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come vive la brexit una giovane italiana a londra?

Ciò che preoccupa dell’esito di questo referendum non è il costo del Campari al supermercato, ma la duplice sconfitta di noi millennials e dei nostri fratelli della generazione z.

di i-D Staff
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30 giugno 2016, 11:10am

"Se sei giovane ed arrabbiato per il risultato del referendum, hai ragione ad esserlo", era titolato così un pezzo del Guardian pubblicato lo scorso venerdì 24 giugno, il giorno che il 52% dei britannici ha scelto di lasciare l'Unione Europea. Si avverava così la #Brexit, che fino ad allora mi era sembrata poco più di uno spauracchio, uno scherzo di cattivo gusto promosso dal Grinch della scena politica albionica Nigel Farage, piuttosto che una effettiva possibilità.

Nonostante la timidezza della propaganda politica a favore della Bremain, molti, soprattutto nell'industria creativa, avevano condiviso messaggi pro-Remain, tra cui Vivienne Westwood, Caribou, l'etichetta discografica indipendente Young Turks, e il fotografo tedesco Wolfang Tillmans, che aveva ideato una serie di poster con slogan pro-EU. Gli slogan di Tillmans erano spuntati ovunque sulle mie pagine dei social media e, essendo disponibili gratuitamente online per il download, erano stati stampati e affissi alle finestre di case e uffici - o almeno a molte delle finestre di Hackney, il municipio di East London risultato primo nella città per affluenza alle urne, con una impressionante maggioranza (78%) di voti per la #bremain.

Proprio in un appartamento di Hackney mi sono svegliata venerdì scorso quando alle sette è suonata la sveglia che, per una volta, non sono riuscita a postporre. "Che schifo. Non ci credo" leggeva un messaggio inviato nella chat di gruppo che condivido su Facebook con delle amiche, per lo più espatriate. Ho spalancato gli occhi, non poteva essere vero. La sera prima, chiudendo le tende per non far penetrare le luci delle insegne di un kebab shop e di uno snooker club un po' losco, avevo inveito contro la pioggia che cadeva a secchi. Venerdì mattina aveva smesso di piovere, ma mi ero svegliata in terra straniera.

Ero incredula. La mia coinquilina era incredula. Messaggi e commenti sui social media di amici e colleghi manifestavano lo stesso sbigottimento. Per le settimane antecedenti al giorno del referendum, nessuno era realmente preoccupato. Sì, avevamo attaccato adesivi #VoteRemaIN sulle nostre magliette, condiviso forse qualche articolo su Facebook o inviato un tweet, ma il tutto era parso uno scambio di pacche sulle spalle tra persone della stessa squadra, un ricordarsi che eravamo qui da londinesi, inglesi, europei. I leavers sembravano non esistere: non ne vedevo traccia tra i miei amici britannici, tra gli account che seguo sui social media, nel mio quartiere, al lavoro, nei locali, nei negozi o nei bar. Una sola volta mi sono imbattuta in qualcuno che indossava orgogliosamente una spilletta "Vote Leave": un uomo sulla cinquantina in completo grigio che leggeva il Daily Mail in metropolitana. Quel Sir non poteva che essere il rappresentante di una minoranza, spaventosa certo, ma una minoranza. Quel Sir non era lo specchio della Londra e del Regno Unito che conoscevo io.

Venerdì sera a cena in un ristorante turco di Dalston, sono seduta a un tavolo di amici, tutti ventenni, tutti italiani. Non si parla che di quello che è successo. I sentimenti di rabbia e stupore iniziale, le battute su quanto ci costerà adesso la mozzarella, nel corso della giornata hanno avuto modo di scemare lasciando spazio all'incertezza. C'è chi forse vuole andarsene, amareggiato dalla mossa suicida di questo paese, dove ci si è trasferiti proprio in virtù della mentalità aperta e delle possibilità offerte a tutti, indifferentemente. "Questa città era bellissima perché era piena degli scappati di casa di tutta Europa, adesso cosa diventerà?" si chiede uno di noi, studente alla Goldsmiths University. Altri, freschi di laurea, sono preoccupati che l'indecisione e la precarietà politica di questo risultato possano svantaggiarli nel trovare lavoro.

