cinque giovani registi italiani da conoscere assolutamente

Ecco i nuovi protagonisti del cinema italiano che vale la pena conoscere.

di Francesco Governa
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08 febbraio 2016, 11:25am

Foto da Corpo Celeste

Edit novembre 2018: Questo articolo è stato pubblicato in data 08/02/2016. I film che vi consigliavamo sono sempre belli e sempre attuali, certo, ma intanto sono uscite altre pellicole degne di nota la cui direzione è stata affidata a giovani registi emergenti. A questo link trovate i nostri cinque preferiti del 2018.

Piero Messina
Trentacinquenne siciliano, diplomato al Centro Sperimentale di Cinematografia. Non proprio un novellino, ma un artista che ha fatto tanta gavetta prima di approdare al grande pubblico. Diversi cortometraggi (La prima legge di Newton, presentato al Festival di Cannes e Terra, il quale ha avuto la menzione speciale al Festival del Cinema di Roma) e documentari all'attivo. Autore di colonne sonore e, inoltre, assistente alla regia di Paolo Sorrentino ne La Grande Bellezza e This must be the place. Arriva al successo con la sua opera prima, L'Attesa, in concorso al Festival di Venezia e vincitore del Leoncino d'Oro. Un film visionario, capace di catturare lo spettatore con atmosfere rarefatte e suggestive. Una Sicilia di lago e non di mare, atipica e magica. Spettrale e nostalgica. Un film sull'elaborazione del lutto, sul dolore e sulle conseguenze. I legami che colpiscono il cuore, per non schiodarsi più. Messina, che è anche co-sceneggiatore del film, tratta tutto questo con una padronanza tale da non risultare eccessivo. Non scade nel ridicolo. La sua è una regia poetica e, al tempo stesso, realistica. Primi piani delle protagoniste, tra cui la magnifica Juliette Binoche, si alternano a sequenze oniriche. Dopo un lungo percorso, il risultato è arrivato. L'Attesa è finita ed un nuovo autore, siamo certi, sarà presente in tutte le kermesse che contano. Sappiamo che è a lavoro su un progetto del tutto nuovo, e segreto. C'è tanto da aspettarsi, vista la grande aspettativa che lui stesso ha creato dopo il primo lungometraggio.

Gabriele Mainetti
Non potevamo non inserirlo, soprattutto per quello che succederà a breve. Il suo primo lungometraggio, Lo chiamavano Jeeg Robot, nelle sale proprio in questi giorni, rivoluzionerà il pensare cinematografico tanto caro ai produttori nostrani. Gabriele Mainetti è stato, principalmente, un attore. Laureato in Storia e Critica del Cinema, ha frequentato corsi di cinema a New York, prima di approfondire la recitazione. Lo abbiamo visto in diversi film per il grande e piccolo schermo. Il suo mondo, però, rimane la regia. La sperimentazione, e il rischio che ne consegue. Anche lui ha all'attivo numerosi cortometraggi, e soltanto in questo 2016 (fortunatamente) avremo modo di ammirare la sua opera prima. Abbiamo avuto modo di vederlo in anteprima alla Festa del Cinema di Roma e, una volta usciti dalla sala, le nostre vecchie abitudini di sparlare del cinema italiano sono state completamente frantumate. Il suo film è notevole, sotto tutti i punti di vista: la storia, quella di un supereroe improbabile; un antagonista che, a dirla tutta, supera il protagonista ed è già un'icona; una regia brillante, energica, con movimenti di macchina al limite della perfezione, precisi; una fotografia cromatica e meravigliosa che esalta un genere, quello sui supereroi, tanto lontano nella nostra industria. Non ci stupiremmo, quindi, se ora sarà conteso in produzioni più grosse e, chissà, anche internazionali.

Alice Rorwacher
Sorella minore dell'attrice Alba (presente, quasi ogni anno, in tutti i festival europei), Alice è un personaggio atipico, una piccola grande perla. Classe '81, toscana, laureata in Lettere e Filosofia e con un master in sceneggiatura e linguaggio documentario nel bagaglio, la Rorwacher debutta sul grande schermo con Corpo Celeste, da lei anche scritto. Un film, girato in Calabria, che le vale l'inserimento nella Quinzaine des réalisateurs, nonché Nastro D'argento come miglior opera prima. Il suo secondo lungometraggio è, se possibile, ancora meglio. Le Meraviglie è un capolavoro assoluto dei giorni nostri. Non è un caso se la giuria di Cannes decide di premiarlo con il Gran Prix. Il linguaggio cinematografico dell'autrice è un perfetto binomio poetica/crudezza. Perfetta fotografia di un'Italia precaria, semplice ma non per questo superflua. Il focus è quasi sempre sulla famiglia, sulle sue dinamiche, sugli stenti. La determinazione nel risalire, nonostante difficoltà evidenti. E la sua regia non può che assecondare queste tematiche. La macchina a mano segue i movimenti dei personaggi e ne intercetta ogni emozione. Sfumature sognanti, a volte surreali eppure così tanto piantate a terra. Sorrette da un realismo (magico) e da una padronanza assoluta sugli argomenti.

Lamberto Sanfelice
Quello di Lamberto Sanfelice è, senza alcun dubbio, uno dei migliori esordi cinematografici italiani. Presentato al Sundance Film Festival, Cloro è un lavoro assoluto di sensazioni, che procede per sottrazione, mostrando un dualismo perfetto nelle immagini e nella storia, tra similitudini e metafore. Il senso di libertà dalle costrizioni interiori rappresentato dal nuoto sincronizzato della protagonista. Il giovane regista ha l'incredibile dote di far parlare le immagini. In fondo il cinema è questo: raccontare attraverso le immagini. Ed è qui che nasce e cresce la differenza. Con pochissimi dialoghi, quasi tutto il film è pervaso da sequenze eteree che scatenano nello spettatore brividi ed emozioni. Silenzi, particolare attenzione ai suoni e alla musica ed una fotografia grigia, a tratti cupa: questi gli elementi che rendono questo regista imprescindibile. Quali saranno i suoi prossimi progetti ancora non è chiaro. Quando, però, hai davanti una mente di cinema così giovane e sapiente, non puoi che fidarti. E amarlo, incondizionatamente.

Sidney Sibilia
Da piccoli cortometraggi nella sua città, Salerno, a dodici candidature al David di Donatello per un'opera prima. Una favola che ogni aspirante regista sogna di scrivere (o dirigere). Eppure, a volte, capita anche questo. Quando hai talento, sai afferrare le situazioni col giusto peso e con una buona dose di autoironia, ogni cosa si può e si deve realizzare. Il mondo di Sidney Sibilia può essere raccontato così. Gli è bastato un film soltanto, lo spassoso e allucinato Smetto quando voglio, per stabilire e far conoscere a tutti il suo stile. È un trentaquattrenne divertente e divertito, Sidney. Scrive e dirige una commedia, fondendo e prendendo spunto (senza farne un copia e incolla) da immaginari cinematografici esteri per restituirci un film scritto magnificamente. Battute e situazioni in pieno stile pulp, una caratterizzazione dei personaggi così ben fatta da imprimersi nell'immaginario. È divertito, dicevamo. È uno che non si prende sul serio, ma sa padroneggiare la scrittura e la macchina da presa. E anche bene. Lo attendiamo col sequel, già annunciato e in fase di scrittura, del primo film, e scommettiamo sarà ancora più fuori di testa.

Crediti


Testo Francesco Governa
Foto da Corpo Celeste

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