancava.

Hai rifatto da capo la collezione, quindi?
No, ho iniziato a tagliarla! Lavorare su queste modifiche filo per filo è una cosa che ha richiesto molto tempo. Da lì poi ho lavorato per pulirla nuovamente, quindi ora è un vero mix. Credo sia interessante perché è un po' come passare dall'ordine al disordine e poi di nuovo all'ordine. È una cosa molto personale. Sono molto preciso nelle mie cose, sia quando disegno che quando faccio styling. Voglio che ogni cosa sia perfettamente al suo posto. Questa volta invece ho deciso di aprirmi un po' di più a qualcosa di nuovo e credo funzioni! Ero stanco di controllare tutto, e ora è venuto il momento di lasciarmi andare. Mi sono detto: 'Edmund, prova a divertirti!"

Questa è una domanda che ho fatto di recente a degli studenti di moda e che rigiro a te. Che consiglio daresti al sistema riguardo ai giovani designer?
Questo business è molto duro. Non si tratta più solo di moda, ci sono un sacco di fattori che girano attorno all'essere un designer e con i quali ti devi confrontare. Nonostante questo però, alla base credo che ci debba essere un forte amore per questo lavoro. È la vera passione che ti fa andare avanti.

Cosa ti auguri per questo tuo 2015?
Credo che per ora io possa già ritenermi soddisfatto. Essere scelto da Armani è un sogno che si avvera, per ora non cerco nient'altro. Vediamo cosa arriverà!

edmundooi.com 

Crediti


Testo Marta Stella
Foto Alessio Costantino