Non posso far altro che credere che il nostro, e quello di molti altri giovani Europei, sia stato un errore di giudizio. Sono stata vittima della mia visione parziale, accentuata dal fatto che non solo vivo nella capitale, dove la maggioranza ha votato a favore della BremaIN, e in uno dei municipi con più forte identità Labour della città, ma lavoro anche in un settore 'creativo', per definizione liberale, progressista e dal respiro internazionale. Il privilegio di cui godo in questa città ha viziato la mia prospettiva fino a convincermi che non si potesse fare altro che progredire in senso positivo. Ho sottovalutato la possiblità che un pensiero politico gretto e regressivo potesse davvero vincere su di noi, la generazione costantemente etichettata come 'innovatrice'. Come potrebbe non essere così, quando vivi in una delle capitali più culturalmente vivaci e floride del vecchio continente e del mondo?

Abbiamo sbagliato noi giovani emigrati europei, mi chiedo? Accecati dalle palle stroboscopiche nel buio dei nostri basement club o dallle luci alogene nei nostri uffici in warehouse riconvertite in loft, eravamo troppo presi a sentirci sulla cresta dello zeitgeist culturale per poter vedere il Regno Unito per quello che era realmente, fuori da questa bolla di innovazione ed edonismo?

Ciò che preoccupa dell'esito di questo referendum non è il costo del Campari al supermercato, né la mia sicurezza in quanto residente nel Regno Unito o quella dei 250,000 Italiani come me. Questo risultato spaventa quando lo si legge come la duplice sconfitta di una generazione, la nostra, e quella dei nostri fratelli adolescenti della generazione z. Si parla dei "millennials" come della generazione digital, la generazione del cambiamento, dell'innovazione, della mobilità; siamo coinvolti politicamente e siamo attivisti, abbattiamo con la stessa fluidità confini nazionali e di genere, il tutto a colpi di hashtag. La vittoria di un piano politico che a noi sembra prima di tutto gretto e anacronistico, non puó che avvilire. Una generazione intera messa all'angolo dal fantasma di un Regno Unito che pareva non esistesse più, con le sue teiere di ceramica scheggiata, province industriali e fumose, tappezzerie a fiori e zerbini con l'Union Jack.

Sul tumblr the75percent si leggono testimonianze di giovani inglesi frustrati per il destino del Regno Unito e, con esso, del proprio. Sono proprio i nostri coetanei inglesi forse, a pagare un prezzo più alto di noi europei, immigrati nel loro Paese dove ora ci lamentiamo di sentirci indesiderati.

Per sei anni ho chiamato Londra 'casa', spesso con più orgoglio di quello che ho mai dimostrato per la mia nazione natale, alla quale non ho mai risparmiato commenti acidi e anche un po' snob per la sua arretratezza e impermeabilità al cambiamento. Sono stata orgogliosa di vivere in una città dove altri giovani europei hanno avuto la possibilità non solo di accedere a corsi universitari, ma di poterlo fare contraendo un prestito, elargito in tempi brevissimi, che coprisse interamente le spese accademiche. Sono stata fiera di laurearmi e di avvicinarmi all'industria che sognavo a 16 anni nella cameretta in provincia. Sono stata fiera di pagare le mie prime tasse, cominciando a restituire qualcosa alla società che mi aveva accolto tanto educatamente e incoraggiato come un genitore, a volte anche con una certa severità, a fare del mio meglio. Sono stata felice di pagare affitti troppo alti, bere birre troppo annacquate e cucinare pomodori troppo poco rossi perchè Londra era 'home'.

Eppure, il 24 giugno, insieme al porridge, ho dovuto ingoiare un break-up doloroso e imprevisto. È stato come svegliarsi accanto al tuo partner che dopo sei anni di convivenza ti lascia prima ancora di fare il caffè. Lui ha piani nonostante te, oltre di te, a prescindere da te. Venerdì mi sono sentita tradita, incompresa e abbandonata. Avrò mai la forza sufficiente di voltare le spalle a chi non contraccambia il mio amore? Sarà mai veramente necessario?

@gdesiena

Crediti


Testo Gaia De Siena
Foto Linn Wiberg

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